Avvenire, Giovedì 27 aprile 2000

 

INTERVISTA

 

Il 30 aprile 1975 finiva il conflitto in Vietnam. Il «j'accuse» di padre Gheddo

 

Saigon libera. O no?

 

«I vietcong instaurarono da subito un regime durissimo»

«Quanto conformismo nella stampa E quanto silenzio oggi»

 

Roberto Beretta

 

 

E' il 30 aprile 1975: gli elicotteri prelevano gli ultimi americani ed alcuni esponenti del governo sud-vietnamita dal tetto dell'ambasciata Usa di Saigon. È la liberazione del Vietnam. «Liberazione»? Persino padre Piero Gheddo, che era stato tra i pochissimi giornalisti (meno delle dita di una mano) ad opporsi per un decennio allo schieramento pro-vietcong dei mass media italiani, confessa di essersi sentito disorientato: «Tanto forte era il desiderio che la guerra finisse, tanto giustificate le critiche per l'involuzione autoritaria del governo Thieu, così chiare le promesse democratiche dei conquistatori e persino le speranze della cosiddetta "terza forza" (i sudvietnamiti pluralisti, sostenuti dalla Chiesa e dai buddhisti), che anch'io - quella volta - ammetto d'essermi illuso».

Durò pochi giorni. Poi il missionario del Pime di Milano, che era stato tre volte a lungo in Vietnam del Sud ed aveva scritto quattro libri basati sulle contro-informazioni ricevute da missionari e da bonzi, capì che l'illusione aveva già gettato la maschera. «Al momento la "liberazione" fu accolta con canti e gioia, era l'unificazione del popolo, era la fine di un conflitto ventennale. Ma subito dopo tutte le promesse dei vietcong sono crollate, in pochi giorni fu instaurata la repressione. Coloro che avevano avuto qualche rapporto con lo Stato furono deportati nei campi di rieducazione; e pochi sono tornati. Già nell'agosto 1975 il ministro dell'informazione pubblicò uno statuto per la stampa, zeppo di proibizioni e di censura per qualunque opposizione. In pochi mesi fu imposto un totalitarismo sanguinario, immensamente peggiore del precedente».

Addirittura...

«Sì, perché Thieu era diventato tirannico soprattutto negli ultimi anni, sotto la pressione della guerriglia e dopo il ritiro dei militari Usa nel marzo 1973. Nemmeno cattolici e buddhisti ormai lo volevano più, si fidavano del "dialogo" promesso dal Nord Vietnam. Ho qui i testi: L'Unità, 13 aprile 1975, intervista al ministro degli Esteri dei vietcong: "Respingo la definizione di comunista, noi rappresentiamo diversi partiti e tutti gli strati sociali". Rinascita, 11 aprile 1975, ambasciatore dei vietcong a Parigi: "Intendiamo regolare i problemi del Sud, compresa la questione del futuro governo, in conformità con gli accordi di pace del 1973... Riteniamo che la futura amministrazione dovrà essere di coalizione. Cioè nessuna della parti politiche del Sud deve avere tutti i poteri e monopolizzare il governo". Solo il milione e mezzo di vietnamiti scappati dal Nord negli anni Cinquanta non nutrivano illusioni. E difatti da subito i vietcong instaurarono anche a Saigon un regime totalitario di tipo staliniano. Tuttora, 25 anni dopo, in Vietnam non c'è democrazia: come in quelle poche ridotte comuniste - Cuba, Birmania, Corea del Nord... - che vorrebbero liberarsi da un peso insopportabile e non ci riescono».

Almeno, però, il popolo era «libero dall'imperialismo e autodeterminato».

«Tutt'altro. Il popolo vietnamita non ha mai dimostrato di volere un governo comunista. Anzi - come si dice - la gente "votava con i piedi": ovvero scappava. I boat people cominciarono già quell'estate del 1975».

Da noi si diceva però che se ne andavano «i ricchi e i collaborazionisti, quelli che non volevano affrontare i disagi della ricostruzione del nuovo Vietnam».

«Già: queste teorie in Italia, esclusi Egisto Corradi e il sottoscritto, le scrivevano tutti i giornalisti, all'inizio. Oggi non c'è alcun dubbio che fuggissero tutti quelli che potevano. Dal regime e dalla fame: infatti, mentre prima il Sud - nonostante la guerra - esportava riso e non ha mai sofferto l'inedia, l'anno dopo la "liberazione" sono cominciate le carestie e le importazioni. L'economia del Paese è stata distrutta alla base, sennò oggi il Vietnam sarebbe una Corea del Sud».

Ma vediamo pure il versante italiano della faccenda. Come reagirono i media all'involuzione dittatoriale del regime di Hanoi?

«Dopo il 1975 ci fu una sorta di black out sulla stampa italiana: un paio d'anni di silenzio imbarazzato in cui c'era chi sosteneva che le notizie catastrofiche provenienti dal Vietnam erano manipolate dalla Cia (e nel frattempo esaltava i programmi economici dei khmer rossi della vicina Cambogia). Questo fino al 1978, quando iniziò la guerra tra comunisti cambogiani e comunisti vietnamiti, e allora tutti si schierarono contro i khmer per difendere la filosovietica Hanoi».

Venticinque anni dopo, dove sono finiti gli opinion leaders preoccupati per l'autodeterminazione del «glorioso popolo del Vietnam»?

«Nessuno ha detto: mi sono sbagliato. O hanno taciuto, oppure hanno concluso che il Vietnam era un Paese ormai liberato, e quindi aveva la sua strada da percorrere. I maggiori opinionisti, che allora sostenevano sia i vietcong che i khmer rossi, non hanno ritenuto di fare alcun mea culpa. Però io ricordo quello che scrivevano Tiziano Terzani, Raniero La Valle, Ruggero Orfei... O lo stesso padre Ernesto Balducci nel libro Vietnam la collera di Dio: come se i vietcong fossero la mano di Dio contro la corruzione del mondo».

Manca ancora una storia vera della guerra del Vietnam, dunque.

«Non c'è dubbio. Per esempio, non sono a conoscenza di uno studio sul comportamento della stampa italiana in quegli anni. In America o anche in Francia gli storici hanno fatto qualcosa, ma a livello di opinione pubblica il mito è rimasto quello: i vietcong, un popolo piccolo ed eroico che si è liberato dall'imperialismo americano. Del resto, quando finisce un'epopea è difficile fare un esame obiettivo. E poi alle nuove generazioni, ormai, quella guerra dice poco o nulla».

E perché invece il Vietnam ha tanto colpito gli intellettuali e l'opinione pubblica occidentale?

«Perché a partire degli anni Cinquanta la cultura comunista italiana (che cominciava a sentirsi disillusa dall'Albania e dall'Ungheria, dal rapporto Khruscev, eccetera) ha creato altri miti incontrollabili: Cuba, il Mozambico, Mao, fino ai più recenti Burkina Faso e ai sandinisti del Nicaragua. E il Vietnam, naturalmente. Il Pci ha avuto un'impostazione culturale di tutto rispetto centrata soprattutto sulla creazione del mito delle rivoluzioni socialiste e del bene del popolo proveniente dalla rivoluzione. Mi sono sempre meravigliato di come mai, quando nasceva un caso nuovo nei Paesi del terzo mondo, il primo a partire e poi ad imporre il suo parere sull'opinione pubblica fosse il Pci. Avevano bisogno di tenere alto il morale proletario e debbo dire che lo facevano con grande serietà di sussidi; traducevano, pubblicavano... Mentre la Dc ha sempre trascurato la politica estera, se non il Mediterraneo e la Nato. E anche la stampa cattolica ha mancato nel dare una cultura alternativa sul terzo mondo».

Kissinger ha scritto recentemente che «gli americani trovano difficile trarre un'autentica lezione da ciò che fu fatto» nel Vietnam. E l'Italia?

«Non credo che abbiamo imparato molto. Forse il tema del rispetto dei diritti umani: siamo giunti cioè dalle prese di posizione ideologico-politiche a un riconoscimento generale dei diritti dell'uomo. Del resto, oggi non c'è più il mito della società perfetta, che affascinava anche i cattolici pro-vietcong; dopo gli anni Ottanta - l'epoca della disillusione per l'ideologia tradita - è rimasto il vuoto».

Vuol dire che il Vietnam ha sparso il napalm pure sugli ideali?

«Un frutto della terra bruciata fatta dalle utopie degli ultimi trent'anni è che, crollati i miti terzomondisti, non c'è più interesse per il terzo mondo. Così ad esempio abbiamo un continente intero - l'Africa - che corre il pericolo non tanto di essere colonizzato dalle multinazionali, bensì di essere messo da parte e lasciato andare alla deriva. Sul Vietnam erano sbagliati gli indirizzi ideologici, non gli ideali: ed è mancata sia alla sinistra sia ai cattolici progressisti un'autocritica capace di salvarli. Ma anche la Chiesa non è stata capace di dare ai giovani grandi prospettive internazionali. Per me l'insegnamento del Vietnam dal punto di vista cristiano è questo: che la rivoluzione comunista, e quindi in Italia il Pci, sbagliavano ma davano grandi ideali e s'impegnavano fortemente nelle loro campagne. Noi ci siamo ridotti o ad accodarci, o a chiuderci nello spiritualismo».