Corrispondenza romana, 16 settembre 2000 - n. 681

 

Pio IX, i radicali e il 20 settembre

 

 Roberto de Mattei

 

 

 

Diverse furono le ragioni per le quali Pio IX si oppose alla cessione del suo potere temporale. Innanzitutto si trattava  di un patrimonio che non apparteneva alla sua persona, ma alla istituzione che egli rappresentava e che, come tale, egli non aveva la libertà di alienare. Eletto al soglio pontificio, il Papa aveva giurato di mantenere il patrimonio petrino quale l’aveva ricevuto e avrebbe tradito la sua coscienza se avesse accondisceso alle richieste rivoluzionarie. In secondo luogo non esisteva alcun serio motivo perché il Papato dovesse rinunciare ad una sovranità temporale esercitata da secoli. I sudditi dello Stato pontificio non reclamavano di essere “liberati” dal loro governo e di essere annessi al Piemonte, anche perché le loro condizioni di vita, materiale e morale, ne sarebbero state certamente, come accadde, pregiudicate.

 

Ma c’è una terza ragione, che Pio IX ebbe modo di esprimere più volte, in diversi documenti. Egli era convinto che l’espropriazione dello Stato pontificio non fosse altro che un mezzo per sopprimere la voce del Pontefice, togliendogli quei possedimenti materiali che garantivano la sua libertà di espressione.

 

Il 18 agosto 1849 Pio IX scriveva alla granduchessa Maria di Toscana: “Sebbene la tutela del dominio temporale della Santa Sede sia in me un dovere di coscienza, pur nonostante è un pensiero assai secondario, in confronto dell’altro che mi occupa, di procurare cioè che i popoli cattolici conoscano la verità”.

 

Dopo il 20 settembre, Pio IX manifestò la sua convinzione che questa data avesse una valenza non “nazionale”, ma anticattolica e che, come tale, dovesse essere rifiutata dalla coscienza di ogni fedele. Che egli non avesse torto lo confermano le pesanti accuse oggi a lui rivolte, soprattutto da coloro che si proclamano “eredi” del 20 settembre e si accingono a celebrare questa data in una prospettiva dichiaratamente anticattolica.

 

Dietro la denominazione di “manifestazione anticlericale”, quella promossa da Marco Pannella, Emma Bonino e compagni, si presenta infatti come una iniziativa che pretende contrapporsi frontalmente alle istituzioni e ai princìpi della Chiesa cattolica, portando sul banco degli imputati tutte le recenti prese di posizione del Magistero pontificio, soprattutto quelle che affermano l’universalità del mistero salvifico della Chiesa e la oggettività del diritto naturale e cristiano.

 

Che si tratti di bioetica, di presunti diritti omosessuali, di aborto o di eutanasia, ciò che si nega ai cattolici è di difendersi da un sempre più aggressivo processo di laicizzazione della società i cui risultati catastrofici sono sotto gli occhi di tutti. La novità è che tutto questo viene fatto in nome del 20 settembre, con toni che ricordano i tempi in cui Garibaldi definiva Pio IX “un metro cubo di letame”.

 

Non bisogna dare ai radicali più peso di quello che hanno. Se essi escono allo scoperto in maniera così rumorosa, vuol dire che il cattolicesimo che combattono è ben vivo e fiorente. Per accorgersi di questa vitalità non c’era bisogno peraltro della “manifestazione anticlericale” del 20 settembre.

 

Era sufficiente trovarsi, tra il 15 e il 18 agosto, a Roma, dove due milioni di giovani sono convenuti alla ricerca di quelle parole di Verità che oggi si vorrebbero cancellare.