Plinio Corrêa de Oliveira
La festa del Santo Natale occupa sicuramente un
posto importante nella liturgia. (…) La nascita del Divin Salvatore costituisce
di per se stessa un avvenimento d’infinito valore per il genere umano. Il Verbo
di Dio avrebbe potuto unirsi ipostaticamente a qualcuno degli angeli più santi e
rutilanti delle sfere celesti. Tuttavia ha preferito essere uomo, farsi carne,
appartenere per l’umanità alla discendenza di Adamo. Dono assolutamente
gratuito, per noi nobilitante, d’ineffabile valore, punto di partenza storico
di altri doni a noi dati, anch’essi insondabili.
Così,
nella previsione che il Verbo si sarebbe incarnato, la Provvidenza ha creato un
essere che in sé conteneva perfezioni maggiori di quelle di tutto l’universo
nel suo insieme, e per esso ha sospeso la successione ereditaria del peccato
originale. Dei meriti previsti nella Redenzione si nutre la virtù di tutti i
giusti della legge antica. Ma quella moltitudine era seduta “alle soglie della
morte” (Sl. 107,18), in attesa che per tutti noi si immolasse l’Agnello di Dio.
Non
soltanto loro attendevano a pie’ fermo. Attendeva a pie’ fermo, se possiamo
dirlo, la storia intera in muta trepidazione. Al momento della nascita di Gesù
Cristo, il mondo conosciuto viveva in un periodo di epilogo. Era fiorito
l’Egitto, ma raggiunto un certo culmine crollò. Lo stesso si può dire di
diversi altri popoli: caldei, persiani, fenici, sciiti, greci e tanti altri.
Infine, anche i romani erano sul punto di imboccare la via di un lungo tramonto
che, con periodi di rapida decadenza, di stagnazioni più o meno lunghe, di
effimere reazioni, li avrebbe condotti
da Augusto al suo lontano successore e miserevole omonimo Romolo Augustolo.
Tutti
questi imperi erano saliti abbastanza in alto per testimoniare la profondità e
la varietà dei talenti e delle capacità dei rispettivi popoli. Ma il pari
livello che più o meno tutti avevano raggiunto non soddisfaceva alle
aspirazioni degli animi più nobili. Sembrerebbe che queste magnifiche civiltà
abbiano fatto risaltare non tanto ciò che avevano, ma quanto loro mancava.
Nonché l’inguaribile incapacità del talento, della ricchezza e della forza
degli uomini per costruire un mondo degno di loro.
Tutto
ciò creava in Asia, in Africa e in Europa un'irrespirabile atmosfera che
accresceva il tormento degli schiavi nella loro già tanto miserevole vita e
minava segretamente i piaceri e i godimenti dei ricchi. Oppressione
imponderabile ma onnipresente, impalpabile ma evidente, indescrivibile ma molto
definita. Il corso della storia si era arenato in un pantano di corruzione,
pieno dei ruderi del passato, in cui spiccavano le miserie dell’esistenza. Così
vediamo nel terreno politico la fine di una lotta fra due espressioni della
demagogia: quella anarchica e di piazza oppure quella militare e dispotica. Nel
campo culturale, lo scetticismo religioso che divora le antiche idolatrie. Nel
campo internazionale, le vecchie patrie che vanno a disgregarsi nel contenitore
dell’Impero, per dare vita a quell’inorganico moloc cosmopolita in cui ebbe a
trasformarsi Roma. Nel terreno morale, si vede la depravazione dei costumi
dominare la vita quotidiana. Nel terreno sociale, l’oro inalberato a supremo
valore. Per quanti erano ben inseriti le cose procedevano gradevolmente,
all’apparenza. Ma in tali epoche, i “ben inseriti” sono la feccia morale e
intellettuale delle società. E proprio i migliori patiscono i mille tormenti di
situazioni immeritate e inadeguate.
Che
dire poi del quadro del popolo eletto nel momento in cui il Verbo si incarnò?
Erode cingeva il diadema di re. Tuttavia era uno scellerato, fra i peggiori del
regno, mediocre, bramoso, crudele, consapevole strumento dell’oppressore per
illudere gli ebrei con le apparenze di una vana regalità. I sacerdoti erano,
per quanto riguarda lo spirito di fede, la sincerità e il disinteresse, la
scoria della Sinagoga. La casa reale di Davide viveva nel disprezzo e nella
maggiore oscurità. I giusti erano gli
“emarginati” di quell’ordine di cose così fondamentalmente cattivo che finì con
l’uccidere il Giusto. Cosa mancava? Era la fine.
Fu
proprio nelle tenebre di questa fine che, quando meno si pensava e dove meno si
sperava, si accese una luce molto pura. In questa luce c’era l’annuncio
dell’ora dell'Incarnazione, la promessa implicita della Redenzione tanto attesa
e della nuova era che sarebbe iniziata per il mondo con l’incendio della
Pentecoste. E’ lo splendore di questa luce ad avviare nelle tenebre un'aurora
che si trasforma trionfalmente in giorno, è il cantico di meraviglia e di
speranza davanti a questo rinnovamento spirituale, l’anelito e la pregustazione
di un nuovo ordine basato sulla fede e sulla virtù, contemplato dai fedeli di
tutti i secoli quando i loro occhi si posano sul Dio Bambino il quale, disteso
sulla mangiatoia, sorride pieno di tenerezza alla Vergine Madre e al suo
castissimo sposo.
Una significativa analogia
Anche oggi
un'immensa oppressione pesa su di noi. Inutile cercare di nascondersi la
gravità dell’ora, suonando le nacchere e i tamburelli di un ottimismo senza
riscontri nella realtà. Con l’unica differenza dell’esistenza della Santa
Chiesa, la situazione del mondo è oggi terribilmente simile a quella del tempo
in cui avvenne il primo Natale. (…) Abbiamo la Chiesa, è vero. Ma questa
augusta e soprannaturale presenza non salva se non nella misura in cui gli
uomini accettano la sua influenza. (…)
Ora,
qual è la situazione della Chiesa ai nostri giorni? Ci viene da sorridere, o
piuttosto da piangere, quando qualcuno ci dice che è buona. Certo che per
alcuni versi può dirsi buona. Così come si potrebbe dire che nella Domenica
delle Palme era grande l’entusiasmo del popolo per Nostro Signore.
Ma
dire che la situazione della Chiesa è oggi buona, visti nel loro insieme i
fattori positivi e negativi, costituisce un affronto alla verità. Infatti è
buona per la Chiesa solo la situazione in cui la cultura, le leggi, le
istituzioni, la vita domestica e particolare dei singoli si conformano alla
legge di Dio. Cioè, quel che oggi non avviene, e questo è più chiaro del
sole. Perché allora coprire il sole con
un colabrodo?
E’
comprensibile che i “ben inseriti” desiderino il perdurare di questa lenta
agonia. (…) Ma anch'essi non possono eludere il malessere profondo del momento,
e non possono non tremare di fronte ai lampi che sempre più frequenti esplodono
nell’atmosfera satura.
Tuttavia,
dall’alto di quella sacra montagna che è la Chiesa, si erge l’immagine materna
e malinconica della Madonna di Fatima, incoronata dal legato del papa Pio XII.
Da lei partono per il mondo oppresso raggi di speranza. Speranza analoga a
quella portata dalla Buona Novella all’umanità antica. Sono raggi che
scaturiscono dalla Chiesa e quindi da Gesù Cristo. Chiarori che prolungano e
riaffermano quelli della prima notte di Natale.
“Infine
il mio Cuore Immacolato trionferà”, ha detto la Vergine nella sua terza
apparizione alla Cova da Iria.
O
neo paganesimo, mille volte peggio del paganesimo antico, i tuoi giorni sono
contati! Crollerà il potere sovietico così come crollerà l’influenza della
Rivoluzione in Occidente. La Madonna lo ha detto. E davanti a Lei niente
possono i grandi della terra e i prìncipi delle tenebre.
E che cosa può
essere il trionfo del Cuore Immacolato se non il regno della Vergine Maria
previsto da San Luigi Maria Grignion de Montfort? E questo regno che cosa potrebbe essere se non quella era di
virtù in cui l’umanità, riconciliata con Dio, nel grembo della Chiesa, vivrà
secondo la Sua legge preparandosi alle glorie del Cielo?
Nella
notte di Natale di questo travagliato 1957, non pensiamo né agli “sputnik” né
alle bombe all’idrogeno, se non per confermarci nella convinzione che Gesù
Cristo ha vinto per sempre il mondo e la carne, e prepara giorni della più alta
gloria per la sua Madre Immacolata, che risplenderanno dopo terribili prove.
(da
Catolicismo , dicembre 1957)