La S. Eucaristia, LA SANTA COMUNIONE, Soggetti per Adorazioni tratti dalle Opere del B. Pietro Giuliano Eymard, Società Apostolato Stampa, Roma, 1946, pag. 154 e ss.

 

 

La Comunione

rimedio alla nostra tristezza

 

Qui iucundus eram et dilectus in potestate mea… ecce pereo tristitia magna in terra aliena!

Io che ero felice e amato nella mia potenza… ecco me ne muoio oppresso dalla tristezza in terra straniera.

1 Macc 6,11.13.

 

I

 

Noi siamo afflitti da una grande tristezza, che rimane attaccata in fondo al nostro cuore senza che la possiamo discacciare. Non c'è gioia per noi sulla terra, gioia che duri un po’ e che non finisca con le lacrime: non c'è, né può esserci. Siamo stati banditi dalla nostra casa e da quella del Padre. Questa tristezza fa parte integrante dell'eredità lasciata da Adamo peccatore alla sua posterità infelice.

La sentiamo soprattutto quando siamo soli con noi stessi e qualche volta è paurosa. E' in noi e non si sa donde venga. Le persone senza fede si scoraggiano, si disperano e preferiscono la morte a una vita simile. E' un crimine orribile che merita la dannazione!

Ma noi cristiani, quale rimedio troveremo a questa mestizia innata? La pratica della virtù, lo zelo per la perfezione cristiana? Non basta. Le prove, le tentazioni faranno ancora spesso trionfare la tristezza; e quando questa domina crudelmente il cuore, non si può fare ne dire nulla: si è accasciati, sfiniti. Nostro Signore nell'orto degli ulivi fu per morirne. E durante i trentatré anni della sua vita fu sempre sotto il peso della tristezza. Era dolce e buono, ma triste, perché aveva preso su di se le nostre infermità. Vedete come piangeva Gesù! Il Vangelo lo nota mentre non dice che abbia riso.

I santi, come il loro Maestro, passavano la loro vita nella tristezza, causata dalla loro condizione di esiliati, dal male che vedevano intorno a sé e dall'impotenza in cui si trovavano di glorificare Dio quanto avrebbero desiderato. Soltanto che essi rendevano soprannaturale la loro tristezza.

Occorre dunque un rimedio a questo male generale: il rimedio consiste nel non restare solo con sé ed in sé. Bisogna sfogare la propria tristezza, altrimenti saremo travolti da essa come da un torrente. Molti cercano le consolazioni umane e si sfogano nel cuore di un amico o di un direttore: ciò non sarà sufficiente specialmente se Dio vi ha mandato un aumento di tristezza per prova, oh! Allora nulla giova. Anzi vedendo che le buone parole, gli avvisi paterni non hanno ricondotto la gioia e dissipato le nubi della tristezza, si ricade più in basso e il demonio ne approfitta per portarci alla diffidenza verso Dio; e così si vedono delle anime tra le più pure e le più sante, fuggire Dio, aver paura della sua conversazione come Adamo nel Paradiso. La preghiera può certamente placare un po’ la tristezza, ma non basta a dare una gioia schietta di qualche durata.

Nostro Signore pregò tre ore nel Getsemani, e la sua tristezza non passò: ricevette soltanto la forza di sopportarla.

Una buona confessione ci dà un po’ di calma; ma il pensiero di avere offeso un Dio così buono, facilmente riconduce la mestizia.

Qual è dunque il vero rimedio?

 

II.

 

Il rimedio assoluto è la Comunione; è un rimedio sempre nuovo, sempre energico, a cui la tristezza non resiste. Nostro Signore si è messo nell'Eucaristia e viene in noi per combattere direttamente la nostra tristezza. Io pongo come principio che un'anima la quale si comunica con vero desiderio e con una vera fame di Gesù, non rimane triste nella sua comunione. Dopo, la mestizia potrà ritornare, perché è propria della nostra condizione di esuli; ritornerà tanto più presto quanto prima ci saremo ripiegati su noi stessi e non saremo rimasti abbastanza nel pensiero della bontà di Nostro Signore; ma giammai nel momento in cui Gesù entra in noi! La Comunione è un banchetto; Gesù fa le sue nozze con l'anima fedele: volete che si pianga? Mi appello alla vostra esperienza personale: tutte le volte che, prima della Comunione e nonostante una buona confessione eravate triste, non avete forse sentito rinascere la gioia quando Nostro Signore scendeva nel vostro cuore?

Zaccheo il pubblicano non fu ricolmo di gaudio nel ricevere Gesù benché avesse molti motivi di essere triste per le sue frodi, che lo accusavano  pubblicamente?

I due discepoli di Emmaus, così tristi lungo il cammino anche in compagnia di Nostro Signore che parlava loro e li istruiva, sono ripieni di felicità dopo la frazione del pane: la gioia trabocca dal loro cuore, e nonostante la notte, la lunghezza del viaggio e la stanchezza, corrono a Gerusalemme ad annunziare la loro gioia e farne partecipi gli Apostoli.

Ma ecco un peccatore che ha commesso tutti i delitti. Si confessa e le sue ferite sono risanate. Entra in convalescenza, ma è sempre triste: la sua conversione l'ha reso più sensibile e piange ora ciò che prima neanche avvertiva, cioè il dispiacere fatto a Dio; e più la sua conversione è sincera e illuminata, più il suo dolore è profondo. Io ho tanto offeso un Dio così buono, dice a se stesso! Se lo lasciate solo, la tristezza lo accascerà ed il demonio lo getterà nello scoraggiamento. Fatelo comunicare: fate che senta nel cuore la bontà di Dio: la gioia e la pace si diffonderanno nella sua anima. – Dunque, egli dice, ho ricevuto il Pane degli Angeli! Sono divenuto allora amico di Dio! – I peccati passati, ora non lo rattristano più: Nostro Signore gli dice con la sua stessa bocca che è perdonato: come non credergli?

La gioia apportata dalla Comunione è la più bella dimostrazione della presenza di Dio nell'Eucaristia. Nostro Signore si mostra facendosi sentire. "Chi ama me, sarà amato dal Padre mio ed io pure l'amerò e gli manifesterò me stesso" (Gv 14,21). Gesù si riconosce dalla gioia che sempre l'accompagna.

 

III.

 

Notate per vostra norma, che vi sono due qualità di gioia. Quella che proviene dal successo, dal bene fatto: gioia apportata dalla pratica della virtù. E' la gioia del trionfo e della messe. E' buona, ma non cercatela. Infatti non è molto solida, perché riposa in voi stessi e potreste anche trovarci tutta la vostra ricompensa.

L'altra viene dalla Comunione; è la gioia che necessariamente riconosciamo non scaturire da noi, ma da Gesù; che non ha nessuna relazione con le nostre opere: riceviamola senza timore, riposiamo in essa quando Nostro Signore ce la porta; è tutta di Gesù. Come il fanciullo non ha alcuna virtù né merito, eppure si rallegra e gusta la felicità di stare al fianco della mamma; così anche per noi, causa della nostra gioia sia la sola presenza di Nostro Signore. Non cercate se avete più  o meno  meritato per le vostre opere la gioia che voi sentite: rallegratevi di avere Nostro Signore e restate ai suoi piedi, assaporando la vostra felicità e godendovi la sua bontà.

Molti temono di penetrare troppo nel pensiero della bontà di Dio, perché essa richiede in cambio che ci si doni totalmente e senza calcolo; preferiscono la legge, osservata la quale, tutto è fatto. Calcolo meschino, che non devono fare le anime a cui Nostro Signore si dona con tanta generosità. Godiamo senza timore la bontà di Dio; riceviamo avidamente la gioia che ci viene offerta, pronti a dare generosamente a Nostro Signore tutto ciò che vorrà domandarci in cambio.