Sfogliando le
pagine dei giornali capita con una certa frequenza di imbattersi in angoscianti
notizie che hanno per oggetto la persecuzione dei cristiani, anche se purtroppo
le occupazioni quotidiane spesso ci prendono a tal punto di impedirci di
valutare certi eventi nella loro reale portata. Questi fatti, presi
singolarmente, ci appaiono come degli episodi circoscritti, ma che comunque non
entrano nella nostra vita concreta, almeno per adesso, lasciandoci
inspiegabilmente freddi.
Ecco che
allora può essere utile raccogliere queste informazioni e ripresentarle alla
nostra attenzione in un unico corpus
per prendere maggiore coscienza di quella tristissima realtà che è la
persecuzione contro i cristiani, relegata non solo ai libri di storia, ma
drammaticamente reale, concreta e molto più vicina a noi di quello che si possa
immaginare.
Abbiamo quindi
deciso qui di tracciare un panorama riassuntivo, selezionando alcune tra le
tante notizie sull’argomento dal Natale 2000 ai primi giorni di giugno scorso.
Siamo consapevoli che i nostri lettori non sono da annoverare fra quelli che in
Occidente dimenticano la terribile sorte toccata a tanti fratelli nella fede,
ma anzi che trarranno da queste righe spunti per una buona intenzione di
preghiera.
Preliminarmente,
è comunque sempre conveniente aver presente quanto dichiarato dal sacerdote
gesuita egiziano Samir Khalil,
islamologo docente all’Università St. Joseph di Beirut e al Pontificio
Istituto Orientale di Roma, in una intervista su Avvenire (29/03/1999): “In
un’Europa che ha perso la memoria delle radici crescono i complessi
d’inferiorità, una sorta di ‘meaculpismo’ che impedisce di capire i cambiamenti
che la crescita dell’Islam può produrre nel tessuto sociale…in fondo a questo
equivoco c’è la crisi d’identità dell’Europa, dove tutto viene messo in
discussione in nome di un relativismo che finisce per penalizzare il
cristianesimo…(aggiungerei) che da parte dello Stato ci vorrebbe più coraggio
nei rapporti diplomatici con certi paesi dove i cristiani vivono in condizione
di emarginazione sociale e patiscono discriminazioni…”.
Non è la prima volta, ed è purtroppo
poco probabile che sia l’ultima, che ci occupiamo dello scottante problema
della persecuzione religiosa ai nostri giorni (vedi per esempio “Spunti”,
Giugno 99). Un fenomeno crescente che non può non starci a cuore, anche perché
– al margine del pericolo islamico - troviamo a volte un diffuso ottimismo sul
fatto che il comunismo sarebbe completamente scomparso dalla terra o, se si
ammette che sia ancora vivo in certi
luoghi di secondaria importanza, sarebbe comunque ridotto ad una sorta
di dinosauro moribondo in preda agli ultimi colpi di coda. È bene ricordare
però che la Cina controlla la non indifferente cifra di un miliardo e duecento
milioni di abitanti e che, in fatto di persecuzione religiosa, si comporta nel
peggiore stile del comunismo classico, cioè, di quello che ha riempito di martiri
le pagine del secolo trascorso. Non è un po’ strano che questo “morto”, quale
dovrebbe essere il comunismo, riesca ancora a perseguitare in modo così
militante e virulento la religione?
Cina comunista
Nel mirino vescovi, sacerdoti e laici fedeli al Papa
“Puntuale come una cambiale, una nuova
ondata di arresti di vescovi, preti e laici in diverse province cinesi ha
colpito la Chiesa cattolica negli ultimi giorni, in una azione repressiva che
appare coordinata a livello nazionale”,
leggiamo su Avvenire in un servizio del 24 aprile scorso (“Cina, la
Chiesa nel mirino”), che riprende informazioni trasmesse dall’agenzia vaticana Fides e dalla Kung Foundation di Stanford, USA.
“Informazioni giunte a Fides affermano che il vescovo non
ufficiale di Pechino (ndr.: cioè, non riconosciuto dalle autorità comuniste
perché in comunione col Papa), Mons. Mattia Pei, 82 anni è stato arrestato agli
inizi di aprile. Mons. Pei, ricercato da anni, era sempre riuscito a sfuggire
ad arresti e controlli. Intanto la Kung Foundation di Stanford afferma che
anche il vescovo non ufficiale di Yixian (Hebei), mons. Shi Enxiang, è stato
arrestato dalla polizia il 13 aprile scorso (Venerdì Santo) a Pechino. Mons.
Shi, 79 anni, è vescovo dal 1982. Ha già passato 30 anni in prigione”. Dopo averci
informarto che l’Hebei è la regione con la massima concentrazione di
cattolici, la Fides dà notizia di 5
sacerdoti e 13 laici arrestati dalle autorità comuniste, commentando che
“secondo alcuni osservatori l’ondata di arresti – a cui si devono aggiungere le
decine di vescovi sotterranei agli
arresti domiciliari – rientra nella campagna di eliminazione della chiesa
sotterranea (ndr: cioè fedele a Roma) lanciata nel ‘95 a riattizzata dopo le
canonizzazioni dei martiri cinesi, avvenuta in Vaticano il 1 ottobre
2000”. Mons. Pan Deshi, vescovo
patriota, cioè riconosciuto dal governo ma non da Roma, ha negato che Mons.
Shia sia stato maltrattato; secondo
lui, la polizia “ha solo cercato di
educarlo” (Fides 23/04/2001).
Alla forzata diaspora si è aggiunta la distruzione degli
edifici di culto
In un altro articolo apparso su Avvenire (21/02/2001), P. Bernardo
Cervellera, direttore della Fides,
racconta: “Lo scorso anno in Hebei, Zhejian, Fujian, Liaoning, membri delle
Associazioni patriottiche hanno arrestato vescovi sotterranei per convincerli
di passare alla chiesa ufficiale”. Altri “sono tenuti sequestrati da più di 4
anni, rei di non sottomettere la loro attività pastorale al controllo completo
della polizia. La distruzione delle comunità sotterranee avviene in modo
capillare anche con una campagna contro i laici: i genitori che non vogliono
iscriversi all’Associazione patriottica perdono il lavoro; i loro figli vengono
espulsi dalla scuola; i più renitenti vengono imprigionati. Lo scorso novembre
a Luoyuan (Fujian) 2 suore, 6 seminaristi, e un gruppo di laici sono stati
incarcerati per alcuni giorni, picchiati e tenuti alla fame finché non avessero
firmato a forza una rinuncia alla loro fede. Alla distruzione delle comunità si
è aggiunta nel Fujian la distruzione fisica di più di 500 chiese e templi
domestici.”
Hong Kong: primi passi per estromettere i cattolici dal
sistema educativo
Se la situazione nella Cina
continentale è da tempo difficile per i cattolici, dovranno rivedersi coloro che pensavano che almeno Hong Kong
sarebbe stata lasciata in pace, in base al principio “un paese, due sistemi”,
al quale Pechino aveva promesso di tener fede. Ma è risaputo che le amnesie
riguardanti il valore della parola data dai comunisti sono una malattia cronica
dell’Occidente. E’ la Fides a
informarci ancora che a Hong Kong incominciano le prime grane: “La Chiesa
cattolica deve versare al governo cinese 128mila dollari per l’affitto di
strutture scolastiche utilizzate per ‘attività religiose’”. Il sotterfugio utilizzato per questa
rivendicazione è che la Chiesa adopera certi edifici pubblici non soltanto per
educare, come stabilisce un accordo firmato a suo tempo con le autorità
britanniche, ma anche per “celebrare messe”.
“P. Stephen Chan, preside di una scuola cattolica e supervisore
ecclesiastico della Commissione “Giustizia e Pace” diocesana ha detto a Fides che le attività religiose sono
parte integrante dell’educazione…”. Ci racconta ancora la Fides che nell’ex colonia inglese, dove ci sono 323 scuole
cattoliche con circa 290.000 iscritti, è stata varata una riforma “che
sminuisce il ruolo della Chiesa, scavalcando il suo diritto a dirigere scuole
come ente promotore” e che “secondo personalità ecclesiastiche di Hong Kong, la
pretesa (ndr: di chiedere l’affitto) è un primo passo suggerito da Pechino per
tentare di acquisire il controllo delle scuole ed esautorare i cattolici dal
sistema educativo nell’ex colonia inglese”. (Fides 11/01/2001).
Cuba
Proibiti oggetti religiosi a scuola e ricevere medicine
dalla Chiesa
Da un altro paese dominato da un
partito comunista, Cuba, ci arrivano notizie di difficoltà per i
cattolici. Fides/Aci, in un servizio del 19/01/2001, informa: “Le scuole cattoliche della capitale cubana
hanno vietato la presenza in classe agli alunni che portino oggetti religiosi:
crocifissi, immaginette, medaglie, scapolari (…) Il provvedimento è stato
adottato perché le espressioni religiose ‘non ostacolino’ il lavoro politico
ideologico svolto con gli alunni.”
Un'altra misura presa dalle autorità cubane è “punire severamente” i medici che prescrivono ricette per avere
farmaci dalla Chiesa cattolica. “Secondo fonti locali, il problema è che il
governo cubano è incapace di porre rimedio alla mancanza di medicine per cui i
malati si rivolgono in massa alla Chiesa cattolica. Il governo è quindi
preoccupato di perdere il controllo su un aspetto importante della vita dei
cubani come la salute”. Una gelosia ingiustificabile ma non incomprensibile.
Incomprensibile è invece il coro mediatico e politico che decanta i pregi della
sanità cubana.
Si batte per i diritti umani: torturato
Veniamo pure a sapere che nell’isola
caraibica il dottor Oscar Elias Biscet, medico, presidente della Lawton Foundation for Human Rights,
notissimo per la sua difesa del diritto alla vita, “oltre ad essere rinchiuso in prigione, è stato
selvaggiamente torturato dai carcerieri comunisti (…)”. Mons. Eduardo Boza
Masvidal, ex-vescovo ausilare dell’Avana, esiliato dalla dittatura e
attualmente a Caracas, ha denunziato che ‘su 10 potenziali nascite, ben 6
vengono abortite. Si tratta della più alta percentuale dell’emisfero
occidentale.’ ” (“Cuba si batte per i diritti umani: torturato”, F. Salatino in
Secolo d’Italia, 01/02/2001).
Vietnam
Il partito comunista ha imposto un regime disumano sulle
religioni
Sul Vietnam, un’altra agenzia
missionaria, Misna, ci informa che “i
cristiani devono rinunciare alla loro fede bevendo un misto di sangue di pollo
e saké” (14/02/2001). Quattro leader
religiosi, fra i quali un sacerdote cattolico, hanno rivolto un appello al
governo in cui affermano che “dopo la conquista del Vietnam del Sud, il 30
aprile 1975, il partito comunista ha imposto un regime disumano sulle religioni
(...).
Uno dei firmatari della dichiarazione,
p. Tadeo Nguyen Van Ly, sacerdote dell’arcidocesi di Hue, è ancora agli arresti
domiciliari, senza mezzi di comunicazione con l’esterno”. (Fides, 23/01/2001).
Rilasciato ancora una volta dopo diversi periodi trascorsi in galera, secondo
recenti informazioni della Fides
(17/05/2001) Padre Van Ly è stato
nuovamente arrestato. 600 agenti hanno fatto irruzione nella chiesa dove stava
celebrando messa, malmenando i fedeli che hanno cercato di difenderlo.
* *
*
Tutti più o meno sanno che oggi i
nostri fratelli cattolici più esposti alle persecuzioni sono quelli a cui
capita di dover vivere in certi paesi islamici o dove c’è la presenza, in
genere crescente, di una componente
musulmana fondamentalista.
Pakistan
Cattolici arrestati per aver protestato contro gli abusi
“Padre Arnold Heredia, 60 anni, e
Alsam Martin, laico cattolico 44enne, sono stati arrestati mercoledì a Karachi,
in Pakistan, per aver preso parte ad una protesta pubblica contro la legge
sulla blasfemia (…). La protesta delle minoranze non musulmane contro la legge
sulla blasfemia è cresciuta per il moltiplicarsi di uccisioni illegali,
saccheggi di proprietà private e luoghi di culto, compiuti in nome della
blasfemia (…)”. La legge sulla
blasfemia “punisce anche con la pena di morte ‘chiunque con parole dette o
scritte o con rappresentazioni visive o con ogni mezzo, direttamente o
indirettamente, offenda il sacro profeta Maometto’” (Avvenire, 13/01/2001).
Così
la legge è fatta in modo tale da poter venire interpretata in un senso
ampiamente persecutorio. Non solo un accenno critico o parlato all’Islam, ma
addirittura una rappresentazione grafica sulla divinità di Gesù o sulla Trinità
di Dio possono venire represse brutalmente. La Fides racconta che “altri
cristiani restano in carcere per aver distribuito pubblicazioni cristiane e
copie del film ‘Jesus’” (Fides
26/01/2001). Il già citato servizio di Avvenire ricorda “che il 6 maggio 1998
il vescovo di Faisalbad, Mons. John Joseph, si tolse la vita come atto di
protesta per il caso del cristiano Ayub Masih, condannato a morte in
applicazione della legge sulla blasfemia”. Non è l’unica versione certa del
fatto: come abbiamo riportato su Spunti (Giugno
99), un nipote del vescovo escludeva il suicidio data la sua solida formazione
religiosa e piuttosto segnalava gli integralisti islamici come gli autori della
sua uccisione.
Afghanistan
Pena di morte a chi si converte
Dello stesso tenore sono le
notizie che arrivano dall’Afghanistan: “Qualsiasi afghano che si converta al cristianesimo
o – comunque – propagandi altre religioni diverse da quella musulmana sarà
condannato a morte” . Un portavoce dei talebani, Abdul Hai Mutmaen, chiarisce:
“Recita il decreto (NdR: promulgato dai taleban): si avvertono tutti i
cittadini che se un musulmano afghano accetta le credenze cristiane o si è
convertito a questa religione abolita, o se è visto professare il cristianesimo
o il giudaismo, distribuire la loro letteratura religiosa o fare pubblicità per
loro, sarà condannato a morte” (R. Cascioli, “Pena di morte a chi si converte”,
Avvenire 9/1/01).
Attaco dinamitardo in una chiesa durante Messa domenicale
Tragica pure la notizia giunta nel
giugno scorso dal Bangladesh: “Un ordigno esploso ieri in una chiesa cattolica
ha provocato dieci morti e diversi feriti. (…) Lo riferiscono alla Misna fonti missionarie locali. La bomba è esplosa durante la messa
domenicale a Baniarchar (…); le vittime, tutti giovani, si trovavano nella zona
del coro (…). Secondo il governo si tratterebbe di un attacco di
fondamentalisti islamici. Fonti missionarie tendono invece a credere che vi
siano ragioni politiche” (Misna,
04/06/2001). Il fatto è che comunque sono dei cattolici a fare le spese.
Indonesia
Violenze, decapitazioni e “conversioni” forzate
Particolarmente drammatiche sono le
notizie sulla persecuzione islamica in Indonesia. Il Cardinale E. Tonini ha detto di essere rimasto profondamente
colpito dal resoconto fatto dal Cardinale
di Jakarta al concistoro di maggio scorso in Vaticano.
Ecco un breve riassunto di questi fatti di inaudita crudeltà: “Gli
uomini vengono circoncisi, le donne infibulate. I cristiani delle Molucche
subiscono mutilazioni dei genitali come segno di appartenenza all’Islam. Gli
aguzzini usano lame rudimentali e le vittime della violenza hanno ferite
infette e purulente”, racconta la Fides
(5/1/01), che si è informata presso fonti vicine alla conferenza episcopale
indonesiana. “…Anche il governatore di Ambon, Saleh Latuconsina, responsabile
dello stato civile di emergenza nelle Molucche, ha riconosciuto che ‘è
innegabile che alle isole di Kasui e Teor stia avvenendo una islamizzazione
forzata’”. Una testimone, Christina Sagat,
racconta la raccapriciante vicenda di cui è stata vittima. La Fides dice
che Christina “era sfuggita il 23 e il 24 novembre agli attacchi della Jihad
islamica contro i villaggi nell’isola di Kasui. Non si sa quanti siano morti durante gli attacchi. Ma è certo che
diverse persone sono state uccise e una decapitata. Secondo testimonianze
raccolte dalla Fides, un capo del
gruppo della Jihad è stato visto ritornare dagli attacchi portando come trofeo
la testa di un cristiano. (…) Il macabro trofeo doveva essere la prova che i
musulmani di Kasui avevano compiuto la missione loro affidata dalla moschea Al
Fatah per ‘farla finita con i cristiani’”.
Secondo i testimoni “dopo gli attacchi
ai loro villaggi, i cristiani sopravvissuti sono stati raccolti in varie
moschee. Qui, sotto la minaccia di morte, venivano forzati a seguire i rituali
della conversione all’Islam. Dapprima sono stati costretti a ricevere un bagno
purificatore…Sotto la minaccia delle armi dovevano rispondere alla domanda ‘Vi
convertite volontariamente?’ Pieni di paura, tutti hanno risposto di sì. Poche
ore prima essi avevano assistito all’uccisione di una insegnante di scuola
elementare che si era rifiutata di convertirsi”. (Fides 05/01/2001).
Nelle feste natalizie, attentati contro scuole e chiese
cattoliche
A queste atroci notizie di novembre,
sono seguite quelle degli attentati dinamitardi che hanno sconvolto l’Indonesia
a Natale, con 17 morti e oltre 100 feriti. Questi attentati hanno colpito la
cattedrale di Jakarta, la chiesa di S.
Giuseppe di Matraman, una scuola superiore dei gesuiti e anche una chiesa
protestante in momenti di particolare affollamento per le feste natalizie.
“Settori deviati delle Forze speciali di Sicurezza – ci racconta ancora la Fides – si sono infiltrati fra i padri
francescani della comunità di Kramat, al centro di Jakarta. Il 31 dicembre la
polizia ha arrestato un uomo di nome “Hyeronimus”, sospettato di essere
coinvolto nell’attacco che la vigilia di Natale ha colpito la cattedrale di
Jakarta. L’uomo che viveva presso la comunità francescana aveva una falsa
identità. (…) Il Ministro della Difesa indonesiano Muhammad Mahfud ha
confermato il coinvolgimento attivo delle forze di polizia negli attentati di
Natale…Sul coinvolgimento dei poteri forti anche i vescovi indonesiani
concordano. Un messaggio ufficiale della Conferenza episcopale indonesiana
afferma: ‘Dietro gli attentati con bombe, abilmente pianificati, si nasconde un
potere ben organizzato e molto influente…’” (Fides 12/01/2001).
Cristiana uccisa perché non voleva sposare un musulmano
Il Corriere
della Sera del 3 gennaio scorso informa che “una donna cristiana è stata
uccisa per aver rifiutato di sposare un musulmano (…) nella piccola isola di
Keswi (Molucche)”.
Quali sono state le proteste contro
questa brutale discriminazione?
Ambon: sanguinoso attacco a quartieri cristiani
“Nuovi dettagli giungono alla Misna (ndr: l’agenzia missionaria già
citata) sul sanguinoso attacco sferrato ad alcuni quartieri cristiani dai
guerriglieri islamici inneggianti alla ‘jihad’ (guerra santa) nella notte di
domenica 20 maggio ad Ambon. I padri del Centro di crisi della locale diocesi
riferiscono alla Misna che i feriti
risultano almeno 17, mentre i morti sono 9, tra cui due soldati. Questi
indossavano abiti militari, giubbotti antiproiettile e recavano con sé diverse
granate. Stando ai religiosi, tutti
questi particolari ‘andrebbero ad avvalorare l’opinione ormai diffusa tra i cristiani secondo cui alcuni esponenti
dell’esercito sono coinvolti nei recenti attacchi.’” (Misna 22/05/2001).
Un rapporto “opprimente sulle persecuzioni anticristiane nel
mondo”
Altre notizie di ostilità islamiche
nei confronti di cristiani arrivano dal Libano, dalla Terra Santa, dal Sudan,
dalla Turchia e dalla Nigeria. Per motivi di spazio ci fermiamo qui, non senza
prima accennare ad altri fronti di persecuzione, come quella scatenata in India
dai nazionalisti indù dove, dall’arrivo al potere del partito MJP nel
1998, le “chiese sono regolarmente
saccheggiate, bibbie bruciate, sacerdoti assassinati” (Le Monde 14/02/2001) .
Non
sono del tutto chiare le informazioni riguardanti l’uccisione il 15 maggio scorso di 2 sacerdoti salesiani
e un fratello assistente a Imphar, nello stato di Manipur. Comunque, il fatto si inserisce in tutto un
contesto di attentati sanguinosi contro sacerdoti cattolici, come riferisce L’Osservatore Romano del 16 maggio
2001, cominciati nel 1990 nel Manipur.
Anche nel Bhutan, unico regno buddista del mondo, “i cristiani soffrono la più
aspra persecuzione della loro storia” – ci informa un servizio della Fides del 20/04/2001 – una persecuzione
che “è ora estesa e sistematica,
villaggio per villaggio…In alcune città i cristiani sono malmenati a causa
della loro fede”.
Il
prestigioso giornale parigino Le Monde
(14/02/01) dà notizia di un rapporto “opprimente sulle persecuzioni
anticristiane nel mondo”. Il documento è stato firmato da quattro gruppi di
studio del fenomeno, uno dei quali ufficialmente legato alla Chiesa cattolica,
la commissione Giustizia e Pace. Commentandolo, Le Monde asserisce: “Per lungo tempo limitate al XX secolo, le
discriminazioni anticristiane non sono scomparse con la caduta dei sistemi
totalitari. Oggi sono ancora più disseminate, mascherate sotto artifici
costituzionali, confuse con arcaiche guerre etniche, sottovalutate dalle società secolarizzate e persino dalle stesse
chiese, che temono dar l’impressione di un sentimento d’ostilità verso
l’Islam.” E Avvenire (10/04/2001)
intervista Jean-Etienne de Linares, presidente di una delle quattro
organizzazioni firmatarie della denuncia, l’Acat
(Actions des Chrétiens pour l’abolition de la torture), chiedendogli se la
persecuzione delle minoranze cristiane sia un fatto nuovo. “No affatto. Eppure
non si fa nulla. I diritti delle comunità cristiane vengono regolarmente
violati, ma queste violazioni non trovano eco nella nostra società…In primo luogo,
è necessario che i cristiani per primi sappiano che le persecuzioni possono
giungere a forme estreme come l’omicidio.”
Avvenire del 5 giugno 2001 riporta una
buona notizia a firma di Anto Akkara: la severa condanna dei colpevoli "di
violenza carnale multipla nei confronti di quattro suore". Buona, sia
detto subito, relativamente, perché secondo l'articolista "arresti e
condanne restano un eccezione" per quanto riguarda "le migliaia di
aggressioni contro suore e preti" in India negli ultimi anni. Dall'autore
del servizio veniamo a sapere qualcosa
di queste aggressioni: fra i diversi sacerdoti assassinati, uno è stato
addirittura decapitato, un altro costretto a marciare nudo per tre chilometri
nelle strade della sua cittadina "scortato" da ufficiali di polizia e
funzionari del governo, suore minacciate di subire la stessa umiliazione, un
suora pugnalata 40 volte, e via dicendo.