Il
Giornale, 18-7-2000
L´Ostpolitik
di Casaroli danneggiò i cattolici
Intervista con
il cardinale slovacco Korec:
Nelle ultime
settimane si è parlato molto dell'Ostpolitik, la politica della trattativa con
i regimi dell'Est europeo che ha visto protagonista sotto gli ultimi
pontificati lo scomparso cardinale Agostino Casaroli. Il martirio della
pazienza (Einaudi editore) è il titolo del libro che raccoglie le riflessioni
del porporato piacentino, presentato con grande solennità lo scorso giugno in
Vaticano alla presenza di cardinali e autorità politiche.
Sono uscite
decine di recensioni e molti autorevoli commentatori hanno esaltato la figura e
l'opera di Casaroli.
Nessuno ha ricordato, però, l'altra
faccia dell'Ostpolitik. Cioè la sofferenza che trattative vaticane, tese a
garantire la sopravvivenza dei cattolici dell'Est, provocavano nei vescovi di
quei Paesi.
Il Giornale ha intervistato uno degli ultimi
testimoni di quell'epoca: Ján Korec, 76 anni, vescovo di Nitra, cardinale dal
1991.
Un prelato
nato in un'umile famiglia di operai slovacchi, che ha passato la maggior parte
della sua vita di vescovo clandestino tra il carcere e la fabbrica.
La sua è una
testimonianza importante per ricostruire la storia di quegli anni.
Può raccontare l'inizio delle
persecuzioni contro i cristiani in Cecoslovacchia?
"Uno dei
punti culminanti della furia atea nel nostro Paese fu la soppressione di tutti
i monasteri e gli istituti religiosi maschili nella notte tra il 13 e il 14
aprile 1950. In quella "notte dei barbari" i religiosi sono stati
imprigionati nei cosiddetti "monasteri - campi di concentramento".
Però già prima, dal 1948, il regime aveva soppresso i seminari, le case
editrici, le confraternite, le organizzazioni giovanili. Imprigionavano i
sacerdoti, portavano in tribunale i superiori religiosi, avevano messo in
carcere alcuni vescovi, mentre altri erano sottoposti a una sorveglianza
ferrea".
Come reagiva la Chiesa?
"La
"macchina" della persecuzione si era messa in moto ferocemente. Dopo
la presa del potere da parte del comunismo, ai vescovi era già stata concessa
da Roma la facoltà di consacrare segretamente altri vescovi in caso di
necessità e ciò era accaduto nel 1949 in tre diocesi".
Lei era già prete?
"No. Nel
'49 ero seminarista gesuita. Dopo la soppressione degli istituti religiosi sono
riuscito a diventare sacerdote clandestinamente. L'ordinazione è avvenuta il 1
ottobre 1950 in un ospedale, dove i medici, con il pretesto di un esame
clinico, avevano invitato il vescovo di Roznava, Robert Pobozny. E' stato
disponibile a ordinarmi prete nonostante i rischi che correva".
Quando venne consacrato vescovo?
"Nel
gennaio 1951, quando la situazione si inasprì, lo stesso monsignor Pobozny
consacrò vescovo clandestinamente un giovane prete gesuita, padre Pavol
Hnilica. Quest'ultimo dopo alcuni mesi fu scoperto e la polizia emise un
mandato di cattura nei suoi confronti. Riuscì a fuggire da Brno e arrivò a
Bratislava: l'unica soluzione possibile per lui era quella di consacrare un
nuovo vescovo e poi cercare di fuggire all'estero. Il superiore dei gesuiti mi
chiese di accettare. Fu una decisione difficile, ma risposi di sì. Così il 24
agosto 1951 Hnilica mi consacrò vescovo clandestinamente, a Bratislava".
Poi che cosa accadde?
"Hnilica
fuggì all'estero. Io sono rimasto in Slovacchia, ho vissuto da lavoratore e
anche da prigioniero compiendo la mia difficile missione fino al 1989. È ovvio
che facevo tutto clandestinamente e che ero controllato dalla polizia".
Quanti anni ha passato in prigione?
"Sono
stato condannato a dodici anni di carcere nel 1960 e sono rimasto in prigione
per otto anni, fino al febbraio 1968".
Che cosa l'ha fatta soffrire di più in quel periodo?
"Tutti i
tormenti che dovevamo subire. Insieme ai 200 sacerdoti imprigionati ero sempre
chiuso sotto chiave, senza libri, senza altare, senza Santa Messa, privato dei
diritti umani, ogni giorno tra ladri e assassini, odiato dalle guardie
carcerarie che consideravano i preti peggiori dei delinquenti comuni. L'odio
del comunismo ateo ci umiliava in tutti i modi, dal mattino alla sera, mese
dopo mese, anno dopo anno. Però ci sosteneva la preghiera e l'amore sacerdotale
vicendevole, che avvertivano anche gli altri detenuti".
Come passava il tempo in prigione?
"Prima
vivevamo in tre in una cella. Ripiegavamo dei piccoli cartoni con un fermaglio
di ferro. Poi fabbricavamo collane di perle: dovevamo produrne ottanta al
giorno, ed era davvero difficile. Il nostro rendimento era rigorosamente
controllato. Lavoravamo tutta la giornata chiusi, ci era concessa soltanto una
passeggiata di un'ora, sotto sorveglianza. Ci passavano il cibo attraverso una
feritoia".
Ha fatto anche lavori più impegnativi?
"Sì,
quando mi hanno trasferito nel reparto dove affilavano il vetro per lampadari.
Era un lavoro più difficile, le mani dovevano stare sempre sulla mola. Chi non
produceva il numero di pezzi stabilito veniva punito con dieci giorni di
isolamento: doveva dormire sull'asse di legno, riceveva un'unica porzione di
cibo per tre giorni e doveva pagare una tassa di 30 corone al giorno. Per molti
di noi questa era una grande sofferenza, oltre al fatto di dover lavorare con
le dita che si ferivano a sangue sulla mola".
Perché il regime ha tentato di eliminare sistematicamente la
Chiesa?
"I
comunisti sono guidati dall'ateismo militante. Dio doveva scomparire dalla vita
della nazione. L'opera di ateizzazione colpiva tutto: le scuole, la radio,
tutte le istituzioni. Una persona credente non poteva fare l'insegnante, non
poteva andare all'estero, studiare all'università, svolgere attività
nell'esercito o negli uffici pubblici. Uno dei membri della direzione del
Partito comunista aveva scritto che "la Chiesa è il nemico più
accanito" del comunismo e del socialismo e quindi anche dello Stato. La
Chiesa come istituzione era considerata un nemico mortale, perché non
consentiva nulla di ciò che loro invece facevano".
Quello che le veniva contestato era il credere in Dio o la
fedeltà al Papa?
"Il
fondamento dell'atteggiamento dei miei accusatori era l'odio verso la fede in
Dio e l'ateismo militante. In secondo luogo c'era l'odio verso la Chiesa, i
sacerdoti e i fedeli. L'odio arrivava fino al Papa, nel quale vedevano un
alleato dello scellerato imperialismo occidentale. A me durante il processo fu
attribuita la colpa di "fedeltà al Papa". Risposi: "Io sono
fiero di questa fedeltà". Durante l'istruttoria dissero a un prete: "Impiccheremo
anche il vostro Papa"".
A partire dal 1963 sono cominciate le
missioni degli emissari vaticani all'Est. E' l'inizio dell'Ostpolitik. Quali
frutti ha portato?
"E'
difficile dirlo. Podgornyj e Adzubej, genero di Krusciov, sono stati ricevuti
in udienza in Vaticano. Però, dopo la scoperta dei delitti di Stalin, le chiese
in Russia con Krusciov continuavano a essere demolite. Fu condannato soltanto
un certo "culto della personalità". Tutto si è rivelato soltanto una
farsa che in alcune parti del mondo continua a sussistere: penso alla Cina,
alla Corea del Nord, a Cuba, al Vietnam. Com'è difficile che cambi qualcosa in
quei Paesi. Il comunismo era ed è un sistema terribile di vita".
Il suo giudizio sull'Ostpolitik?
"I
tentativi di contatti non avrebbero dovuto essere negativi. Sarebbe stato
peggio fare dei compromessi su cose sostanziali della vita della
Chiesa...".
Molti vescovi
dell'Est, da Beran a Mindzenty a Wyszynski, hanno manifestato le loro
perplessità per il fatto che questi tentativi passavano di fatto sopra le loro
teste...
"Precisamente
questo tocca già la sostanza della vita della Chiesa. Il primate di Polonia,
Wyszynski, conosceva bene il comunismo e allo stesso tempo era aperto alla
trattativa. Però non riusciva a sopportare che si facesse qualcosa sopra la sua
testa. Nel nostro Paese à stato pericolosissimo il fatto che hanno gettato sul
tappeto ciò che di più prezioso noi avevamo, cioè la cosiddetta Chiesa
clandestina. Io stesso ho ricevuto l'ordine di cessare di ordinare segretamente
i sacerdoti. Per noi fu veramente una catastrofe, quasi come se ci avessero
abbandonato, buttato via".
Che cosa fece?
"Ho
obbedito. Questo però è stato il dolore più grande della mia vita. I comunisti,
così, hanno avuto nelle loro mani la pastorale pubblica della Chiesa. Se
qualche prete nella sua parrocchia si dedicava ai ministranti, veniva privato
del consenso statale senza il quale nessun sacerdote poteva esercitare. La
Chiesa era condannata a rinchiudersi negli edifici di culto e poi a
spegnersi".
Che effetto ebbe l'Ostpolitik sulle vostre attività?
"La
nostra speranza era la Chiesa clandestina, che silenziosamente collaborava con
i preti nelle parrocchie e che formava dei giovani pronti al sacrificio:
professori, ingegneri, medici, disposti a diventare preti. Io ne ho ordinati
circa 120. Queste persone lavoravano in silenzio tra i giovani e le famiglie,
pubblicavano di nascosto riviste e libri. In realtà l'Ostpolitik vendette
questa nostra attività in cambio delle promesse vaghe e incerte dei
comunisti".
Nel suo libro postumo Casaroli fa
capire che all'epoca il comunismo si credeva invincibile e che dunque bisognava
trattare per garantire almeno la sopravvivenza della Chiesa. Cosa pensa in
proposito?
"Se il
comunismo fosse durato cento anni, con quel metodo così inadeguato la Chiesa
nel nostro Paese sarebbe sparita, come un tempo sparì nell'Africa del Nord. Era
la Chiesa clandestina la nostra speranza. E invece le hanno tagliato le vene,
hanno disgustato migliaia di ragazzi e di ragazze, di padri e di madri e tanti sacerdoti
clandestini che erano pronti a sacrificarsi. Per fortuna dopo circa due anni ho
ricevuto da Roma un contrordine: tutti i divieti venivano revocati, tutto
tornava come prima. Allora però tante cose erano già state distrutte".
Qual era la sua idea sulla durata del comunismo?
"Non
avevo le idee chiare. Proprio per questo cercavamo di organizzare le cose in
modo che ci fossero nuovi sacerdoti, giovani fedeli ed entusiasti, perché si
continuasse la catechesi nelle famiglie. C'erano professionisti che erano
membri segreti delle comunità religiose: studiavano e al tempo stesso
svolgevano la loro attività lavorativa. Questa era la speranza per il futuro ed
era anche la prova che il Signore era con noi: si trattava di persone che
avevano offerto tutto ed erano disposte a finire in carcere".
Com'era giudicata da voi la nomina di
vescovi più "morbidi" verso il regime concordata con la diplomazia
vaticana?
"Nelle
nomine dei quattro nuovi vescovi del 1973 non era un problema il fatto che
fossero "morbidi": a volte è bene che il vescovo non sia troppo duro.
Il problema era che mentre i comunisti sapevano bene chi erano queste persone,
i negoziatori vaticani non lo sapevano oppure lo sapevano ma non davano a
questo grande importanza. In entrambi i casi un atteggiamento imperdonabile.
Uno dei vescovi scelti era pubblicamente conosciuto come un uomo del regime,
incapace, anzi senza la volontà di difendere la Chiesa e i fedeli dalla
brutalità dell'ateismo. E altri due erano a tal punto sotto il potere del
regime e della polizia segreta, che non erano in grado di opporvisi, neppure se
lo avessero ritenuto giusto e necessario. E quindi da "ostaggi" del
regime lasciavano correggere agli atei persino le loro lettere pastorali e le
circolari destinate ai preti".
Come venivano accolti dai fedeli i prelati compromessi con
il regime?
"Quando
qualche amministratore diocesano, che non era vescovo, veniva imposto dal
governo e prestava servizio al regime con animo servile, non era accolto dai
fedeli e dai preti che potevano ignorarlo nelle cose non buone. Se però al suo
posto arrivava un vescovo regolarmente nominato ma arrendevole, la vita dei
preti e dei fedeli si complicava molto. Così la nomina dei vescovi del 1973, in
pratica non ha portato nessun vero contributo alla nostra Chiesa".
Secondo lei perché è caduto il
comunismo? Quale ruolo ha avuto l'Ostpolitik?
"Mi posso
sbagliare. Ma penso che la caduta del comunismo sia stata complessa e abbia
avuto più cause. La zelante Ostpolitik avrà rappresentato l'uno per cento di
questi motivi. Lo sforzo buonista della diplomazia continua ancora oggi. Ma
perché la Cina è rimasta la Cina, il Vietnam è rimasto il Vietnam, e Cuba per
lo più è rimasta Cuba? Per non parlare della Corea del Nord... Certamente, con
la durezza della Chiesa si ottiene poco, mentre con la politica degli Stati si
ottiene di più. Da noi ha pesato di più la fedeltà e il coraggio dei sacerdoti
e dei fedeli, dei giovani e delle famiglie come anche degli ordini religiosi. I
comunisti avevano una grandissima paura del coraggio, perché non lo potevano
controllare. Era opera dello Spirito Santo".
Nell'89 si sono accese le speranze.
Eppure in molti casi all'Est non è rinata la fede...
"Le
speranze si sono accese veramente. Però non direi che la libertà non ha
comportato la rinascita. Nel corso di dieci anni del mio episcopato a Nitra ho
ordinato circa 100 sacerdoti. Centinaia di laici hanno finito gli studi di
teologia e ora insegnano religione nelle scuole. Abbiamo nuovi seminari
diocesani, le comunità religiose hanno rinnovato la loro vita e la loro
attività. Abbiamo 140 scuole cattoliche e speriamo di avere presto anche
un'università. Pubblichiamo riviste e libri, si sviluppano movimenti dei
bambini, dei giovani, delle famiglie dei malati".
Qual è l'atteggiamento della Chiesa slovacca nei confronti
della politica?
"La
Chiesa incoraggia i laici a una partecipazione piena alla vita pubblica. Però
la Chiesa sta al di sopra della politica quotidiana. Io sono stato consapevole
per tanti anni che non ci salvano né la dialettica, né le idee rivoluzionarie,
né la politica. Noi siamo salvati in Gesù Cristo, nella sua parola e nel suo
sacrificio sulla croce. La Chiesa di Cristo questo annuncia e di questo vive.
Tutti i fedeli, in qualunque luogo svolgano le loro attività, devono essere
consapevoli di queste verità e devono creare unità fino all'unità con il
successore di Pietro".