Corriere della Sera, 30 maggio 2005

Amato deluso: non c'è Carta senza Francia

"Mi sento il padre di una bimba non nata". E critica i governi: testo troppo lungo, lo avevo detto

ROMA — "Sono il padre di una bambina non nata e che forse non nascerà". Giuliano Amato, vicepresidente della Convenzione europea che ha preparato la Costituzione bocciata ieri così sonoramente dai francesi, non si fa illusioni sul futuro della Carta. È "amareggiato". E anche un po' arrabbiato: "Il risultato non mi sorprende, le notizie che mi arrivavano da Parigi negli ultimi giorni erano nell'insieme negative. In qualche modo questo risultato mi fa rabbia perché sappiamo che il no è un coagulo di motivi diversi e solo in piccola parte riguarda la Costituzione".

Che cosa succede da questa mattina all'Unione europea?

"È caduto un pietrone sul futuro delle politiche europee perché, piaccia o non piaccia, la Francia che dice no provoca un terremoto. Ma l'edificio, crepato, rimane in piedi, non crolla".

È stato un referendum contro Chirac, contro l'allargamento o contro l'Europa?

"Un sondaggio recente sui motivi del no dice che oltre il dieci per cento degli elettori francesi sono rimasti colpiti, fino al punto di essere contrari, dalla farraginosa lunghezza del testo. Dei difetti attribuiti alla Costituzione, questo è l'unico vero. Dire invece, come è stato fatto, che è una Costituzione troppo liberista è una deformazione propagandistica dell'estrema sinistra a cui ha risposto con puntiglio e decisione Jacques Delors. Poi penso che abbia pesato molto la paura degli allargamenti, quello fatto e quelli da fare, anche lontani e problematici, come l'allargamento alla Turchia. E infine c'è stata la rabbia del cittadino contro il deficit democratico dell'Unione. Il paradosso è che la vittima è l'atto che è stato adottato con il tasso più alto di democrazia mai realizzato in Europa".

"Il testo che chiamiamo Costituzione lo è per due terzi, l'ultima parte è una riscrittura di tutte le norme dei trattati precedenti, e non ha né rango né contenuto di Costituzione. Disperatamente dissi più volte: non le mettiamo insieme. Ma i governi alla mia richiesta risposero che non si potevano permettere due procedimenti di ratifica. E si sono esposti a un rischio ben peggiore: oggi il documento è attaccato perché è un gigantesco mattone. Ma la vera parte costituzionale è di soli 114 articoli, molto meno delle Costituzioni italiana, francese, tedesca o spagnola. Odio fare la Cassandra, ma avevo ragione".

I socialisti francesi hanno avuto una buona parte di responsabilità nell' "omicidio" della sua bambina.

"Non invidio i socialisti francesi di sinistra che stanno festeggiando in nome dell'Europa migliore e più sociale insieme a coloro che hanno votato no perché sono contro gli immigrati, sono razzisti e protezionisti". La sinistra francese è destinata a diventare populista e antieuropea?

"Non credo alla deriva antieuropeista. E nei motivi di fondo io condivido la battaglia volta a rendere più giusta la globalizzazione, meno squilibrante, meno caratterizzata dalla concorrenza selvaggia. Sono d'accordo e sono partecipe dello slogan del socialforum "un altro mondo è possibile". Il problema è se, in nome di questo, aveva senso dire di no alla Costituzione europea o piuttosto utilizzarne domani gli strumenti per contribuire a costruire un mondo migliore. Oggi l'Europa sarà in grado di contribuire ancora meno a fare il mondo migliore, perché cade anche quel minimo di politica estera comune che la Costituzione aveva tracciato. Da oggi il seggio unico di un'Europa generosa alle Nazioni unite diventa un'utopia di chi non vuole il seggio tedesco".

Lei considera finita la Costituzione. Le ratifiche devono andare avanti?

"Penso che sia improbabile che si riuscirà a farla approvare. È scontato che le ratifiche andranno avanti perché già la Convenzione aveva fissato per il novembre 2006 il momento in cui valutare il da farsi nel caso in cui le ratifiche fossero state meno dei quattro quinti".

Visto che non si può fare l'Europa senza la Francia, Valery Giscard d'Estaing ha detto che si potrebbe rivotare in Francia alla fine.

"Ma Chirac ieri sera ha annunciato che al prossimo consiglio europeo si farà portatore delle ragioni del no. Dunque chiederà come minimo che si rinegozi un altro testo. E di fronte a una tale richiesta, la Costituzione attuale cadrà".

Qual è la via d'uscita a quel punto?

"Io conto che si faccia l'unica cosa ragionevole. Un accordo, non subito, per l'adozione in una mini conferenza intergovernativa di pochi passaggi della Costituzione non ratificata di cui tutti condividiamo l'utilità tecnica per far funzionare l'Europa: penso all'istituzione del ministro degli Esteri e del servizio diplomatico europeo, al fatto che a questo ministro sia attribuita la presidenza del consiglio Affari esteri, forse si potrebbe adottare anche la doppia maggioranza in luogo del voto ponderato. Insomma considero la mia costituzione una figlia premorta, dalla quale trapiantare alcuni organi e immetterli nel trattato di Nizza".

Oggi non è però soltanto una questione tecnica, di come far funzionare l'Europa a 25. Dal punto di vista politico cambia l'approccio all'Europa?

"Dubito che ci possa essere la partenza di cooperazioni rafforzate. E in ogni caso sarebbero collaborazioni tra Stati senza la Commissione e il Parlamento, che sono dell'Europa grande. A queste cooperazioni mancano i due pilastri democratici dell'Europa".

Ci saranno effetti sull'euro?

"Penso che se ci saranno risentimenti saranno legati più all'allentamento del patto di stabilità accompagnato da bilanci pubblici nazionali troppo fuori dai limiti".

L'Italia può avere un ruolo? Che cosa dovrebbero fare i Paesi che già hanno ratificato?

"Reagire! Accelerare le decisioni politiche che l'Europa deve assumere nei prossimi mesi per evitare che l'accumularsi di sfiducia per il no francese e lo stallo in decisioni importanti possa allargare le crepe. Bisogna concentrarsi sul piano delle prospettive finanziarie dell'Unione. Se ora si riuscisse a chiudere la partita si dimostrerebbe che il terremoto non ha fermato l'Europa".

Lei aveva proposto il referendum anche in Italia per la ratifica della Costituzione. Ha cambiato idea?

"Abbiamo messo il dito sul deficit democratico e il dito è stato mangiato. In Italia tendo a escludere che i no avrebbero prevalso, per mille ragioni, e perché quel diffuso fastidio dei francesi per gli allargamenti che portano l'Europa fuori dal suo sottanone, da noi è minoritario. Un esercizio di democrazia è sempre salutare. Per lo meno i francesi conoscono meglio il testo della Costituzione degli italiani. Peccato che l'abbiano trasformata in un testo letterario".

Gianna Fregonara

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Corriere della Sera, 30 maggio 2005

L'EX MINISTRO PER LA UE MACSHANE

L'amarezza di Londra: ci toccherà ricominciare

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

LONDRA — Il voto francese è "estremamente negativo", perché dà l'impressione che la Ue "non sappia scrivere le sue norme". Risultato? La Costituzione europea ora non vive più, "perché sarebbe un insulto alla Francia e ai suoi cittadini dire che il testo che hanno respinto va avanti come un morto che cammina". Denis MacShane (nella foto), fino a poche settimane fa ministro per l'Europa, esprime in un'intervista al Corriere la reazione che domina a Londra: delusione del premier laburista, se perfino "Tony Blair avrebbe votato sì" se fosse stato un francese. Ma il governo ora ha le mani libere: "La Gran Bretagna terrà un referendum se ci sarà un trattato su cui tenere il referendum: ma il no francese significa che il nuovo Trattato di Roma non può essere ratificato".

Londra, dice MacShane, sperava in un sì perché la nuova carta "dà più poteri al Parlamento nazionale, ai cittadini e fissa chiari limiti alla Commissione europea". In poche parole, "più chiarezza, più democrazia, più trasparenza". Ma in Francia s'è fatta campagna facendo leva sulla paura: "Pare che la sinistra francese abbia scoperto adesso che viviamo in un'economia di mercato". Ironizza, MacShane: "Noi, con il New Labour, abbiamo fatto progressi. Ma fatico a convincere i compagni francesi, tedeschi o italiani che riportare i lavoratori al lavoro è una buona idea per la socialdemocrazia del XXI secolo".

Aspettiamo il referendum olandese, naturalmente, ma la sorte della Costituzione è segnata: "Ci toccherà ricominciare".

Alessio Altichieri