Continua la passione della Chiesa e dei cristiani in molte parti del mondo

 

 

“Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”

 

 

Se l’argomento della persecuzione religiosa nel mondo torna spesso sulle pagine di Spunti, ciò si deve  innanzitutto ad uno sforzo di condivisione con i nostri lettori di questa autentica passione della Chiesa - che ha caratterizzato il secolo scorso e si proietta decisamente nel secolo XXI - in maniera che essa ci alimenti quello spirito di preghiera e di sacrificio raccomandatoci dalla Madonna a Fatima per riparare le offese al Cuore di Gesù e di Maria. E anche, non meno importante, per seguire il monito di autorevoli personalità, che hanno stigmatizzato la peccaminosa indifferenza dell’edonistico ed egoistico Occidente verso queste realtà di dolore.

 

Il Cardinale arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi, ha detto: “Molti nostri fratelli di fede hanno incontrato una morte violenta: uomini di stirpe diversa, ma tutti poveri e appartenenti al cosiddetto Terzo Mondo sono stati uccisi quest’anno per nessun’altra colpa che quella di essere cristiani. Sono stati uccisi in Indonesia, e in particolare a Timor, nel Sudan, nella Nigeria, nel Pakistan e altrove (…). E’ una globalizzazione dell’intolleranza e dell’odio contro la quale non si è levata da noi alcuna protesta e non è  sfilato per le nostre strade nessun corteo” (Correspondence Européenne, 20/1/02).

 

 E il giornalista cattolico Antonio Socci  rincara ancora più la dose contro la nostra inspiegabile apatia: “Milioni di cristiani, nei paesi islamici o comunisti, subiscono quotidianamente pressioni in tal senso, pagando spesso con il martirio e non è un caso che proprio un’autorevole intellettuale ebreo americano Michael Horowitz abbia denunciato con uno scritto commovente l’indifferenza dei media occidentali e del nostro mondo cattolico: ‘Oggi, le comunità cristiane minoritarie sono diventate il bersaglio prediletto del radicalismo islamico e dei rimanenti regimi comunisti, dove i credenti vengono demonizzati e caricaturizzati attraverso campagne populiste di odio e di terrore…Il silenzio e l’indifferenza delle élites occidentali di fronte alle aggressioni violente, ai saccheggi, alle torture, agli arresti, alle riduzioni in schiavitù, alle uccisioni e alle crocifissioni delle sempre più vulnerabili comunità cristiane ancor più fa fremere le mie ossa e il mio istinto di ebreo’ ” (Antonio Socci, “Quei cattolici che travestono la vigliaccheria con la tolleranza”, Il Giornale, 12/1/02).

 

Situazione in Cina

 

Nel suo viaggio in Cina, il presidente americano Bush “ha chiesto con fermezza la liberazione dei vescovi cattolici”  (Corriere della Sera, 22/2/02). Così, tramite i giornali e le TV, milioni di occidentali sono venuti a conoscenza del momento particolarmente duro che sta vivendo la Chiesa cattolica in Cina, dove viene perseguitata da oltre mezzo secolo. “(Il presidente cinese) Jiang (…) ha sostenuto che in Cina ciascuno può professare la fede, ma che se viola la legge, la fede non lo proteggerà” (idem).

 

            Il  calvario dei vescovi e dei sacerdoti  in Cina sarebbe giustificato, quindi, dalla grave “violazione della legge” imposta dal Partito Comunista: mantenere la fedeltà al Papa, un capo straniero, per i comunisti vuol dire andare contro gli interessi della Cina. Ma veniamo ai fatti denunciati. Il presidente Bush li conosceva  perché gli erano stati forniti rapporti  precisi e dettagliati prima del viaggio, che parlavano non solo di arresti, ma anche di torture con scariche elettriche, di “completa demolizione” del sistema dei gruppi organizzati, di confische della proprietà della Chiesa, di programmi di “rieducazione”, il tutto in base a “documenti portati di nascosto all’estero da un ufficiale del Ministero per la Sicurezza Nazionale” (Zenit, 11 e 12/2/02). Queste denunce erano solo le ultime in ordine di tempo riguardo alla recrudescenza della politica persecutoria cinese a partire dall’inizio dell’anno.

 

            Infatti,  un rapporto pubblicato dalla Freedom House e diffuso negli Stati Uniti dalla Commissione d’Indagine sulla Persecuzione Religiosa in Cina, già indicava come prove ben 7 documenti ufficiali del governo cinese. In essi, le autorità cinesi rivelavano di seguire una politica “tesa a ridurre al silenzio tutte le religioni (…), in particolare, si chiede la repressione delle comunità cattoliche clandestine. (…) Il governo cinese, infatti, permette l’attività religiosa soltanto all’interno di istituzioni rigidamente controllate dallo Stato”. “Un altro rapporto, questa volta pubblicato dall’agenzia Fides, pubblica anche i nomi di 33 tra vescovi e sacerdoti, attualmente detenuti in Cina o comunque impediti nel loro ministero, mentre di altri 20 non si sa neanche il nome” (Riccardo Cascioli, “Cina a tutta forza contro le Chiese”, su Avvenire, 17/2/02).

 

            E l’articolista di Avvenire, dopo aver parlato dei cavilli giuridici usati dal governo, aggiunge:  “I fedeli vengono arrestati non in base alle leggi che limitano la religione, ma come criminali che provocano disordini sociali. E nello stesso modo il governo di Pechino può affermare – a un Occidente che finge di crederlo per interessi economici – che in Cina non esiste repressione religiosa” (Avvenire, 17/2/02).  Questo è il “puns dolens”, come afferma anche Nina Shea, direttore del Centro per la Libertà Religiosa di Washington: “L’America non ha nessun modo di sanzionare la Cina se non rispetta i diritti umani. Avevamo una carta, quella del commercio internazionale, e l’abbiamo buttata via prematuramente. Quando Clinton ha promosso la Cina allo status di nazione favorita negli scambi commerciali, nel 2000, al Congresso è stata tolta l’arma dell’esame annuale dei diritti umani nel Paese da cui dipendevano in passato le relazioni commerciali con la Cina. Ora tutto quello che l’America può fare è parlare”.  E la Shea, lamentandosi dell’illusione occidentale per cui si pensava che l’ammissione della Cina nel WTO [Organizzazione Mondiale del Commercio] e l’assegnazione delle Olimpiadi del 2008 “avrebbero avuto un effetto umanizzante nel Paese”, ammette invece che “non è stato così. Il nostro ultimo rapporto sulla libertà religiosa…rivela in modo inequivocabile che le cose sono peggiorate” (Avvenire, 22/2/02).

 

            L’agenzia Corrispondenza Romana già aveva denunciato agli inizi dell’anno “una nuova campagna mirante a forzare i membri della Chiesa cattolica ‘clandestina’ (in comunione col Papa, ndr.) a registrarsi presso la cosiddetta ‘Chiesa patriottica’ (controllata dalle autorità, ndr.)”.  Nella diocesi di Fengxiang, tutta “clandestina”, è stato arrestato il vescovo ottantunenne  Mons. Lucas Li Feng, cui hanno suggerito di  portarsi “molti vestiti”, perché avrebbe dovuto seguire “sessioni di formazione” per un certo tempo. Altri sette sacerdoti diocesani sono stati arrestati e un seminarista ha dichiarato: “È come se fossimo tornati all’epoca della Rivoluzione culturale, quando ognuno doveva dichiarare al governo quello che aveva fatto durante la giornata”. Nella diocesi di Hanzhong tre sacerdoti sono stati arrestati e al vescovo Mons. Yu è proibito di prendere contatto con loro e di uscire dal perimetro della chiesa (Corrispondenza Romana, 12/1/02).

 

            Questo drammatico giro di vite rivelerebbe però un aspetto positivo in tutta la vicenda, “la sorprendente rinascita religiosa in tutta la Cina”, afferma Riccardo Cascioli su Avvenire  (17.2.02). E a conferma di ciò,  vale la pena ricordare  quanto scrive sullo stesso quotidiano Padre B. Cervellera, direttore dell’autorevole agenzia vaticana Fides, a proposito del funerale di Mons. Mattia Pei Chang, arcivescovo “clandestino” di Pechino e Patriarca dell’Estremo Oriente, svoltosi a cavallo del capodanno occidentale: “Se la polizia desse il ‘via libera’, i partecipanti sarebbero centinaia di migliaia” (Avvenire, 29/12/01). Nonostante la partecipazione fosse stata vietata ai non residenti del villaggio di Zhangjiapu, dove si sono svolti i funerali di  Mons. Pei per avervi trascorso dieci anni nei campi di lavoro forzato, le fonti della Fides parlano di 5 mila partecipanti, fra quelli dentro il tempio e quelli fuori (Fides, 2/1/02).

 

            Un’altra realtà preoccupante per la libertà  della Chiesa è quella di Hong Kong. S.E. Mons. Joseph Zen, vescovo ausiliare della famosa città, racconta in una interessante intervista ad Avvenire del crescente scontento in Cina e delle difficoltà per il governo di controllare anche la “Chiesa patriottica”, mettendo in guardia l’Occidente circa la strisciante campagna ufficiale per sottrarre alla Chiesa cattolica il controllo delle sue scuole a Hong Kong (cfr. Spunti, Settembre 2001). E in barba a quanti hanno creduto alla parola data dal governo comunista all’epoca del trasferimento a Pechino della sovranità sull’isola, cioè “che potrebbero coesistere due sistemi in una nazione”,  Mons. Zen adesso ci avverte: “questo sistema comunista di governo sta rovinando tante cose. Persino il capitalismo è stato rovinato. Non c’è più il capitalismo basato sulla concorrenza. Adesso bisogna sviluppare il capitalismo con caratteristiche cinesi: tutto per vie traverse, amicizie e raccomandazioni. I ricchi hanno tutte le porte aperte” (Avvenire, 21/2/02).

 

            I ricchi dediti agli affari come unico scopo della vita, però. Un imprenditore di Hong Kong, cristiano protestante, è stato arrestato e condannato per avere importato illegalmente in Cina 33.000 bibbie. Potrà scontare temporaneamente la sentenza fuori del carcere in quanto affetto da epatite B, ma essendo accusato di servirsi di “un culto malefico per minare l’ordine costituito”, il quotidiano South China Morning Post dice che rischia la pena di morte. Un pastore protestante di una denominazione ritenuta illegale è stato condannato a morte  nell’Hubei (Fides, 11/2/02; Misna, 9/2/02).

 

Vietnam

 

Meno chiara, anche se forse momentaneamente meno tragica,  la situazione della Chiesa in Vietnam. L’agenzia Fides ci dice che nonostante “le difficoltà poste dal governo comunista, è cresciuta del 14,39% negli ultimi 5 anni”. Nel mese di gennaio scorso “tutti i vescovi attivi in Vietnam hanno potuto avere il permesso di lasciare il paese (per la visita ad limina apostolorum a Roma, ndr). In precedenza, nell’85 e nel 95, i vescovi non ricevettero l’autorizzazione o non la ricevettero tutti”.  Giovanni Paolo II, nel discorso che concludeva la visita, ha riconosciuto “le condizioni difficili nelle quali voi esercitate le vostre responsabilità” e ha rivendicato i diritti della Chiesa nel Vietnam. Fides dice che nonostante “il clima più disteso (…) la libertà religiosa non è totale” (Fides, 15/1/02).

 

Tuttavia poco meno di un mese dopo il presidente della Commissione Americana per la Libertà Religiosa, Michael Young, ha rivelato alla competente commissione parlamentare USA che “da maggio, il governo di Hanoi ha reso più severo il suo operato contro i gruppi religiosi”, denunciando l’arresto di diversi capi religiosi, “fra questi il sacerdote cattolico dissidente Tadeus Nguyen Van Ly, condannato a 15 anni di galera per minacce all’unità nazionale” (Zenit, 14/2/02). Per la Chiesa come per le altre confessioni, “il fattore principale (di rischio, ndr) è la politica di “livellamento culturale”, con cui il regime comunista ha deciso di sradicare le culture minoritarie dal Vietnam” (Avvenire, 26/2/02).

 

Per adesso chi sta maggiormente facendo le spese di tale politica sono gli abitanti, in maggioranza protestanti, delle zone alte, chiamati anche “montagnard”. “Forzati a bere sangue di maiale e a rinunciare alla fede in Cristo; e così che ai Montagnard (…) viene applicata la libertà religiosa dalle autorità vietnamite”, ci racconta Riccardo Cascioli su Avvenire.  Alcuni erano scappati in Cambogia ma “il governo di Phnom Penh ha venduto molti di questi cristiani alle autorità vietnamite. Secondo gli abitanti locali, queste persone – tra loro molte donne e bambini – sono state riportate nel distretto di Dak Mil e selvaggiamente torturate, prima di farle scomparire chissà dove” (Avvenire, 26/2/02) Sempre secondo questo servizio, le autorità comuniste portano avanti un drastico programma di controllo delle nascite fra i “montagnard”, che include sterilizzazioni forzate, il tutto con il sostegno del Fondo delle Nazioni Unite per le Popolazioni (Unfpa). Toccherà la stessa sorte anche ai cattolici?

 

La persecuzione islamica

 

Se, come appena visto, gravissime persecuzioni religiose affliggono quella vasta parte del mondo ancora soggetta all’ideologia comunista, non meno gravi sono quelle in paesi quali il Sudan, dove  impera la “sharià”, la legge islamica. Unanime soddisfazione  ha causato - dopo forti pressioni internazionali soprattutto provenienti dall’Italia - l’annullamento della pena di morte per lapidazione della giovane cattolica Abok Alfa Akok, rimasta incinta dopo probabile violenza carnale compiuta da attivisti islamici,  al punto che il presidente dei vescovi sudanesi ha detto “trovo che sia una ingiustizia estrema che si possa punire due volte e in maniera così radicale una persona innocente” (Il Giornale, 8/2/02).  Purtroppo però Abok non si è salvata dalla crudele flagellazioni (75 frustate) imposta dal tribunale islamico (Zenit, 28/2/02). Non dobbiamo tuttavia dimenticare che questo caso è solo la punta dell’ iceberg del ben più ampio dramma di un popolo, quello del sud, che ha subito un vero e proprio genocidio in conseguenza dell’islamizzazione forzata promossa dal regime di Khartoum: si parla di tre milioni di morti in 18 anni, ai quali vanno aggiunti 4-5 milioni tra sfollati e rifugiati (Il Regno-attualità 12/2001, pag. 728).

 

Questa la denuncia del Cardinale Roberto Tucci dai microfoni di Radio Vaticana: “Oggi si parla di Afghanistan e della Palestina, ma spesso si dimentica il Sudan. Se ne parla raramente nei giornali e settimanali cattolici, ma poco nei quotidiani laici. Da anni in Sudan avviene una vera e propria persecuzione religiosa del governo musulmano contro le popolazioni del Sud di pelle nera, di religione cristiana e animista” (Il Giornale, 8/2/02). E negli stessi termini ha descritto la situazione Mons. Laurent Mosegwo Pasinya, arcivescovo di Kisangani, presidente delle conferenze episcopali africane.   

 

 “I regimi che praticano un massiccio terrorismo antireligioso entro i propri confini continueranno ad appoggiare il terrorismo mondiale diretto contro gli Stati Uniti”: suona così il monito rivolto al presidente Bush da parte di diversi leader religiosi americani, fra cui l’arcivescovo di Newark, Mons. John Myers (Il Regno-attualità, 22-2001, pag. 728). Nel documento – in base al quale la persecuzione religiosa non è per nulla mutata dopo l’11 settembre in Sudan -  si chiede al governo americano “uno sforzo di coerenza” dopo aver ammorbidito il suo atteggiamento nei confronti del paese africano (che ha portato alla fine delle sanzioni imposte cinque anni fa dall’Onu) in cambio di un non meglio specificato sostegno del governo di Khartoum alla coalizione antiterrorista formata dagli Stati Uniti.

 

Nigeria

 

Anche da altri paesi a maggioranza o forte influenza islamica arrivano notizie di persecuzioni religiose. In Nigeria, se non fosse stato per un rapido intervento dell’esercito, forse si sarebbe ripetuta la strage del settembre 2001, quando sono stati massacrati oltre 500 cristiani. Questa volta le vittime della violenza a sfondo religioso, perpetrata dalla etnia Hausa-Fulani ai danni di quella cristiana degli Yoruba, sono state appena… 20! “Una situazione comune nei tredici Stati settentrionali dove è stata introdotta, nell’ordinamento giudiziario, la legge islamica” o sharià, afferma il quotidiano dei vescovi italiani (Avvenire, 2/1/.02).

 

Indonesia

 

L’agenzia Fides ci racconta che nelle Molucche, isole dell’Indonesia, già si contano 15.000 morti dal gennaio 1999, cioè da  quando i militanti islamici hanno scatenato una serie di attacchi sanguinosi contro le popolazioni cattoliche e protestanti (Fides, 16/1/02). Nell’isola di Sulawesi, sempre nell’arcipelago indonesiano, sono 1.000 i morti per mano di fondamentalisti islamici nello stesso periodo: ce lo dice Avvenire in un suo servizio del 2 gennaio scorso, dove si dà notizia di tre chiese devastate da esplosioni a capodanno.

 

Arabia Saudita

 

 Informazioni meno raccapriccianti, ma sempre molto gravi, arrivano all’inizio dell’anno dall’Arabia Saudita, dove 14 persone sotto arresto per il solo fatto di essere cristiani non hanno goduto dell’amnistia concessa dal re a 12.000 colpevoli di reati minori. La Christian Solidarity Worldwide (CSW), “associazione che difende i cristiani nel mondo, afferma che le condizioni carcerarie a Jeddah (posto dove sono detenuti) sono disumane. Nelle celle vi sono infiltrazioni di acqua, i pasti sono serviti in una pentola che non viene mai lavata, i servizi igienici sono allagati e non sono permesse visite di familiari” (Fides, 3/1/02). Un mese dopo, la stessa agenzia riportava che “dopo sei mesi, è finito il calvario dei 14 cristiani arrestati in Arabia Saudita (…) La CSW informa che i prigionieri non hanno mai ricevuto accuse formali, non hanno avuto permesso di incontrare esponenti dei loro consolati, hanno subito in carcere condizioni disumane” (Fides, 5/2/02). E l’agenzia Zenit, descrivendo in un interessante servizio le peripezie dei cattolici desiderosi di assistere a una messa domenicale clandestina a Riad, riferisce di un diplomatico cattolico che dichiara: “Io la denomino ‘chiesa delle catacombe’” (Zenit, 13/2/02). (Queste sono notizie di persecuzione religiose relative a tutto gennaio e febbraio 2002)