Spunti
– ottobre 2002 (Pag. 8 a 12)
Nonostante qui da noi non sia stato
sottolineato col dovuto rilievo, sulla strada del Santuario della Madonna di
Guadalupe il 31 luglio scorso Giovanni Paolo II è stato salutato da una tra le
folle più imponenti del suo pontificato: tre milioni di persone lo hanno
acclamato mentre si recava alla cerimonia di canonizzazione del veggente di
Guadalupe, l’indio Juan Diego. Le pretestuose notizie giornalistiche sul
supposto carattere leggendario della figura di Juan Diego non hanno certo
ostacolato questa imponente manifestazione di fede.
Le apparizioni di Guadalupe
costituiscono uno degli avvenimenti più importanti della storia. E’ lì infatti che nasce la grande opera di
conversione dei popoli americani, l’evento che ha permesso a diversi Papi di
affermare che l’America è il “continente della speranza”. Uno scontro di
civiltà in atto fino al 9 dicembre 1531, si risolve prodigiosamente nella
fioritura di un nuovo mondo che ha le sue radici nella fede cattolica.
Scrive uno studioso, il sac. Fidel
González Fernández: “Due mondi, due visioni religiose e culturali umanamente
inconciliabili, inoltre la violenza anche fisica dello scontro, eliminava ogni
possibile ponte tra i due mondi ed escludeva ogni immaginabile conciliazione.
Ciò nonostante, si incontrarono e si riconciliarono. Quelle circostanze
rendevano semplicemente impossibile la conversione dei popoli indigeni: eppure
nessuno può negare che si convertirono. L’immagine stampata nel mantello
dell’indio Juan Diego Cuauhtlatoatzin continua a rimanere nel suo posto e certi
aspetti della sua composizione e conservazione continuano a rappresentare
ancora una sfida. A ciò si riferisce l’Arcivescovo di Città del Messico quando
si domanda: ‘Come potremmo noi esistere se il suo materno amore (della Madonna) non avesse riconciliato ed
eliminato l’antagonismo tra i nostri padri spagnoli ed indigeni? Come avrebbero
potuto i nostri antenati accettare Cristo, se Lei non avesse completato quello
che a loro predicavano i missionari, spiegando in forma magistralmente adatta
alla loro mente e cultura?” (1).
Infatti, come continua a spiegare Padre
González Fernández, “Il Verbo Incarnato si fece presente attraverso cristiani
itineranti e missionari, nonostante le loro deficienze” (2). Sì, perché
entrambe le visioni religiose del mondo erano radicalmente diverse: quella
degli spagnoli, nonostante già corrosa dall’umanesimo neopagano allora
predominante in Europa, era ancora largamente permeata dal Vangelo di Gesù
Cristo, unico Dio e Salvatore degli uomini, ed era questa la buona novella
predicata dai molti missionari saliti con i conquistadores sulle navi. Quella
degli aborigeni invece era una religione politeista, il cui culto principale
era il sacrificio umano, praticato su vasta scala dagli aztechi ai danni dei
popoli vinti e concepito come l’unico modo di mantenere la pace cosmica.
Nonostante l’oggettivo orrore ed errore di questa visione, assieme a una
quantità di falsi miti gli indios
avevano alcuni interessanti elementi spirituali. Il cronista spagnolo all’epoca
dei fatti guadalupani, Fra’ Bernardino di Sahagún, ci dice che si esprimevano
in “metafore bellissime” e con un “linguaggio molto tenero e amoroso dalle
mille inflessioni e infioriture” (3). Questo linguaggio fa uso abbondante di
“immagini di fiori, canti di uccelli di delicate piume e di molteplici colori,
il sussurrare dei venti e l’arcobaleno” (4), per esprimere un desiderio di
verità e felicità infinite che superassero le contraddizioni e frustrazioni
della situazione terrena. Nostra Signora a Guadalupe viene incontro a questa
mentalità, e rivela loro la vera fede facendo largo uso di questi elementi. “Da
qui l’importanza che ha per la mentalità indigena il fatto che precisamente con
i ‘fiori e i canti’ si verifichi l’apparizione del Tepeyac . Fu la risposta
percepita a questo antico grido dove il desiderio dell’impossibile trova chi
gli risponde concretamente (…) qualcosa che arrivò improvvisamente, ‘da fuori’
e che cambiò gli atteggiamenti degli indios.
(...) Il risultato è stata la nascita di un popolo che ha nelle sue vene
la gloria e i dolori del sangue di tutti e due. Il miracolo guadalupano
riconciliò Indios e Spagnoli” (5).
Cosa fu questo qualcosa venuto da
“fuori”, questo miracolo guadalupano? Lasciamo che a raccontarcelo sia il
postulatore della causa di canonizzazione di Juan Diego, il sacerdote Eduardo
Chávez Sánchez, che prende spunto dal Nican
Mopohua, scritto dall’indigeno Antonio Valeriano dopo averne sentita la
narrazione dallo stesso veggente.
“Juan Diego Cuahtlatoatzin (nome
indigeno che significa ‘aquila che parla’) fu il testimone delle Apparizioni di
Guadalupe, che ebbero luogo dal 9 al 12 dicembre 1531 (…). (Egli) nacque verso l’anno 1474, a
Cuauhtitlán, nel quartiere di Tlayácac, regione che apparteneva al regno di
Texcoco. Fu battezzato dai primi francescani, attorno all’anno 1524, all’età di
48 anni.
Al tempo delle apparizioni, Juan Diego
era un uomo maturo di circa 57 anni, vedovo da appena due anni, poiché sua
moglie Maria Lucía era morta nel 1529. Juan Diego era molto pio, il sabato e la
domenica si recava sempre a Tlatelolco, un quartiere di città del Messico, dove
non vi era ancora un convento ma una cosidetta ‘doctrina’, dove si celebrava la
Santa Messa e si conoscevano ‘le cose di Dio che insegnavano i suoi amati
sacerdoti’. A tal fine, doveva partire molto presto dal paese di Tulpetlac,
dove in quel momento viveva, e camminare verso sud fino a costeggiare la
collina del Tepeyac.
Sabato 9 dicembre 1531 fu un giorno
molto speciale: nel fiancheggiare la collina del Tepeyac, infatti, si accorse
cha da essa proveniva un meraviglioso canto e una dolce voce lo chiamava dall’alto:
‘Juanito, Juan Dieguito’.
Giunto sulla cima della collina,
incontrò una bella Donzella che era lì in piedi, avvolta in un vestito
splendente come il sole. Parlando in perfetto náhuatl, si presentò come la
Madre di Ométeotl, dell’unico Dio di tutti i tempi e di tutti i popoli, la cui
volontà era che si edificasse un tempio in quel luogo per poter offrire tutto
il suo amore a ogni essere umano.
Gli chiese quindi di essere il suo
messaggero e di comunicare la sua volontà al Vescovo. (…) Juan Diego si rivolse
al vescovo, Juan de Zumárraga, e dopo una lunga e paziente attesa, gli comunicò
ciò che aveva ammirato, contemplato e ascoltato, e gli ripeté puntualmente il
messaggio della Signora del Cielo, la Madre di Dio, che lo aveva inviato, e la
sua volontà che le venisse eretto un
tempio affinché potesse donare da lì
tutto il suo amore.
Il Vescovo ascoltò l’indio, non sapendo
se credere alla sue parole e riflettendo su quello strano messaggio.
Juan Diego tornò sulla collina dinanzi
alla Signora del Cielo e le raccontò come era andato l’incontro con il capo
della Chiesa a Città del Messico.
Juan Diego aveva capito che il Vescovo
pensava che gli stesse mentendo o che stesse fantasticando.
Disse allora con tutta umiltà alla
Signora del Cielo che forse sarebbe stato meglio inviare qualche nobile o
qualche persona importante, visto che lui era un uomo dei campi, un semplice
facchino, una persona comune senza importanza, e con tutta semplicità affermò:
‘Vergine mia, figlia mia più piccola, Signora, Bambina, per favore dispensami:
affliggerò con pena il tuo volto, il tuo cuore; cadrò nel tuo sdegno, nel tuo
disgusto, Signora Padrona mia’.
La Regina del Cielo ascoltò con
tenerezza e bontà, ma gli rispose con fermezza: ‘Ascolta, più piccolo dei miei figli, sii certo che
non sono scarsi i miei servitori, i miei messaggeri, quanti potrei incaricare
di portare il mio incoraggiamento, la mia parola, perché compiano la mia
volontà: pero è necessario che tu, personalmente, vada, preghi, che per la tua
intercessione si realizzi, si metta in pratica il mio volere, la mia volontà.
Molto ti prego, figlio mio minore, e con rigore ti chiedo di andare un’altra
volta domani a vedere il Vescovo. Da parte mia fagli sapere, fagli udire il mio
volere, la mia volontà, affinché realizzi, faccia il tempio che io gli chiedo.
Ebbene, digli nuovamente come io, personalmente, la sempre Vergine Santa Maria,
che sono la Madre di Dio, ti invio’.
Il giorno dopo Juan Diego tornò dal
Vescovo per portargli nuovamente il messaggio della Vergine e questi gli chiese
un segno che lo confermasse. Juan Diego nel tornare abbattuto a casa sua, trovò
suo zio gravemente ammalato, il quale, dinanzi all’imminente morte, chiese a
suo nipote di andare a Città del Messico per cercare un sacerdote che gli offrisse
l’ultimo soccorso.
Così il 12 dicembre, di mattina presto,
Juan Diego si affrettò verso il convento dei francescani a Tlatelolco, ma nei
pressi del luogo dove aveva incontrato la bella Donzella, pensò ingenuamente
che era meglio deviare i suoi passi e seguire un altro cammino, aggirando la
collina del Tepeyac dalla parte orientale per non incontrarla e potere quindi
giungere al più presto possibile al convento di Tlatelolco; poi sarebbe potuto
tornare dalla Signora del Cielo per compiere la sua volontà portando il suo
segnale al Vescovo.
Maria
Santissima però gli andò incontro e gli disse: ‘Cosa succede al più piccolo dei
miei figli? Dove vai, dove ti dirigi?’ L’indio restò sorpreso, confuso,
timoroso, e le comunicò turbato le pena che portava nel cuore: suo zio stava
per morire e lui doveva trovare un sacerdote che lo soccorresse. Maria
Santissima ascoltò il pretesto dell’indio con espressione tranquilla: comprese
perfettamente il momento di grande angoscia, tristezza e preoccupazione che
Juan Diego viveva.
Fu proprio
allora che la Madre di Dio gli rivolse le parole più belle, che penetrarono nel
più profondo del suo essere: ‘Ascolta, mettilo nel tuo cuore, figlio mio
minore, che non è nulla ciò che ti spaventa, che ti affligge; che non si turbi
il tuo volto, il tuo cuore; non temere questa malattia, né altra malattia, né
altro dolore pungente. Non sono qui io, che sono tua madre? Non sei sotto la
mia ombra e protezione? Non sono io la fonte della tua gioia? Non sei sotto le
pieghe del mio mantello, nel mio abbraccio? Hai forse bisogno di qualche altra
cosa?’
E la Signora
del Cielo lo rassicurò: ‘Che nessun’altra cosa ti affligga, ti turbi; che non
ti opprima con dolore la malattia di tuo zio, perché per ora non morirà. Sii
certo che già sta bene’. Effettivamente il quel preciso momento Maria
Santissima ridiede allo zio Juan Bernardino la salute, come Juan Diego avrebbe
saputo più tardi.
L’indio credette fermamente in ciò che
gli aveva assicurato Maria Santissima, Regina del Cielo, per cui, consolato e
deciso, la supplicò immediatamente di inviarlo a vedere il Vescovo, per
presentargli la prova, affinché credesse nel suo messaggio.
La Vergine Santissima gli ordinò di
salire sulla cima della collina, dove si erano incontrati la prima volta, e gli
disse: ‘Lì vedrai che vi sono diversi fiori; tagliali, riuniscili, mettili
tutti insieme, poi scendi e portali qui, davanti me’. Juan Diego salì
immediatamente sulla cima della collina, nonostante sapesse che in quel luogo
non vi erano fiori, poiché era arido e pieno di rocce, e vi erano solo cardi
selvatici, fichi d’india, mezquites e spine . Inoltre faceva molto freddo, era
tutto gelato.
Giunto sulla
cima, rimase però stupito poiché dinanzi a sé vi era un bel giardino pieno di
fiori, diversi, freschi, coperti di rugiada, che diffondevano un profumo
dolcissimo. Iniziò allora a tagliare tutti i fiori che poteva contenere la sua tilma (il mantello). Scese poi dalla
collina per deporre il suo bel carico dinanzi
alla Signora del Cielo.
Maria
Santissima prese fra le sue mani i fiori e poi li mise nuovamente nel mantello
di Juan Diego dicendogli: ‘Mio figlio minore, questi fiori sono la prova, il
segnale che porterai al Vescovo; da parte mia digli che veda in essi il mio
desiderio, e che per questo realizzi il mio volere, la mia volontà; e tu…, tu
che sei il mio messaggero… in te ripongo assolutamente la mia fiducia’.
Al termine di
una lunga attesa, Juan Diego si ritrovò dinanzi al Vescovo, che dopo averlo
ascoltato comprese che aveva con sé la prova per convincerlo a realizzare ciò
che la Vergine chiedeva attraverso l’umile indio. In quel momento Juan Diego
consegnò il segno di Maria Santissima aprendo il suo mantello, da cui caddero i
preziosi fiori; su di esso era ammirevolmente dipinta l’immagine di Maria
Santissima, come si vede oggigiorno, conservata nella sua casa sacra.
Il Vescovo
Zumárraga, la sua famiglia e i servitori che lo circondavano, provarono una
grande emozione, non potevano credere a quanto i loro occhi contemplavano: una
bellissima immagine della Vergine, la Madre di Dio, la Signora del Cielo.” (6)
Fin qui la commovente narrazione del
postulatore della causa di san Juan Diego. Il resto è davanti agli occhi di
tutti, ed è anche un fatto statistico: cominciò subito la costruzione del
tempio richiesto dalla Madonna e oggi la collina del Tepeyac, dove si venera la
tilma divenuta immagine, è il punto
di pellegrinaggio più affollato della terra, con più di venti milioni di
visitatori all’anno. La Madonna di Guadalupe è venerata come Regina di tutta
l’America e le riproduzioni di questa sacra icona si trovano dappertutto nel
mondo.
Non entriamo qui nell’analisi della tilma da parte degli studiosi, perché
esulerebbe troppo dal tema di questo articolo. Limitiamoci a dire soltanto che
essa, nelle sue forme e nei suoi colori, è uno stupefacente codice degli
insegnamenti fondamentali della fede su Gesù Cristo e Sua Madre, adatto “alla loro forma normale di ragionare e di
comunicare, a base di metafore, consonanze e assonanze” (7), dove per “loro”,
certo, s’intendono gli indigeni. Anche la datazione dell’apparizione stessa si
trova sul tessuto, per chi sa leggere i codici náhuatl. “L’immagine è una
sintesi di tecniche di pitture miste (indigene ed europee), di per sé
incompatibili” (8), ci dice lo studioso P. Fidel González Fernández, a
dimostrazione della missione di questo dipinto nella formazione di un nuovo
popolo e a compimento delle parole dell’Apostolo: “non c’è più diversità fra
giudeo e greco, tra schiavo e uomo libero, tra uomo e donna, perché tutti voi
siete uno solo in Gesù Cristo” (Gal 3, 28). Lo stesso volto meticcio della
Vergine, oggi assolutamente normale nella nazione messicana, era al momento
solo la prefigurazione di un qualcosa che si sarebbe compreso soltanto col
passar del tempo.
Dopo una vita nella pratica
delle virtù, in particolare quella dell’umiltà nel servizio di pulizia e
mantenimento del tempio innalzato per volere della sua “Signora e Bambina”,
Juan Diego morì nel 1548 e fu sepolto proprio nel santuario che tanto amò. La
Madonna gli aveva detto: “Sii certo che molto te ne sarò grata e te lo pagherò,
per questo ti arricchirò, ti glorificherò, e ne avrai molto merito con il quale
io retribuirò la tua stanchezza e il servizio per il quale vai a sollecitare la
richiesta per la quale ti invio” (9).
La
glorificazione di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, l’aquila che parla, è avvenuta il
31 luglio 2002 sulla collina di Tepeyac.
Note:
(1) Attualità dell’avvenimento guadalupano e di Juan Diego, Fidel González Fernández L’Osservatore Romano 2/8/02.
(2) Attualità dell’avvenimento guadalupano e di Juan Diego, cit.
(3) I tratti delle
personalità di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, Fidel González Fernández, L’Osservatore Romano 3/8/02.
(4) Attualità
dell’avvenimento guadalupano e di Juan Diego, cit.
(5) Attualità dell’avvenimento guadalupano e di Juan Diego, cit.
(6) Juan Diego Cuauhtlatoatzin: la santità di un umile indio, Eduardo Chávez Sánchez, postulatore, Supplemento dell’Osservatore Romano 22-23/7/02
(7) L’Avvenimento Guadalupano, cit.
(8) L’Avvenimento Guadalupano, cit.
(9) Secondo la versione del
Nican Mopohua, in L’Avvenimento
Guadalupano, cit.