Avvenire,
Mercoledì 23-8-2000
Dopo decenni
di oblio le feste popolari stanno vivendo un periodo di forte rinascita: in
Italia ce ne sono migliaia
Un patrimonio
tenuto in vita soprattutto da gruppi, associazioni e studiosi locali
Non è la
retorica del «bel tempo andato» ma il tentativo di non lasciar morire le
proprie radici
Massimo
Centini
C'era un tempo
in cui la festa patronale era tutto. In uno o più giorni la comunità si riuniva
intorno alla statua del santo, al santuario, nel luogo del miracolo o
semplicemente sulla piazza del paese per mettere in scena la tradizione antica
di un rito le cui origini quasi sempre non erano note a nessuno. Ma era il
momento clou dell'anno e accanto alle fasi consacrate alla celebrazione vi
erano quelle della convivialità, del ballo a palchetto, dell'albero della
cuccagna, della corsa degli asini, o della sfilata di improbabili «contesse e
marchesi», maschere inventate dove la storia era stata avara di memorie.
Ma non
mancavano neppure rituali che trasudavano religiosità precristiana, rimasta
impigliata tra le maglie di un folklore che, come la vita, trova sempre il modo
per vincere, per non morire. Purtroppo però, forse per la forzata corsa alla
modernizzazione, per le bizze delle ideologie, o semplicemente per la paura che
tutto ciò che odorava di antico fosse da chiudere in soffitta, molte feste sono
andate perdute, cacciate nella parte più buia del dimenticatoio. Ma per
fortuna, dopo decenni di oblio, da quel solaio molte sono state recuperate,
ritrovate come una foto degli avi, come un quaderno dei bisnonni, o una
raccolta di lettere che prima di parlarci di vicende personali e familiari,
sono uno spaccato di microstoria eccezionale.
Finito il
tempo in cui ci si vergognava di essere contadini, oggi, anche per
l'accresciuto livello culturale dei ricercatori attivi localmente, molte feste
sono ritornate ad occupare un forte ruolo trainante in tante comunità: traino
per la riscoperta delle proprie radici, ma anche per un rilancio turistico, per
fare in modo di non uscire dalla storia.
Le feste
popolari (c'è chi le chiama patronali e chi invece le definisce rituali
collettivi) nel nostro Paese sono migliaia. Dalle più grandi e note alle più
piccole e sconosciute fuori dal centro in cui sono parte importante per la
cultura locale, queste manifestazioni sono presenti indistintamente in tutta la
penisola isole comprese. Naturalmente presentano caratteristiche diverse in
armonia con le singole culture regionali, ma i nuclei centrali sono gli stessi,
sempre, in ogni angolo. Certo esigono una categorizzazione: vanno suddivise
perché, ad esempio, c'è una notevole differenza tra le danze delle spade di
Venaus e la processione dei «Semari» di San Cocullo», tra il falò di San Giovanni
Battista e il Palio di Siena.
Per capire
quanto pesi l'universo festa nella cultura italiana basta leggere due recenti
volumi sull'argomento. Il primo, Guida
insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle feste
popolari in Italia, di Mauro Limiti (Newton & Compton Editori, pag.
576, L. 38.000) dimostra con una sconfinata serie di esempi il legame simbolico
che accomuna molte delle feste attuali con la tradizione pagana. Il secondo Guida alle sagre e alle feste patronali.
Oltre 1000 luoghi e tradizioni di Umberto Cordier (Piemme, pag. 478, L. 48.000)
è una vera e propria guida ragionata, che riesce a mediare tra l'informazione
storico-culturale e le notizie pratiche.
Calandosi «sul
campo» ci si rende conto che gran parte del patrimonio folkloristico è tenuto
in vita da gruppi, associazioni e studiosi locali che, anche con grande fatica,
cercano di non far morire un pezzetto della tradizione; tutto ciò senza alcuna
retorica del «bel tempo andato», ma con l'impegno di non perdere di vista la
propria cultura più autentica. Al di là di come lo si voglia guardare e
studiare, l'universo della festa popolare sa dirci molte cose sul nostro
passato, ma soprattutto sulla nostra identità.
Ad esempio, alcune feste, se ci
riferiamo alle scarne memorie oggettive ancora recuperabili, mantengono nel
tempo la loro solidità in ragione di una costante lotta tra paesi vicini,
considerati «nemici» da superare, anche umiliare, con manifestazioni e
celebrazioni più fastose, ricche e articolate. Emblematica la «lotta» tra Asti
e Alba, entrambe in Piemonte. La prima con il suo Palio, praticamente una
versione ridotta di quello di Siena, e la seconda con il suo Palio degli Asini
messo insieme con ironia e autoironia, ma fortemente metabolizzato nella cultura
locale, in cui viene difeso e trattato con tutti gli onori, dando al modesto
somarello una dignità in certi casi superiore a quella di un cavallo di razza.
Nelle feste di tradizione religiosa (che costituiscono
almeno il 70% del corpus totale) può succedere di cogliere riverberi e
peculiarità di un mondo pagano non completamente sopito. Non dimentichiamo che
la festa indubbiamente offre un fertile territorio sul quale impostare un
dialogo con il sacro, ma anche con la natura, l'ambiente, lo spirito; si conforma
quindi un linguaggio comprensibile a tutti, una sorta di «dialetto rituale»,
capace di consentire ad ognuno di noi di utilizzare un proprio sistema
culturale per esprimere o ritrovare la propria identità. Ad esempio ogni anno
si danno appuntamento a Castellazzo Bormida (Alessandria) numerosi motociclisti
provenienti da varie località italiane e anche dall'estero, per festeggiare la
Madonna della Creta che considerano la loro protettrice. Maggiormente
impegnativo il rito della festa della Madonna Addolorata di Mirabella Eclano
(Avellino). (…)
Un rito senza
dubbio singolare è anche quello della processione della Vara che si celebra a
Messina. La Vara è una pesantissima macchina di circa 20 metri, all'interno
della quale migliaia di ingranaggi fanno muovere angeli, nuvole, astri e santi
meccanici che partecipano alla ricostruzione dell'Assunzione della Vergine in
cielo. La Vara, costruita nel XIX secolo, è collocata su una grande slitta
trainata a fatica da centinaia di fedeli, molti dei quali partecipano alla
processione scalzi, per ringraziare l'intercessione della Madonna che ha voluto
rispondere alle loro suppliche con una grazia.
Un'altra
presenza fortemente simbolica all'interno del meccanismo rituale delle feste è
costituita dal cibo che, nella cultura popolare, svolge un ruolo fondamentale.
Nel caso specifico delle celebrazioni, religiose e laiche, risulta un elemento
aggregante: indicative le tante «Fagiolate» presenti nel calendario rituale del
nostro Paese. Quintali e quintali di fagioli spesso innaffiati con ettolitri di
vino, si trasformano nell'arco di volta della festa, evocando il vecchio detto
latino Primun vivere, deinde philosophare,
cioè bisogna prima vivere e poi pensare alla filosofia. Nelle nostrane feste le
due necessità antagoniste convivono senza attrito alcuno, poiché corpo e
spirito passato e presente sono a stretto contatto: si autoalimentano creando
un «luogo» sempre fertile. Sempre in festa...