Avvenire, 17 maggio 2005

Detenuti a Cuba: interpellanza

ROMA. "Il governo italiano intervenga presso le Autorità cubane per far rilasciare tutti i detenuti politici e farli partecipare alla grande Assemblea pubblica dei dissidenti anticastristi a L'Avana". È quanto hanno chiesto in una interpellanza i parlamentari di Alleanza nazionale Roberto Albioni e di Forza Italia Aldo Perotta. L'assemblea all'Avana è prevista per il 20 maggio. Sarà la prima riunione pubblica nella storia dell'isola caraibica di esponenti anticastristi. Parteciperanno all'incontro oltre 360 gruppi dissidenti, che da sempre si oppongono a Fidel Castro. "Gli organizzatori dell'evento sono minacciati - racconta Albioni - ma non si fanno intimorire e proseguono nel loro progetto".

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Avvenire, 15 maggio 2005

L’ISOLA "ROSSA"

"Tutto va bene", si scrive sui cartelli ufficiali, in realtà crescono la corruzione e i furti sul posto di lavoro per arrotondare i miseri stipendi, ormai a livello di pura sussistenza

Il "museo" Cuba

Povertà e rassegnazione sotto il vecchio socialismo

Le forniture di petrolio a prezzo politico dall'"amico" venezuelano Chavez tengono a galla il regime, che ha nel boom turistico l'altra risorsa per evitare il tracollo finale

Dal Nostro Inviato All'Avana Luigi Geninazzi

L'impressione è sempre quella di calarsi in un museo vivente, un paesaggio d'altri tempi con le mastodontiche Buick anni Cinquanta che arrancano lasciandosi dietro una nuvola di fumo nero, le ville d'epoca coloniale dalle facciate senza più colore, le case tenute su da impalcature di fortuna. E la gente costretta a fare lunghe code per qualsiasi cosa, anche per comprare il gelato Coppelia nel parco centrale del Vedado, o in fila per ore sotto il sole cocente aspettando il camello, un veicolo con la gobba che vorrebbe essere un autobus ma assomiglia ad un camion di deportati dove possono stare ben schiacciate fino a trecento persone. Uno scrittore cubano, Arturo Arango, ne ha preso spunto per un avvincente romanzo, Lista d'attesa, dove il mezzo pubblico è talmente in ritardo che tra la gente si creano amicizie, intrighi e amori. Cuba resta un immutabile museo del socialismo reale il cui direttore s'affanna a restaurare vecchi e sgangherati cimeli con la passione del genio creativo. È questa la novità delle ultime settimane. Il Comandante è tornato sulla breccia, si rivolge ai suoi connazionali quasi ogni giorno, parlando in tv per cinque, sei ore filate. La voce del vecchio Fidel, 79 anni il prossimo agosto, è sempre più chioccia e stanca, le parole gli escono lentamente, i gesti sono appesantiti ma gli occhi ruotano vivacissimi a scrutare la platea che l'ascolta silenziosa e compunta. Non si limita come al solito ad attaccare l'imperio (non nomina mai gli Stati Uniti). Adesso insegna ai cubani come risparmiare energia, si lamenta che non sanno più cuocere i fagioli, dà lezioni pratiche sull'uso della olla arrocera, la pentola elettrica, armeggia in diretta attorno ad un vecchio frigorifero Westinghouse. Come un buon padre di famiglia, dice la propaganda. Come un povero nonno fuori di testa, sussurra qualcuno. "Per spiegare la nuova ed improvvisa eruzione verbale del líder maximo ci sono due ipotesi - spiega un amico giornalista che preferisce l'anonimato -. La prima è che Fidel Castro si prepara a lasciare il potere e detta in pubblico il suo testamento politico al successore. La seconda è che si è accorto del crescente malcontento popolare e cerca di reagire imponendo il vecchio carisma del rivoluzionario". Inutile dire che l'amico crede più alla seconda ipotesi che non alla prima. Il motivo è presto detto: a Cuba è finita l'era del dollaro inaugurata dieci anni fa per evitare la catastrofe economica sopravvenuta al crollo dell'Unione Sovietica ed al conseguente isolamento del socialismo dei Caraibi. Dallo scorso novembre il regime ha proibito l'uso della valuta imperialista, imponendo il peso convertible, una moneta fittizia che viene stampata in aggiunta al peso nacional. I beni che prima potevano essere acquistati in dollari (vale a dire quasi tutti i prodotti ad eccezione di quelli basilari garantiti dalla libreta, la tessera di razionamento sempre in vigore per riso, olio e latte) adesso devono essere pagati in chavito, come viene chiamato spregiativamente dai cubani il peso convertible. Ma attenzione, sul cambio del dollaro è stata introdotta una tassa del 10%, aumentata al 20% pochi giorni fa. Il provvedimento è stato presentato da Fidel come una risposta alle nuove sanzioni economiche decise da Bush (restrizioni ai viaggi ed all'invio di denaro ai familiari da parte degli immigrati cubani negli Stati Uniti). Per ritorsione Castro ha aumentato del 15% i prezzi dei prodotti in dollari, quindi ha introdotto la nuova moneta gravandola di pesanti imposte. Risultato: negli ultimi due mesi a Cuba il costo della vita è cresciuto del 35%. Come succede da quasi cinquant'anni a pagare il prezzo dello scontro politico tra l'impero americano e l'isola ribelle è il popolo cubano. Con gesto demagogico Fidel Castro ha deciso l'aumento dello stipendio minimo mensile, da 100 a 225 pesos cubani, portandolo cioè da quattro a dieci dollari. "Ci requisiscono i dollari e ci regalano carta straccia", si lamenta la gente alle prese con una lotta sempre più ardua per la sopravvivenza. Dilaga la corruzione ed i furti sui posti di lavoro sono una pratica generalizzata. I cubani li chiamano desvìos, un modo per riciclare ad uso privato quel che l'inefficienza del sistema sancisce a livello pubblico. Si ruba, si traffica, si vende e ci si vende con inaudita passione sull'isola dove troneggiano ad ogni angolo gli slogan rivoluzionari che esaltano la dignità del lavoratore, la lealtà del cittadino e la solidarietà socialista. Eppure per Fidel tutto va bene. All'ingresso dell'Avana c'è un nuovo cartello dove il vecchio Comandante appare con un lieve sorriso sulle labbra. "Vamos bien", dice la scritta. "Da qualche tempo il regime sfoggia un grande ottimismo", osserva un diplomatico occidentale. Cuba, dicono fonti governative, è vicina all'autosufficienza energetica, un obiettivo perseguito (e sempre mancato) dall'inizio della rivoluzione. La nuova alleanza anti-imperialista siglata con Chavez, il caudillo venezuelano che ha definito Castro "suo fratello maggiore", garantisce a Cuba una fornitura di 90mila barili al giorno di petrolio a prezzo politico. In cambio Fidel ha inviato in Venezuela centinaia di medici, infermieri e cooperanti per sostenere i progetti di sviluppo avviati da Chavez. Nel frattempo, con l'aiuto di alcune compagnie canadesi e spagnole, Cuba ha aumentato la propria capacità estrattiva di petrolio, un prodotto di bassa qualità e ad alto contenuto di zolfo che serve ad alimentare tre centrali elettriche ma non può essere trasformato in benzina o gasolio. La notizia sensazionale, annunciata da Castro in tv, è che nel golfo del Messico, nelle acque territoriali cubane, sarebbe stato scoperto un enorme giacimento petrolifero. Un'altra bella notizia è che il flusso di turisti stranieri è in pieno boom e l'anno scorso ha toccato la cifra record di 2 milioni di presenze. Archiviata l'epopea della zafra e della canna da zucchero, Cuba sta diventando un forte esportatore di nichel sul mercato mondiale, soprattutto quello cinese. E dopo la recente visita all'Avana del premier di Pechino la collaborazione tra il gigante ed il nano del comunismo mondiale ha preso forma nella... pentola elettrica Made in China. Sì, la famosa olla arrocera, messa al bando da Castro alcuni anni fa perché consumava troppa energia, è tornata improvvisamente in auge a Cuba. Fidel ne ha provata una in tv ed ha concluso che è proprio quello che ci vuole per ridare sapore al socialismo tropicale. Ne regalerà una ad ogni famiglia. Grazie ai nuovi amici venezuelani ed ai vecchi amici cinesi l'ultima isola comunista d'Occidente resterà ancora a galla. Per il momento continua la scarsità d'energia e l'apagon, il black-out improvviso, è sempre in agguato. Le notti all'Avana hanno il colore della pece, ad eccezione dei locali per turisti che scintillano di luci. "Ho due patrie: Cuba e la notte", diceva il padre della patria José Martí. Da tempo sono ormai una cosa sola.