Avvenire,
Giovedì 27 aprile 2000
INTERVISTA
Saigon libera.
O no?
«I vietcong
instaurarono da subito un regime durissimo»
«Quanto
conformismo nella stampa E quanto silenzio oggi»
E' il 30
aprile 1975: gli elicotteri prelevano gli ultimi americani ed alcuni esponenti
del governo sud-vietnamita dal tetto dell'ambasciata Usa di Saigon. È la
liberazione del Vietnam. «Liberazione»? Persino padre Piero Gheddo, che era
stato tra i pochissimi giornalisti (meno delle dita di una mano) ad opporsi per
un decennio allo schieramento pro-vietcong dei mass media italiani, confessa di
essersi sentito disorientato: «Tanto forte era il desiderio che la guerra
finisse, tanto giustificate le critiche per l'involuzione autoritaria del
governo Thieu, così chiare le promesse democratiche dei conquistatori e persino
le speranze della cosiddetta "terza forza" (i sudvietnamiti
pluralisti, sostenuti dalla Chiesa e dai buddhisti), che anch'io - quella volta
- ammetto d'essermi illuso».
Durò pochi
giorni. Poi il missionario del Pime di Milano, che era stato tre volte a lungo
in Vietnam del Sud ed aveva scritto quattro libri basati sulle
contro-informazioni ricevute da missionari e da bonzi, capì che l'illusione
aveva già gettato la maschera. «Al momento la "liberazione" fu
accolta con canti e gioia, era l'unificazione del popolo, era la fine di un
conflitto ventennale. Ma subito dopo
tutte le promesse dei vietcong sono crollate, in pochi giorni fu instaurata la
repressione. Coloro che avevano avuto qualche rapporto con lo Stato furono
deportati nei campi di rieducazione; e pochi sono tornati. Già nell'agosto 1975 il ministro dell'informazione pubblicò uno statuto
per la stampa, zeppo di proibizioni e di censura per qualunque opposizione. In
pochi mesi fu imposto un totalitarismo sanguinario, immensamente peggiore del
precedente».
Addirittura...
«Sì, perché
Thieu era diventato tirannico soprattutto negli ultimi anni, sotto la pressione
della guerriglia e dopo il ritiro dei militari Usa nel marzo 1973. Nemmeno
cattolici e buddhisti ormai lo volevano più, si fidavano del
"dialogo" promesso dal Nord Vietnam. Ho qui i testi: L'Unità, 13
aprile 1975, intervista al ministro degli Esteri dei vietcong: "Respingo
la definizione di comunista, noi rappresentiamo diversi partiti e tutti gli
strati sociali". Rinascita, 11 aprile 1975, ambasciatore dei vietcong a
Parigi: "Intendiamo regolare i problemi del Sud, compresa la questione del
futuro governo, in conformità con gli accordi di pace del 1973... Riteniamo che
la futura amministrazione dovrà essere di coalizione. Cioè nessuna della parti
politiche del Sud deve avere tutti i poteri e monopolizzare il governo".
Solo il milione e mezzo di vietnamiti scappati dal Nord negli anni Cinquanta
non nutrivano illusioni. E difatti da
subito i vietcong instaurarono anche a Saigon un regime totalitario di tipo
staliniano. Tuttora, 25 anni dopo, in Vietnam non c'è democrazia: come in
quelle poche ridotte comuniste - Cuba, Birmania, Corea del Nord... - che
vorrebbero liberarsi da un peso insopportabile e non ci riescono».
Almeno, però,
il popolo era «libero dall'imperialismo e autodeterminato».
«Tutt'altro. Il popolo vietnamita non ha mai dimostrato
di volere un governo comunista. Anzi - come si dice - la gente "votava
con i piedi": ovvero scappava. I boat people cominciarono già quell'estate
del 1975».
Da noi si
diceva però che se ne andavano «i ricchi e i collaborazionisti, quelli che non
volevano affrontare i disagi della ricostruzione del nuovo Vietnam».
«Già: queste
teorie in Italia, esclusi Egisto Corradi e il sottoscritto, le scrivevano tutti
i giornalisti, all'inizio. Oggi non c'è alcun dubbio che fuggissero tutti
quelli che potevano. Dal regime e dalla fame: infatti, mentre prima il Sud -
nonostante la guerra - esportava riso e non ha mai sofferto l'inedia, l'anno dopo la "liberazione"
sono cominciate le carestie e le importazioni. L'economia del Paese è stata
distrutta alla base, sennò oggi il Vietnam sarebbe una Corea del Sud».
Ma vediamo pure il versante italiano
della faccenda. Come reagirono i media all'involuzione dittatoriale del regime
di Hanoi?
«Dopo il 1975 ci fu una sorta di black out
sulla stampa italiana: un paio d'anni di silenzio imbarazzato in cui c'era
chi sosteneva che le notizie catastrofiche provenienti dal Vietnam erano
manipolate dalla Cia (e nel frattempo esaltava i programmi economici dei khmer
rossi della vicina Cambogia). Questo fino al 1978, quando iniziò la guerra tra
comunisti cambogiani e comunisti vietnamiti, e allora tutti si schierarono
contro i khmer per difendere la filosovietica Hanoi».
Venticinque anni dopo, dove sono finiti
gli opinion leaders preoccupati per l'autodeterminazione del «glorioso popolo
del Vietnam»?
«Nessuno ha detto: mi sono sbagliato. O
hanno taciuto, oppure hanno concluso che il Vietnam era un Paese ormai
liberato, e quindi aveva la sua strada da percorrere. I maggiori opinionisti,
che allora sostenevano sia i vietcong che i khmer rossi, non hanno ritenuto di fare alcun mea culpa. Però io ricordo quello
che scrivevano Tiziano Terzani, Raniero La Valle, Ruggero Orfei... O lo stesso
padre Ernesto Balducci nel libro Vietnam la collera di Dio: come se i vietcong
fossero la mano di Dio contro la corruzione del mondo».
Manca ancora
una storia vera della guerra del Vietnam, dunque.
«Non c'è
dubbio. Per esempio, non sono a conoscenza di uno studio sul comportamento
della stampa italiana in quegli anni. In America o anche in Francia gli storici
hanno fatto qualcosa, ma a livello di opinione pubblica il mito è rimasto
quello: i vietcong, un popolo piccolo ed eroico che si è liberato
dall'imperialismo americano. Del resto, quando finisce un'epopea è difficile
fare un esame obiettivo. E poi alle nuove generazioni, ormai, quella guerra
dice poco o nulla».
E perché
invece il Vietnam ha tanto colpito gli intellettuali e l'opinione pubblica
occidentale?
«Perché a
partire degli anni Cinquanta la cultura
comunista italiana (che cominciava a sentirsi disillusa dall'Albania e
dall'Ungheria, dal rapporto Khruscev, eccetera) ha creato altri miti incontrollabili: Cuba, il Mozambico, Mao, fino
ai più recenti Burkina Faso e ai sandinisti del Nicaragua. E il Vietnam,
naturalmente. Il Pci ha avuto un'impostazione culturale di tutto rispetto
centrata soprattutto sulla creazione del mito delle rivoluzioni socialiste e
del bene del popolo proveniente dalla rivoluzione. Mi sono sempre meravigliato di come mai, quando nasceva un caso nuovo
nei Paesi del terzo mondo, il primo a partire e poi ad imporre il suo parere
sull'opinione pubblica fosse il Pci. Avevano bisogno di tenere alto il
morale proletario e debbo dire che lo facevano con grande serietà di sussidi;
traducevano, pubblicavano... Mentre la Dc ha sempre trascurato la politica
estera, se non il Mediterraneo e la Nato. E
anche la stampa cattolica ha mancato nel dare una cultura alternativa sul terzo
mondo».
Kissinger ha
scritto recentemente che «gli americani trovano difficile trarre un'autentica
lezione da ciò che fu fatto» nel Vietnam. E l'Italia?
«Non credo che
abbiamo imparato molto. Forse il tema del rispetto dei diritti umani: siamo
giunti cioè dalle prese di posizione ideologico-politiche a un riconoscimento
generale dei diritti dell'uomo. Del resto, oggi non c'è più il mito della
società perfetta, che affascinava anche i cattolici pro-vietcong; dopo gli anni
Ottanta - l'epoca della disillusione per l'ideologia tradita - è rimasto il
vuoto».
Vuol dire che
il Vietnam ha sparso il napalm pure sugli ideali?
«Un frutto della
terra bruciata fatta dalle utopie degli ultimi trent'anni è che, crollati i
miti terzomondisti, non c'è più interesse per il terzo mondo. Così ad esempio
abbiamo un continente intero - l'Africa - che corre il pericolo non tanto di
essere colonizzato dalle multinazionali, bensì di essere messo da parte e
lasciato andare alla deriva. Sul Vietnam erano sbagliati gli indirizzi
ideologici, non gli ideali: ed è mancata
sia alla sinistra sia ai cattolici progressisti un'autocritica capace di
salvarli. Ma anche la Chiesa non è stata capace di dare ai giovani grandi
prospettive internazionali. Per me l'insegnamento del Vietnam dal punto di
vista cristiano è questo: che la rivoluzione comunista, e quindi in Italia il
Pci, sbagliavano ma davano grandi ideali e s'impegnavano fortemente nelle loro
campagne. Noi ci siamo ridotti o ad accodarci, o a chiuderci nello
spiritualismo».