Fides, 26-5-2000

 

SUDAN - La testimonianza di p. Hilari Boma, per 16 mesi nelle carceri di Khartoum

 

Roma (Fides) - "Il problema della mia sofferenza non si ferma col mio rilascio, perché la Chiesa continua a soffrire": è quanto ha detto a Fides p. Hilari Boma, uno dei due sacerdoti arrestati dal regime di Khartoum nell’estate 1998 e rilasciato lo scorso dicembre grazie al "perdono presidenziale". Padre Boma non ama parlare dei mesi passati in carcere, anche se lascia intuire che siano stati duri, visto che 5 dei 26 arrestati con lui non sono usciti vivi dall’esperienza. P. Hilari, 59 anni, era stato arrestato alla fine di luglio del 1998. Con lui erano state arrestate altre 25 persone, fra cui un altro sacerdote, p. Lino Sebit, di 31 anni. Tutti erano accusati di aver partecipato agli attentati dinamitardi di Khartoum del 20 giugno 1998. I due sacerdoti sono stati rilasciati il 6 dicembre 1999. Ora p. Boma è in Germania per curarsi. Prima dell’arresto, per 20 anni era stato il responsabile dei rapporti tra Chiesa e Governo, ed era incaricato dei rapporti con i musulmani. Questo è il testo dell’intervista.

Cosa ci può dire del suo arresto?

Il mio non è un caso singolo. Eravamo in 26, tra cui due preti. Cinque di quelli arrestati con me sono morti in carcere per le torture. Per noi vivi la questione si è risolta bene. Siamo stati perdonati dal presidente il 6 dicembre 1999. Ma per me, come sacerdote, il problema della sofferenza non si ferma col mio rilascio.

Perché?

La Chiesa in Sudan continua a soffrire, è abbandonata dal mondo, non esiste nei piani dei grandi movimenti internazionali. Gli interessi delle grandi nazioni sembrano più importanti della nostra sofferenza. La nostra vita è la continuazione della croce. In alcuni casi l’esito di questa sofferenza è drastico, si conclude con la morte; a volte, come nel mio caso, si risolve in modo provvidenziale, con l’uscita dalla prigione. Ma la sofferenza rimane. Per 20 anni, come rappresentante della Chiesa nel dialogo coi musulmani e persona di collegamento tra Chiesa e Governo, ho vissuto la situazione terribile di un popolo che soffre ed è abbandonato.

La sua liberazione, però, non è avvenuta riconoscendo la sua innocenza?

In effetti non c’è stata assoluzione ed un pieno riconoscimento dell’innocenza. Un giorno ci hanno prelevato dalla prigione, ci hanno chiamato e il presidente Baschir ci ha detto, "dimentichiamo il passato: in questo clima di pace e di distensione politica e religiosa io vi rilascio".

Il presidente Baschir, con lo scioglimento del Parlamento e il siluramento di Tourabi, sembra voler emarginare l’ideologo fondamentalista. Questo è positivo?

Non è positivo per il Sudan e per il popolo. Sarà positivo per i potenti, perché stanno combattendo per il potere. Ma i loro scontri non sono dettati dall’interesse del popolo e dei fedeli. E’ andata così negli ultimi 40 anni. Le lotte politiche a Khartoum non si combattono per il popolo, ma per gli interessi di potere. Tourabi, poi, continua ad avere grande influenza. Muove i suoi seguaci come prima.

Non c’è stato nessun miglioramento negli ultimi mesi?

La situazione non migliorerà mai se aspettiamo svolte dall’interno. I sudanesi non sono riusciti a darsi la pace negli ultimi 40 anni; non credo che possano riuscirci nei prossimi 10. Finché Khartoum guarderà al Medio Oriente e non all’Africa, e continuerà a considerarsi araba prima che africana, sarà contro il cristianesimo, e non si risolveranno i problemi. Forse il governo, che ora è militare, può iniziare a risolvere qualcosa. Ma ci vuole un intervento esterno.

Cioè?

Intanto non bisogna più dare armi al Sudan. Ma ci vuole l’ingresso di una forza dell’ONU o dell’OUA. Ci vuole una forza armata, perché quando vedi due persone che si battono bisogna separarli. Purtroppo molti paesi occidentali difendono i loro interessi, e non potranno affrontare i problemi che il governo del Sudan non riesce a risolvere.

Tornerà in Sudan?

Per adesso è difficile. Ma come prete spero di tornare in ogni momento (26/5/2000)

 

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SUDAN - Rapporto sul Sudan dei vescovi sudafricani

 

Città del Capo (Fides) – Una delegazione di vescovi sudafricani di ritorno da una visita in Sudan dal 20 al 31 marzo ha stilato un rapporto che denuncia le persecuzioni e l’insicurezza in cui vivono i cristiani del nord e del sud del paese. "A Khartoum – si legge nel rapporto giunto a Fides - i rifugiati dal sud vivono in case fatte di mattoni di fango, vittime di continue e indiscriminate distruzioni e spostamenti da parte del governo". Nel sud, invece, i vescovi hanno verificato gli effetti di "indiscriminati bombardamenti su obiettivi civili".

La delegazione ha potuto visitare la capitale sudanese e 4 diocesi nelle zone del sud Sudan. Nel paese è in atto dal 1983 un conflitto che contrappone il governo islamico di Khartoum e l’Esercito Popolare di Liberazione Sudanese (SPLA) che si batte per l’autodeterminazione del Sudan meridionale a maggioranza nera e cristiano-animista.

Nel rapporto i vescovi sudafricani denunciano che "milioni di abitanti del sud vivono in campi fuori della capitale, senza avere i servizi di base". Dopo aver visitato i campi di Jebel Aulia, Jabarona e Dar el Salaam, hanno notato che l’acqua è fornita solo sporadicamente, mentre sono completamente assenti centri sanitari e scuole. Le uniche scuole presenti, secondo il rapporto, sono quelle gestite dalla Chiesa, ma il governo non permette alla diocesi di Khartoum di costruire nuove strutture. "Ovunque, invece – segnala il rapporto – stanno sorgendo nuove moschee con finanziamenti governativi".

"Nelle zone sotto controllo governativo – affermano i vescovi - ai cristiani sono inflitte ingiustizie senza numero". Nel rapporto è citato il caso di donne cristiane dei campi arrestate per aver prodotto e venduto - contrariamente alle disposizioni della Sharia - un tipo di birra artigianale. Vendita di birra e altri piccoli commerci sono l’unica fonte di sostentamento per le famiglie dei rifugiati. Nel rapporto si segnala anche la distruzione di chiese e edifici scolastici cristiani: i vescovi hanno potuto visitare anche il Club Cattolico, vicino all’aeroporto di Khartoum, gestito dall’arcidiocesi e sequestrato dalle autorità agli inizi del 1998.

Nel sud la delegazione ha visitato le diocesi di Torit, Rumbek, Yei e Yambio. I vescovi denunciano "gli indiscriminati bombardamenti di obiettivi civili" e l’uso, da parte delle autorità, di "aerei Antonov d’alta quota" le cui operazioni "terrorizzano le popolazioni civili". "Gli obiettivi delle bombe – si segnala – sono le chiese, le scuole e gli ospedali tenute dai religiosi". Secondo il rapporto negli ultimi mesi sono state bombardate a più riprese le città di Lui, Yirol, Nimule, Kaya and Yomcir.

Il rapporto si sofferma sugli interessi economici che muovono il conflitto: "Il sud è ricco di petrolio – scrivono i vescovi – e per favorire le compagnie di Canada, Malaysia e Cina, il governo di Khartoum ripulisce sistematicamente le aree dei giacimenti dalla presenza di popolazione civile".

Intanto a Khartoum continua la lotta di potere tra il presidente Omar el Baschir e l’ideologo fondamentalista Hassan el Tourabi. Il presidente, lo scorso dicembre, aveva sciolto il parlamento presieduto da Tourabi, e agli inizi di maggio ha anche rimosso l’avversario dalla carica di segretario generale del Congresso Nazionale (il partito al potere di cui Baschir è anche presidente). Dopo il doppio siluramento dell’ideologo, il presidente ha promesso di portare avanti il "processo di democratizzazione e di concordia nazionale". (26/5/2000)