Spunti – Aprile 2003

 

L’epopea di fra' Marco D'Aviano

 

Riscattato dall’oblio il salvatore d’Europa

 

Tre secoli fa moriva un uomo fra i più straordinari della storia d'Europa, che verrà beatificato da Giovanni Paolo II il prossimo 17 aprile. Eppure, gli europei di oggi ignorano l'importanza di un personaggio che determinò come pochi altri il loro destino. Si tratta di Marco D'Aviano, frate cappuccino, fautore dell'ultima crociata contro i turchi e salvatore di Vienna, Budapest, Belgrado.

 

Il beato Innocenzo XI, suo contemporaneo, lo definì "il più grande taumaturgo" del secolo. Fra' Marco D'Aviano fu non solo un formidabile stratega, un predicatore trascinante, un illuminato teologo, ma anche una torcia di amore di Dio che illuminò e riscaldò l'Europa da un capo all'altro, ripristinando ovunque la fede intiepidita. Come si spiega dunque il silenzio calato su di lui?

            A volte se ne parla, sì, ma la sua vicenda viene circoscritta ai suoi atti di misericordia per salvare la vita dei musulmani sconfitti oppure, più occasionalmente, in difesa degli ebrei. Belli e verissimi fatti, che dimostrano l'alto equilibrio della sua santità. Lottatore come pochi, nemico giurato della vigliaccheria davanti alla potenza ottomana, Marco D’Aviano sapeva però essere grande nella vittoria e frenare ciò che era vendetta e non giustizia. Ricordarne solo un aspetto, infatti, rischia di non rendere giustizia a colui di cui è stato detto: "Quello del venerabile Marco d'Aviano è lo spirito cattolico, lo spirito di tutti i santi (...). E' un patrimonio, "depositum fidei", da trasmettere integro e puro al terzo millennio della cristianità" (Ivo Cisar Spadon, "Pagine di intensa spiritualità nei suoi libri e negli opuscoli", L'Osservatore Romano, 13-8-1999).

 

 

Dalla predica dei novissimi alla difesa contro gli ottomani

 

            Come predicatore Marco D'Aviano spicca per la spiegazione dei novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Nei suoi scritti, Fra' Marco cerca "la conversione dei peccatori, alla quale conducono sia il desiderio del cielo che la paura dell'inferno" (Spadon, art. cit.), rilevando il paradosso davanti al quale l’uomo si trova: o ha “una breve pena, e avrà una eterna vita", oppure preferisce "una breve vita, per poi avere una eterna pena". Perciò, consiglia "di entrare all'inferno da vivi per non entrarvi da morti", cioè di accettare i dolori di questo mondo per godere la gloria del Paradiso. La stessa campagna militare per lui non è concepibile senza una profonda conversione, e questa è possibile in funzione dell'ora decisiva, cioè dell'ora della morte (Erich Feigl, "Sacerdote e predicatore, indegnissimo e miserabilissimo peccatore", L'Osservatore Romano, 13-8-1999).

            La sua morte, nel convento dei cappuccini di Vienna, città che lo venera giustamente come salvatore, avverrà in grande fama di santità. Al suo capezzale, assieme alla sua comunità, ci sono l'imperatore Leopoldo I con la moglie. E’ il 13 agosto 1699, anno della ritirata completa dei turchi dall'Europa. Fra’ Marco riteneva che essa dovesse accadere al massimo 4 anni dopo la liberazione di Vienna nel 1683, ma ciò non fu possibile a causa dei dissensi tra i principi cristiani e dell'aperta opposizione di Luigi XIV di Francia. Comunque, il Signore non chiamerà il suo servo prima di fargliela  vedere.

 Leopoldo I scrive del trapasso di Fra’ Marco ad un comune amico:  "Ho avuto la fortuna con l'imperatrice d'assistere alla sua morte. Siamo venuti a vederlo ancora una volta e a ricevere la sua benedizione...lei meglio di altri può sapere la gran gloria che questo grand'uomo godrà in eterno". L’imperatore gli erigerà poi il magnifico monumento funerario in marmo e bronzo accanto alle tombe dei sovrani, nella celebre Cappella Imperiale della "Kapuzinerkirche" (Feigl, art. cit.). Quando Fra' Marco morì, quest’umile cappuccino italiano era uno degli uomini più celebri del suo tempo.

 

 

“Toglimi questo dono pauroso”

 

            Carlo Domenico Cristofori nacque il 1 novembre 1631 ad Aviano, nel Friuli, da agiata famiglia. Un primo prodigio gli anticipa la gloria: la notte di Natale del 1633, sua madre nota una luce attorno al viso sereno del bambino che dorme. Molti testimoni della sua vita diranno dopo che hanno sovente visto una luce che lo circondava. Carlo Domenico cresce contemporaneamente al potere ottomano e sogna che anche lui un giorno partirà contro "i feroci seguaci di Maometto". (*)   A 16 anni, indeciso sul da farsi, fugge dal collegio gesuita giungendo a Capodistria, affamato e senza soldi. Ripara dai cappuccini. Il superiore, un amico di famiglia, dopo averlo sfamato, lo convince a tornarsene a casa, ad aspettare ancora due anni per diventare missionario cappuccino e accompagnare i soldati. Il discorso piace al ragazzo; la sua sorte è decisa: diventerà uno di loro.

            Da frate prende il nome religioso di Marco. Un anno dopo il suo ingresso in convento farà i voti perpetui. Nel 1655 è ordinato sacerdote. Anche se noto come "Marco il buono", nessuno immaginava ancora che sarebbe diventato il più celebre predicatore e taumaturgo dell'epoca. Quando predica, ammonendo vigorosamente contro la disonestà e il vizio, un gesto gli è caratteristico: con la destra impugna il crocifisso. Si rende rapidamente noto per le cure prodigiose e gli esorcismi. Commuove al punto che a volte le autorità religiose e gli stessi cappuccini gli chiederanno, "per quieto vivere", di andarsene altrove. Vengono a sentirlo da tutta Europa e "ovunque le folle immense lo aspettano lungo le vie ornate di fiori e di rami d'alloro".

            Spaventato più degli altri dai risultati delle prediche, ma soprattutto dai miracoli,  "chiede a Dio di togliergli quel dono pauroso". Innocenzo XI gli concede un privilegio mai concesso prima: P. Marco potrà impartire la benedizione papale con indulgenza plenaria. Folle sterminate accorrono a riceverla. Tutti capiscono le sue parole, per quanto P. Marco non parlasse altro che italiano. La sua voce è flebile ma viene sentita anche dall'altra sponda dei laghi o dei fiumi mugghianti.

            I principi incominciano a contenderselo, "primi fra tutti i duchi di Lorena e di Baviera". L'imperatore chiede al Papa di inviargli il celebre cappuccino, dando così inizio ad una mutua relazione lunga e fruttuosa. Fra' Marco talvolta non gli risparmierà parole di fuoco: "...La Vostra Maestà Cesarea è pessimamente servita. La scongiuro: parli, comandi, castighi."

            "Ovunque viene accolto come un santo, e lui arrossisce di vergogna. Al suo passaggio suonano le campane, tuonano i cannoni...e lui tira dritto, col crocifisso in mano...pensa alla pace del suo convento perduta per sempre." Ad Augusta, i protestanti cercano di impedirgli di predicare. Egli si limita ad insegnare il suo "atto di dolore" nel luogo dove predicò Lutero. "Sia i cattolici che i protestanti si commuovono...Molti eretici si convertono." A Lione lo aspettano duecentomila persone. Luigi XIV, ritenendolo agente dell'imperatore, lo fa deportare in Belgio. La Delfina di Francia "gli scrive una lettera commovente di scusa e di rimpianto". In Belgio si trova al centro di un'apoteosi dopo l'altra: a Bruxelles lo aspettano 60.000 persone, a Gand 95.000, a Liegi 150.000. Tornato in Germania, a Wertenholt, la folla fa crollare un ponte ma nessuno si fa male. Alcuni spargono la voce che si tratti di un negromante: P. Marco tace e va avanti.

 

 

“Come un angelo del Signore”

 

            Tutto questo non è che il preambolo di una vita che determinerà le sorti della Cristianità. Nel 1682 Vienna è minacciata dai turchi e Leopoldo supplica il Papa di mandare al più presto P. Marco. Il Beato Innocenzo XI acconsente, cercando inoltre di costruire un'alleanza fra i principi europei per difendere la capitale imperiale. E P. Marco, come sempre, riserva parole forti al debole, ancorché pio, Imperatore: "Sacra Maestà, Dio è armato di flagelli, perché da colpe fu provocato. Conviene placarlo con l'umiliazione, col pentimento." E poi si rivolge a Vienna con parole che ricordano quelle del Signore su Gerusalemme: "Vienna, Vienna, il tuo amore per il vivere troppo libero ti ha preparato un grave castigo; cambia vita e guarda bene quello che fai, o miserabile Vienna."

            "Il Gran Sultano Maometto IV avanza come un ciclone...brucia 400 città e paesi. Giura che arriverà fino a Roma, la distruggerà dalle fondamenta, lascerà in piedi solo la Basilica di S. Pietro per farne una stalla per i suoi cavalli." L'esercito turco marcia verso Vienna: mezzo milione fra soldati, ausiliari, girovaghi, teatranti e giocolieri. A luglio Leopoldo lascia la capitale accompagnato da 60 mila viennesi. Quelli che rimangono - sacerdoti, nobili, popolo - costruiscono le barricate. Arrivati i turchi, incominciano a bruciare i quartieri periferici trasformandoli "in una muraglia di fiamme e fuoco". Ad un certo punto, il fuoco, spinto dal vento verso il centro, consuma case e chiese. A capo dell'esercito assediante il Gran Visir Mustafà prende una decisione che sarà la sua rovina: invece di assaltare Vienna per darla in pasto ai saccheggiatori, preferisce farla capitolare. Così le sue favolose ricchezze rimarranno tutte per lui. La situazione è disperata. Il comandante della difesa, il Conte Starhemberg, "fa alzare forche per impiccarvi chiunque parli di capitolare."

            Il 18 luglio l'Imperatore scrive a Padre Marco: "Le raccomando la mia povera Vienna, che non venga in mano dei barbari". Agli inizi di settembre, quando ormai si contano sedicimila viennesi morti, si affaccia l'esercito europeo che cercherà di rompere l'assedio. Con esso arriva Fra Marco che Leopoldo saluta "con esultanza, con tenerezza, con riverenza, come un angelo del Signore", lo nomina suo rappresentante personale e gli dà pieni poteri nel Consiglio di Guerra, raccomandandogli di rappacificare i riottosi capi militari. Il piano del frate è chiaro: "prima convertirsi e chiedere l'aiuto di Dio. Poi attaccare i turchi con tutte le forze". Prevede profeticamente: "Il Turco sarà sconfitto e lascerà in nostro potere il suo bagaglio. Questo è un castigo di Dio, bisogna convertirsi, ma Dio non lascerà Vienna in balia dei suoi nemici."  Padre Marco, forte dei suoi poteri, conferisce al re di Polonia Jan Sobieski il comando supremo e con grande saggezza distribuisce il comando dei vari reparti fra i restanti capi.

 

“Domani occuperemo Vienna”

 

            L'8 settembre, Natività di Maria, P. Marco celebra messa davanti all'esercito schierato a battaglia. Il re di Polonia serve come chierichetto e al termine P. Marco impartisce la benedizione apostolica. I 70 mila uomini dell'esercito vengono visitati, tenda per tenda, da P. Marco che, crocifisso in mano, li benedice e li incoraggia. L'11 annuncia: "Domani occuperemo Vienna". Il 12 celebra ancora per i soldati e tiene un breve ma infiammato discorso.

            Poche ore dopo inizia la gigantesca battaglia. "Padre Marco, con energia sovrumana, corre a cavallo da un luogo all'altro a rincuorare e benedire. E' presente soprattutto dove maggiore è il pericolo. Quando vede i turchi lanciarsi all'attacco, alza verso di loro il crocifisso e grida: 'Ecco la croce del Signore, fuggite schiere avverse.' " Il resto è noto: ad un certo momento i turchi cedono e segue una delle più brillanti vittorie militari di ogni epoca, la quale salva non solo Vienna ma l'Europa intera. Come un tempo i protestanti, ora anche i turchi dicono che Marco d'Aviano è un "negromante"; qualcuno dichiara di avergli sparato diverse volte senza conseguenze. Dopo il solenne Te Deum a Santo Stefano, il cappuccino vuole inseguire lo sconfitto esercito turco e si dispiace del comportamento incosciente e festaiolo che succede alla vittoria. Va dall'imperatore: "Dio vuole la guerra e non la pace. Prima siano liberati tutti i territori cristiani, poi si tratterà. Per il momento bisogna cogliere i frutti della vittoria e non dare tregua ai turchi." Papa Innocenzo XI convoca una "Lega Santa": Il Re di Francia frappone ostacoli e i consiglieri delle corti vittoriose cercano di rimandare. "Padre Marco freme d’indignazione, protesta, minaccia i castighi di Dio".

 

Buda e Belgrado liberate

 

            Riorganizzato l'esercito, accanto al fedele duca di Lorena, P. Marco finalmente riprende l'avanzata conquistando Visegrad, Waitzen, Essech e Pest. Ovunque si scorge il frate "a cavallo, col crocifisso in mano, ove maggiormente infuria la battaglia". Quando  i generali sono indecisi se attaccare Buda o Alba, P. Marco interviene presso l'imperatore, che decide per Buda, la più importante roccaforte avversaria. Davanti ai timorosi, P. Marco dichiara che Buda non sarà conquistata a causa della loro poca fede e se ne torna in Italia. Così, il capoluogo magiaro non verrà espugnato né nel 1684, né l'anno dopo, ma P. Marco rientrerà in Ungheria nel 1685 per essere l'anima della vittoria di Neuhausel. A settembre del 1686 i "comandanti stanno ancora discutendo se si debba attaccare Buda o Alba". Il frate ordina: 'Buda e basta!'". Una a una cadono le tre mura di cinta a difesa della città.  P. Marco dichiara che è "una delle imprese più grandi che mai si potessero fare". Entra fra i primi dalla breccia aperta, inalberando uno stendardo con l'immagine di San Giuseppe. In Ungheria P. Marco convertirà persino un vescovo calvinista.

In seguito il Consiglio di Guerra, riunito a Vienna, preme perché prosegua verso Belgrado. I generali, ancora timorosi dei turchi, vengono rincuorati: "Dio vuole assolutamente questa impresa". Belgrado sarà riconquistata nel 1688, ma a causa della politica francese di attaccare l'Impero dal fronte opposto, e degli intrighi e delle paure, verrà persa qualche anno dopo. Invece P. Marco, che subito dopo Belgrado puntava su Costantinopoli, davanti all’apposizione dei generali lascia "giurando di non farsi più vedere negli accampamenti militari."

            P. Marco passerà il resto della vita a predicare in Italia, convertendo dappertutto, facendo miracoli, seguito sempre da folle immense. Manterrà  in questi anni un'abbondante corrispondenza col Papa, con i cardinali, con l'Imperatore, con i sovrani di tutta Europa. Tutti vogliono il suo consiglio e tutti lo invitano. Fra' Marco, però, sentendosi vecchio e malato, farà solo un ultimo viaggio per morire a Vienna. Il corpo di quest'uomo umile e severo, che rifuggiva dagli onori e che spesso rimproverò aspramente i viennesi, verrà esposto nella Cappella Imperiale per "cinque lunghi giorni, giorno e notte, senza un minuto di tregua (dove) i fedeli devono entrare per una porta e, senza fermarsi un istante, uscire dalla porta di fronte."  Dichiarato dalla Chiesa venerabile nel 1991 sarà, come detto all’inizio, beatificato quest’anno. L’Europa avrà sugli altari un celeste avvocato contro tutte quelle minacce che sono tornate, oggi come allora, a incombere su di essa, dalla perdita dell’identità cristiana fino al prepotente ritorno del fondamentalismo islamico nelle sue contrade.

 

(*) Le citazioni che seguono sono tratte dall’eccellente libro di Marcello Bellina, “Padre Marco d’Aviano”, Edizioni Segno, 1991, 157 pp.