Corriere della Sera, 21 maggio 2005
Incontro dei dissidenti all'Avana. La Ue: potremmo annullare la revoca dell'embargo
Cuba, espulsioni e arresti
Respinti parlamentari e giornalisti, c'è anche l'inviato del Corriere
Espulsioni (quattro parlamentari europei e tre giornalisti polacchi) e alcuni arresti (tra cui quello dell'inviato del Corriere Francesco Battistini, del quale l'ambasciata cubana a Roma ha poi comunicato l'espulsione). E' il bilancio della repressione scatenata dal regime castrista contro gli osservatori stranieri della riunione organizzata all'Avana da esponenti della dissidenza cubana. Alla luce dell'accaduto, l'Ue potrebbe annullare la revoca dell'embargo nei confronti dell'Avana. La repressione non ha invece colpito gli oppositori del regime, che hanno potuto tenere il loro "Congresso per la promozione della società civile". Ma ci sono stati duri contrasti interni alla stessa dissidenza, tra filo e antiamericani.
Alle pagine 2 e 3
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L'Avana, il muro di Fidel attorno ai dissidenti
L'opposizione si incontra. Fermati tre giornalisti, tra cui l'inviato del Corriere. Respinti due parlamentari europei
Mostrato un messaggio video in cui il presidente Bush dichiara la propria solidarietà. I partecipanti al "Congresso della società civile" cantano l'inno nazionale e gridano: "Libertà"
"È il tipico comportamento dei governi totalitari", ha urlato nel suo cellulare il senatore ceco Karel Schwarzenberg. I poliziotti cubani che l'avevano prelevato dalla camera d'albergo ("mentre facevo la doccia") erano appena scesi dalla scaletta dell'aereo. "Espulso da Cuba".
Schwarzenberg è l'ex cancelliere di Vaclav Havel, uno che la dittatura l'ha conosciuta da vicino. Seduto sulla poltrona a fianco, sull'aereo che li rispediva in Europa, un altro reietto, il deputato tedesco al Parlamento europeo Arnold Vaatz. Come loro espulsi anche due politici spagnoli. Una manciata di attivisti per i diritti civili. Tre giornalisti polacchi. E uno italiano. Dopo un inquietante black out durato 9 ore. L'inviato del Corriere Francesco Battistini.
Cuba torna a far parlare male di sé. E dire che la giornata aveva preso una piega quasi favorevole alla propaganda del regime. L'ambizioso "Congresso" dell'opposizione a Fidel Castro annunciato da settimane, si rivela un mezzo fiasco. Doveva essere l'avvio di un'altra rivoluzione morbida su modello ucraino, ma finisce per svelare soltanto le divisioni interne alla dissidenza. Eppure i temutissimi poliziotti cubani si sono tenuti alla larga.
Non ci sono state retate di massa. Non si sono visti i manganelli. Con gran sollievo per le disastrate casse statali, non si sono neppure alzati in volo i Mig cubani che nel 96 abbatterono due aeroplanini civili che portavano 4 oppositori a una riunione simile a quella di ieri. Riunione che allora il governo addirittura impedì. Questa volta invece il "Congresso per la promozione della società civile" si può tenere. Ma la promotrice, Martha Beatriz Roque (anni di carcere politico alle spalle), viene accusata dall'altro leader dissidente, Oswaldo Paya, di aver allestito una "colossale frode ai danni dell'opposizione", più o meno in combutta con l'apparato repressivo dell'Havana. "Così si offre solo la scusa per un nuovo giro di vite, mentre stiamo ancora riprendendoci dall'ondata di arresti di due anni fa", è il ragionamento di Paya che nel 2002 ricevette il Premio Sakarov dal parlamento Europeo. Sono i filo e gli antiamericani rimasti sull'isola a confrontarsi. L'ingombrante aiuto della lobby cubana di Miami, spesso infiltrata da elementi malavitosi, fa da spartiacque tra la Roque e Paya, l'una e l'altra anima dei controrivoluzionari, la "capitalista" e la "cristiana". Ce ne sarebbe abbastanza per far cantare vittoria a Fidel e al suo comunismo tropicale che resiste da 46 anni. Ma anche con una dissidenza polemica con se stessa, con un tale, clamoroso vantaggio d'immagine, Cuba spreca tutto e resta Cuba. Una dittatura.
L'Avana ha cominciato col negare i visti d'ingresso a parlamentari europei e giornalisti che avrebbero voluto assistere alla riunione. Ha continuato a farsi del male a poche ore dall'apertura del meeting con la manciata di espulsioni eccellenti. Ora manca davvero solo la retata nel giardino del "Congresso".
E' l'Europa, in particolare, a sentirsi tradita. Il ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer ha bollato come "comportamento inaccettabile" la cacciata dei rappresentanti politici. Madrid ha protestato con gli stessi toni. Il commissario europeo allo Sviluppo e agli aiuti umanitari, Louis Michel ha rimarcato che "i membri del Parlamento d'Europa e di qualsiasi Paese hanno diritto di partecipare a incontri con l'opposizione in qualunque parte del mondo se lo ritengono importante". Michel ha anche ventilato la possibilità di un ripensamento sulla sospensione delle sanzioni all'isola deciso in gennaio su pressione spagnola. "Quando succedono cose del genere, anche i migliori amici di Cuba trovano difficile mantenere la loro posizione".
"Ci sarà un prima e un dopo 20 maggio a Cuba", aveva dichiarato in mattinata la filoamericana Martha Beatrix Roque all'apertura del Congresso. "Questo è un trionfo per l'opposizione", ha concluso. Secondo i giornalisti presenti, però, sotto i giganteschi alberi da frutta non c'erano più di 200 persone, reporter e osservatori internazionali inclusi.
Si aspettava 500 invitati, la combattiva Martha ne ha ricevuti appena un centinaio. In compenso ha mostrato con orgoglio un messaggio di solidarietà del presidente George Bush. Un gesto in grado da solo di giustificare ogni futura accusa del genere "quinta colonna al soldo di Washington". L'impero Usa, aveva profetizzato il Lìder Maximo in tv, profonde milioni per promuovere la "destabilizzazione, la cospirazione, la sovversione interna". I cento "cospiratori" hanno cantato l'inno nazionale e poi scandito "libertà", "libertà", "libertà".
Andrea Nicastro
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OSTAGGI DI FIDEL
di GIANNI RIOTTA
"Arrestato". Una sola parola nel messaggio telefonico che il collega Francesco Battistini riesce, di soppiatto, a mandare al giornale prima di scomparire nelle mani della polizia politica di Fidel Castro. E' l'alba a Cuba e seguono lunghe ore di silenzio. Il nostro ministero degli Esteri convoca l'ambasciatrice dell'Avana a Roma, ma la signora Maria de Los Angeles Floretz Prida non ammette nulla.
Un cancelliere dell'ambasciata italiana a Cuba si reca nei vari ministeri, alla Centrale di polizia, all'aeroporto, in albergo. Omertà ovunque: "Battistini? Non è qui". CONTINUA A PAGINA 2
LO SCENARIO
L'isola diventata ostaggio del suo "líder máximo"
La denuncia di "Human rights watch" : il regime castrista nega i diritti più elementari
SEGUE DALLA PRIMA
Nel pomeriggio, mobilitati Farnesina e Palazzo Chigi, mentre il Quirinale segue la vicenda, l'ambasciatrice riconosce: Francesco Battistini, inviato a l'Avana per il vertice dei dissidenti che chiedono democrazia e libertà dopo mezzo secolo di dittatura castrista, è stato arrestato e verrà espulso, forse in nottata. La sua colpa? Avere intervistato i leader riformisti con sul passaporto un visto turistico, dopo che un altro inviato del Corriere era stato espulso da Cuba pochi giorni fa senza alcun motivo, e a un terzo era stato negato il visto di lavoro, regolarmente richiesto a Roma. Con Francesco che mentre scriviamo sarebbe in isolamento in una caserma militare nei pressi dell'aeroporto sono stati cacciati colleghi tedeschi e polacchi arrivati per lo stesso meeting.
Nell'autunno del comunismo, dalla Corea del Nord a Cuba, gli ultimi despoti prolungano nel nuovo millennio le ombre tragiche del "buio a mezzogiorno". Battistini era andato, come in tanti suoi reportages, per testimoniare con onestà delle pene di un popolo sfortunato. Il regime non glie ne ha concesso la possibilità.
A Cuba languono in galera dozzine di dissidenti, 65 reduci dell'ondata di arresti contro il "progetto Varela", che reclama a norma di legge un referendum per la libertà. Secondo la Costituzione bastano 10.000 firme per indire il voto popolare, i coraggiosi uomini e donne di "progetto Varela" ne hanno collezionate 25.000 per chiedere libertà, ma Castro, terrorizzato di perdere il potere, impone condanne fino a 28 anni, in cella di rigore, venti per il poeta Raul Rivero.
Gli articoli 479 e 480 del codice penale concedono all'anziano leader diritto assoluto sui cittadini sudditi. "Human rights watch", organizzazione umanitaria, ha testimoniato davanti all'Onu "Cuba nega i diritti elementari, di espressione, movimento, giusto processo, associazione, privacy, non permette alcun dissenso politico, la polizia sorveglia indiscriminatamente, si viene licenziati, o arrestati, senza motivo pur di garantire il totale conformismo".
Oggi, speriamo, Battistini tornerà dalla sua famiglia. Undici milioni di cubani restano ostaggio dell'ultimo dittatore, che, solo in indispettito spregio alle politiche e alla cultura occidentali, tanti intellettuali, dal premio Nobel per la letteratura Nadine Gordimer in giù, insistono a venerare. Rendersi complici di questi abusi è l'umiliazione finale di una coscienza. Da quando Castro scacciò il primo dissidente, il suo compagno giornalista Carlos Franqui, Cuba non conosce libertà. E non c'è rivalsa contro gli "yanquis" americani, non c'è casistica ipocrita di propaganda "Ma a Guantanamo... Ma Pinochet!" che basti a giustificare chi lega solidarietà ai prigionieri di coscienza nelle loro celle. Quando Fidel Castro cadrà e la libertà tornerà sul meraviglioso Varadero, chi ha coperto le vergogne del despota dovrà infine arrossire, proprio come la storia ha infine svergognato chi ha taciuto sulle condanne per il ceco Havel, il sudafricano Mandela, il russo Sacharov, i torturati di Pinochet o dei colonnelli greci.
Si capirà allora che i veri amici del popolo cubano, i veri fanatici dell'Avana, quelli che hanno buon diritto di fischiettare "Guantanamera" e sentir proprie le musiche struggenti del "Buenavista Social Club", sorseggiando Cuba libre e mojito, non sono i decrepiti fan dell'ultimo soviet, ma i sostenitori dei patrioti eroici di "progetto Varela", chi ha denunciato gli abusi di Castro, i cronisti che hanno narrato, contro corrente, la resistenza aspra.
Cuba è una nazione antica e orgogliosa, capace con il fascino tropicale e la battaglia per l'indipendenza di suscitare l'ammirazione di tanti, da Ernest Hemingway ai ragazzini con le magliette di Guevara. Il mito è però da anni maschera grottesca di dittatura. I cubani migliori si stanno battendo per la libertà: non manchi loro la nostra voce finché davvero si spanda, ovunque, profumo di Cuba libre.
griotta@corriere.it******
Un sms all'alba: "Arrestato"
Poi una giornata di silenzio
Dopo le proteste le autorità cubane ammettono: "Battistini sarà espulso dal Paese"
Questo incubo cubano comincia con un breve sms, nove lettere digitate in fretta su un cellulare ieri mattina all'alba dell'Avana: arrestato. E sembra finire dopo nove ore di silenzio e di proteste da tutto il mondo, quando le autorità dell'isola ammettono: abbiamo fermato il giornalista italiano, sarà espulso questa sera.
L'sms arriva sul telefono del caporedattore Esteri del Corriere Guido Santevecchi alle 12 e 50 ora italiana. Mattina presto all'Avana, il giorno della prima riunione pubblica di un gruppo di dissidenti a memoria di cubano.
Una parola sola: arrestato.
Viene dal cellulare di Francesco Battistini, 43 anni, sbarcato sull'isola di Fidel da neanche 24 ore. Ci è andato con un visto turistico, perché il regime concede con molta difficoltà ai giornalisti di entrare nel Paese. Soprattutto in un momento come questo: sono già stati espulsi due eurodeputati polacchi, un altro giornalista del Corriere, Rocco Cotroneo, è stato respinto all'aeroporto pochi giorni prima. Battistini, Franck per gli amici, è un inviato esperto: si è fatto la Bosnia e l'Afghanistan, l'Iraq e l'Intifada. E' arrivato all'aeroporto José Martì con un volo via Madrid, classe economy, per non dare troppo nell'occhio e passare per il classico italiano in cerca del sole e del vero rum. Passa i controlli. Telefona a casa: tutto bene. Un sms al capo: ci sono.
Poi il tragitto in taxi, l'Avana fatiscente e magica, le macchine yankees anni 50 e i murales Hasta la victoria, ecco l'albergo Nacional con i suoi legni pregiati e l'Internet point che dà agli stranieri quello che proibisce alla maggioranza dei cittadini.
E' notte fonda al giornale quando arriva il secondo sms di Francesco: intervistato Payà. Un bel colpo. Oswaldo Payà è il più rispettato leader della dissidenza, premio Sakharov del Parlamento Europeo 2002, autore del progetto Varela per la democratizzazione pacifica del Paese. Il cattolico Payà è la vera spina nel fianco di Fidel Castro. Ha già detto che non andrà alla riunione dei dissidenti organizzata da Martha Roque, che lui considera troppo vicina agli Stati Uniti: "E' una provocazione che fa il gioco di Fidel". Payà è una storia buona, controcorrente. E quando c'è da nuotare controcorrente Francesco si tuffa. La vecchia casa della famiglia Payà sta in via Santa Teresa, nel barrio del Cerro. E' sicuramente controllata dagli agenti della Seguridad, giorno e notte. Se Francesco è andato a parlargli l'altra sera, non è passato inosservato. Probabilmente viene seguito quando torna al Nacional. E' lì forse che lo prendono. E' lì, quasi sicuramente, che riesce a mandare il suo ultimo short message: arrestato.
Non è la prima volta che lo mettono al "gabbio". In Iraq, durante la guerra nell'aprile 2003, con altri giornalisti italiani Battistini (due figli piccoli) è stato catturato a Bassora dalla polizia di Saddam.
Viene portato a Bagdad e passerà due settimane "ospite" come racconterà lui degli scherani del rais. Camera con le grate alla finestra, "la prigione si paga", 100 dollari a notte.
Chissà se anche il rais del Caribe gli ha fatto pagare qualcosa. Domani forse ce lo racconterà, sdrammatizzando come sempre. Certo per alcune lunghissime ore la sua sorte è stata un silenzio angosciante e un telefonino irraggiungibile.
Quando si diffonde la notizia è pomeriggio a Roma. Si muove il ministero degli Esteri. L'ambasciatrice cubana in Italia, Maria de Los Angeles Florez Prida, è convocata alla Farnesina. Cade dalle nuvole: non so nulla.
Ludovico Ortona, direttore generale per le Americhe, la prega di informarsi.
Peccato che l'ambasciatore italiano a Cuba non sia nella capitale. E' in missione dalla parte opposta dell'isola, a Santiago, mille chilometri di distanza. Nel giorno in cui tutto il mondo punta gli occhi sull'Avana, nel giorno in cui le cancellerie europee sono in stato di allerta: bisogna capire se Castro permetterà ai dissidenti di riunirsi nel giardino di una casa privata fuori città, forse ci saranno scontri, alcuni eurodeputati invitati alla manifestazione sono già stati espulsi in malo modo, con il passare delle ore altri vengono rispediti all'aeroporto. L'ambasciatore Elio Menzione sta a Santiago. Il suo vice è in Italia. Tocca al primo cancelliere gestire il giallo del giornalista scomparso. La nostra rappresentanza diplomatica contatta il ministero degli Esteri, quello dell'Interno, il quartier generale della polizia cubana. Niente. Del "señor Battistini" nessuno sa niente. Cresce la preoccupazione. Il direttore del Corriere, Paolo Mieli, si appella alle autorità cubane "perché diano immediatamente informazioni" e parla di "un silenzio inaccettabile". Dov'è Francesco? Le agenzie rilanciano la notizia di altri giornalisti, tre polacchi, fermati dalla polizia per essere espulsi. Buio dall'hotel Nacional.
Fidel Castro intanto ha partecipato alla festa per i 110 anni di José Martì, l'eroe nazionale. E' stato magnanimo o furbo, la sua polizia non ha impedito la riunione dei dissidenti dove, a un certo punto da un computer portatile, è sbucata l'esortazione registrata del presidente americano Bush. Forse non ha tutti i torti Payà, a dire che così si fa il gioco del regime. Forse non è un caso che l'incubo peggiore della giornata l'abbia passato l'italiano che è andato a intervistarlo. L'incubo finisce verso sera, quando all'ambasciatrice cubana a Roma torna la memoria: "Sì, il señor Battistini ce l'abbiamo noi. Sarà espulso in serata". L'inviato del quotidiano spagnolo El Mundo parla con un poliziotto all'aeroporto dell'Avana: "L'italiano sta bene". Partecipanti all"Assemblea per la promozione della società civile" che si è aperta ieri all'Avana.
Michele Farina
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LE REAZIONI
Casini: "La sinistra europea deve farsi sentire"
Dall'opposizione al governo, un coro di solidarietà e di sdegno. La Russa: "Ultimo colpo di coda di un dittatore esausto"
ROMA Nonostante le diverse tonalità delle voci, su un punto quello di ieri è stato un coro: dai Ds ad Alleanza nazionale, i dirigenti di più partiti avevano chiesto l'immediato rilascio di Francesco Battistini, l'inviato del Corriere della Sera bloccato a Cuba. Una richiesta di libertà che il presidente della Camera Pier Ferdinando Casini aveva formulato anche in termini più generali, non generici, rivolgendo critiche a una parte dello schieramento politico: "I democratici debbono svegliarsi, e soprattutto in Europa la sinistra non può accettare un doppiopesismo che non le fa onore". Il presidente della Camera ha parlato da Rio de Janeiro, ai margini di una riunione dell'Internazionale dei democratici di centro. "Cuba vede marcire nelle carceri molti prigionieri politici. Non c'è libertà di stampa, di pensiero, di azione. Tutti noi dobbiamo farci sentire", ha aggiunto Casini.
La presidenza del Consiglio aveva fatto sapere di "seguire con attenzione la vicenda del giornalista del Corriere" in "contatto con la Farnesina". A sinistra sono spiccati soprattutto i commenti del responsabile degli Esteri dei Ds, Luciano Vecchi, e di Gloria Buffo, del cosiddetto "Correntone". Vecchi aveva espresso "il più assoluto sdegno per gli atti illiberali e di repressione" sollecitando la liberazione di Battistini. Gloria Buffo: "La libertà di informazione non si discute: è un valore democratico universale. Il governo cubano lo rilasci, chieda scusa e permetta ai dissidenti e a tutti coloro che vogliono discutere di poterlo fare in piena e assoluta libertà".
Tra le telefonate di solidarietà, il direttore del Corriere Paolo Mieli ne ha ricevuto una del segretario dei Ds piemontesi Pietro Marcenaro. Il deputato dei Ds Beppe Giulietti, portavoce dell'associazione "Articolo 21", ha annunciato una "campagna verso l'ambasciata cubana in Italia per chiedere non solo l'immediata liberazione di Battistini, ma anche di tutti gli altri giornalisti, scrittori, dissidenti".
E' lo stesso argomento che il segretario della Federazione nazionale della stampa Paolo Serventi Longhi ha deciso di mettere all'ordine del giorno dell'esecutivo del sindacato dei giornalisti il 4 e il 5 giugno. Le misure contro Battistini e altri colleghi, a suo avviso, rappresentano "un ennesimo attacco alla libertà di espressione". La richiesta della Fnsi a tutti i governi dei Paesi democratici è di "attivarsi per consentire la libera circolazione degli inviati stranieri e dei colleghi cubani". A "esigere immediatamente" il rilascio dei giornalisti fermati era stata anche Reporters sans frontières, organizzazione che si occupa delle violazioni dei diritti della categoria nel mondo.
"Ultimo colpo di coda di un dittatore esausto", è stata la definizione che Ignazio la Russa, di An, ha dato dell'arresto del nostro inviato nel Paese di Fidel Castro. Piero Testoni, deputato di Forza Italia, ha dichiarato: "Ai giornalisti del Corriere della Sera va la nostra più completa solidarietà". E un attacco all'Unione è partito da Giorgio Lainati, responsabile per la Comunicazione di Forza Italia alla Camera e, in precedenza, giornalista del Tg5 : "Dopo il fermo di Battistini, siamo curiosi di sapere cosa dirà il capo dei Comunisti italiani, l'ex ministro Oliviero Diliberto, che all'indomani della sconfitta dell'Ulivo del 2001 si precipitò all'Avana per firmare, proprio come negli anni 60 faceva l'Urss, un trattato di amicizia tra i Comunisti italiani e quelli cubani".
Il bersaglio non è stato soltanto il Pdci.
"Temiamo che Diliberto, Cossutta e Rizzo preferiranno tacere, come purtroppo faranno anche Prodi e Rutelli che in questi anni durante i quali la repressione a Cuba si è aggravata fino ad arrivare alla fucilazione dei dissidenti, non hanno mai chiesto a Diliberto quanto meno di rompere i rapporti".
M. Ca.