Tre secoli fa moriva un uomo
fra i più straordinari della storia d'Europa, che verrà beatificato da Giovanni
Paolo II il prossimo 17 aprile. Eppure, gli europei di oggi
ignorano l'importanza di un personaggio che determinò come pochi altri il loro
destino. Si tratta di Marco D'Aviano, frate cappuccino, fautore dell'ultima
crociata contro i turchi e salvatore di Vienna, Budapest, Belgrado.
Il beato Innocenzo XI, suo contemporaneo, lo definì
"il più grande taumaturgo" del secolo. Fra'
Marco D'Aviano fu non solo un formidabile stratega, un predicatore trascinante,
un illuminato teologo, ma anche una torcia di amore di
Dio che illuminò e riscaldò l'Europa da un capo all'altro, ripristinando
ovunque la fede intiepidita. Come si spiega dunque il silenzio calato su di
lui?
A volte se ne parla, sì, ma la sua
vicenda viene circoscritta ai suoi atti di
misericordia per salvare la vita dei musulmani sconfitti oppure, più
occasionalmente, in difesa degli ebrei. Belli e verissimi
fatti, che dimostrano l'alto equilibrio della sua santità. Lottatore come pochi, nemico giurato della vigliaccheria davanti
alla potenza ottomana, Marco D’Aviano sapeva però essere grande nella vittoria
e frenare ciò che era vendetta e non giustizia. Ricordarne solo un
aspetto, infatti, rischia di non rendere giustizia a colui di cui è stato
detto: "Quello del venerabile Marco d'Aviano è lo spirito cattolico, lo
spirito di tutti i santi (...). E' un patrimonio, "depositum fidei",
da trasmettere integro e puro al terzo millennio della cristianità" (Ivo
Cisar Spadon, "Pagine di intensa spiritualità nei
suoi libri e negli opuscoli", L'Osservatore
Romano, 13-8-1999).
Come predicatore Marco
D'Aviano spicca per la spiegazione dei novissimi: morte, giudizio, inferno,
paradiso. Nei suoi scritti, Fra' Marco cerca "la
conversione dei peccatori, alla quale conducono sia il desiderio del cielo che
la paura dell'inferno" (Spadon, art. cit.), rilevando il paradosso davanti
al quale l’uomo si trova: o ha “una breve pena, e avrà una eterna vita",
oppure preferisce "una breve vita, per poi avere una eterna pena".
Perciò, consiglia "di entrare all'inferno da vivi per non entrarvi da
morti", cioè
di accettare i dolori di questo mondo per godere la gloria del Paradiso. La
stessa campagna militare per lui non è concepibile senza una profonda
conversione, e questa è possibile in funzione dell'ora decisiva, cioè dell'ora della morte (Erich Feigl, "Sacerdote e
predicatore, indegnissimo e miserabilissimo peccatore", L'Osservatore Romano, 13-8-1999).
La sua morte, nel
convento dei cappuccini di Vienna, città che lo venera giustamente come
salvatore, avverrà in grande fama di santità. Al suo
capezzale, assieme alla sua comunità, ci sono l'imperatore Leopoldo I con la
moglie. E’ il 13 agosto 1699, anno della ritirata completa dei turchi
dall'Europa. Fra’ Marco riteneva che essa dovesse accadere al massimo 4 anni
dopo la liberazione di Vienna nel 1683, ma ciò non fu possibile a causa dei
dissensi tra i principi cristiani e dell'aperta opposizione di Luigi XIV di Francia. Comunque, il Signore
non chiamerà il suo servo prima di fargliela
vedere.
Leopoldo I scrive del trapasso di Fra’ Marco ad un comune amico: "Ho avuto la fortuna con l'imperatrice
d'assistere alla sua morte. Siamo venuti a vederlo ancora una volta e a
ricevere la sua benedizione...lei meglio di altri può sapere la gran gloria che
questo grand'uomo godrà in eterno". L’imperatore gli erigerà poi il
magnifico monumento funerario in marmo e bronzo accanto alle tombe dei sovrani,
nella celebre Cappella Imperiale della "Kapuzinerkirche" (Feigl, art.
cit.). Quando Fra' Marco morì, quest’umile cappuccino
italiano era uno degli uomini più celebri del suo tempo.
Carlo Domenico
Cristofori nacque il 1 novembre 1631 ad Aviano, nel Friuli,
da agiata famiglia. Un primo prodigio gli anticipa la gloria: la notte di
Natale del 1633, sua madre nota una luce attorno al viso sereno del bambino che
dorme. Molti testimoni della sua vita diranno dopo che hanno sovente visto una
luce che lo circondava. Carlo Domenico cresce contemporaneamente al potere
ottomano e sogna che anche lui un giorno partirà contro "i feroci seguaci
di Maometto". (*) A 16 anni, indeciso sul da farsi, fugge dal
collegio gesuita giungendo a Capodistria, affamato e senza soldi. Ripara dai
cappuccini. Il superiore, un amico di famiglia, dopo averlo sfamato, lo
convince a tornarsene a casa, ad aspettare ancora due anni per diventare
missionario cappuccino e accompagnare i soldati. Il discorso piace al ragazzo;
la sua sorte è decisa: diventerà uno di loro.
Da frate prende il nome
religioso di Marco. Un anno dopo il suo ingresso in convento farà i voti
perpetui. Nel 1655 è ordinato sacerdote. Anche se noto
come "Marco il buono", nessuno immaginava ancora che sarebbe
diventato il più celebre predicatore e taumaturgo dell'epoca. Quando predica, ammonendo vigorosamente contro la disonestà e il
vizio, un gesto gli è caratteristico: con la destra impugna il crocifisso. Si
rende rapidamente noto per le cure prodigiose e gli esorcismi. Commuove al
punto che a volte le autorità religiose e gli stessi cappuccini gli
chiederanno, "per quieto vivere", di andarsene altrove. Vengono a
sentirlo da tutta Europa e "ovunque le folle immense lo aspettano lungo le
vie ornate di fiori e di rami d'alloro".
Spaventato più degli
altri dai risultati delle prediche, ma soprattutto dai miracoli, "chiede a Dio di togliergli quel dono
pauroso". Innocenzo XI gli concede un privilegio mai concesso prima: P.
Marco potrà impartire la benedizione papale con
indulgenza plenaria. Folle sterminate accorrono a riceverla. Tutti capiscono le
sue parole, per quanto P. Marco non parlasse altro che
italiano. La sua voce è flebile ma viene sentita anche
dall'altra sponda dei laghi o dei fiumi mugghianti.
I principi incominciano
a contenderselo, "primi fra tutti i duchi di Lorena e di Baviera".
L'imperatore chiede al Papa di inviargli il celebre cappuccino, dando così
inizio ad una mutua relazione lunga e fruttuosa. Fra' Marco talvolta non gli
risparmierà parole di fuoco: "...La Vostra Maestà Cesarea è pessimamente
servita. La scongiuro: parli, comandi, castighi."
"Ovunque viene accolto come un santo, e lui arrossisce di vergogna.
Al suo passaggio suonano le campane, tuonano i cannoni...e lui tira dritto, col
crocifisso in mano...pensa alla pace del suo convento
perduta per sempre." Ad Augusta, i protestanti cercano di impedirgli di
predicare. Egli si limita ad insegnare il suo "atto di dolore" nel
luogo dove predicò Lutero. "Sia i cattolici che i protestanti si
commuovono...Molti eretici si convertono." A
Lione lo aspettano duecentomila persone. Luigi XIV, ritenendolo agente
dell'imperatore, lo fa deportare in Belgio. La Delfina
di Francia "gli scrive una lettera commovente di scusa e di
rimpianto". In Belgio si trova al centro di un'apoteosi dopo l'altra: a
Bruxelles lo aspettano 60.000 persone, a Gand 95.000, a Liegi 150.000. Tornato
in Germania, a Wertenholt, la folla fa crollare un ponte ma nessuno si fa male.
Alcuni spargono la voce che si tratti di un negromante: P. Marco tace e va
avanti.
Tutto questo non è che il preambolo di una vita che determinerà le sorti
della Cristianità. Nel 1682 Vienna è minacciata dai turchi e Leopoldo supplica
il Papa di mandare al più presto P. Marco. Il Beato Innocenzo XI acconsente,
cercando inoltre di costruire un'alleanza fra i principi europei per difendere
la capitale imperiale. E P. Marco, come sempre,
riserva parole forti al debole, ancorché pio, Imperatore: "Sacra Maestà,
Dio è armato di flagelli, perché da colpe fu provocato. Conviene placarlo con
l'umiliazione, col pentimento." E poi si rivolge a
Vienna con parole che ricordano quelle del Signore su Gerusalemme:
"Vienna, Vienna, il tuo amore per il vivere troppo libero ti ha preparato
un grave castigo; cambia vita e guarda bene quello che fai, o miserabile
Vienna."
"Il Gran Sultano
Maometto IV avanza come un ciclone...brucia 400 città
e paesi. Giura che arriverà fino a Roma, la distruggerà dalle fondamenta,
lascerà in piedi solo la Basilica di S. Pietro per farne una stalla per i suoi
cavalli." L'esercito turco marcia verso Vienna:
mezzo milione fra soldati, ausiliari, girovaghi, teatranti e giocolieri. A
luglio Leopoldo lascia la capitale accompagnato da 60
mila viennesi. Quelli che rimangono - sacerdoti, nobili, popolo - costruiscono
le barricate. Arrivati i turchi, incominciano a bruciare i quartieri periferici
trasformandoli "in una muraglia di fiamme e fuoco". Ad un certo
punto, il fuoco, spinto dal vento verso il centro, consuma case e chiese. A
capo dell'esercito assediante il Gran Visir Mustafà prende una decisione che
sarà la sua rovina: invece di assaltare Vienna per darla in pasto ai
saccheggiatori, preferisce farla capitolare. Così le sue favolose ricchezze
rimarranno tutte per lui. La situazione è disperata. Il comandante della
difesa, il Conte Starhemberg, "fa alzare forche per impiccarvi chiunque
parli di capitolare."
Il 18 luglio
l'Imperatore scrive a Padre Marco: "Le raccomando la mia povera Vienna,
che non venga in mano dei barbari". Agli inizi di settembre, quando ormai
si contano sedicimila viennesi morti, si affaccia l'esercito europeo che
cercherà di rompere l'assedio. Con esso arriva Fra
Marco che Leopoldo saluta "con esultanza, con tenerezza, con riverenza,
come un angelo del Signore", lo nomina suo rappresentante personale e gli
dà pieni poteri nel Consiglio di Guerra, raccomandandogli di rappacificare i
riottosi capi militari. Il piano del frate è chiaro: "prima
convertirsi e chiedere l'aiuto di Dio. Poi attaccare i turchi con tutte le
forze". Prevede profeticamente: "Il Turco sarà sconfitto e lascerà in
nostro potere il suo bagaglio. Questo è un castigo di Dio, bisogna convertirsi,
ma Dio non lascerà Vienna in balia dei suoi nemici." Padre Marco, forte dei suoi poteri,
conferisce al re di Polonia Jan Sobieski il comando supremo e con grande saggezza distribuisce il comando dei vari reparti fra
i restanti capi.
L'8
settembre, Natività di Maria, P. Marco celebra messa davanti all'esercito
schierato a battaglia. Il re di Polonia serve come chierichetto e al termine P.
Marco impartisce la benedizione apostolica. I 70 mila uomini dell'esercito vengono visitati, tenda per tenda, da P. Marco che,
crocifisso in mano, li benedice e li incoraggia. L'11
annuncia: "Domani occuperemo Vienna". Il 12 celebra ancora per i
soldati e tiene un breve ma infiammato discorso.
Poche ore dopo inizia la
gigantesca battaglia. "Padre Marco, con energia sovrumana, corre a cavallo
da un luogo all'altro a rincuorare e benedire. E' presente soprattutto dove
maggiore è il pericolo. Quando vede i turchi lanciarsi all'attacco, alza verso
di loro il crocifisso e grida: 'Ecco la croce del
Signore, fuggite schiere avverse.' " Il resto è noto: ad un certo momento
i turchi cedono e segue una delle più brillanti vittorie militari di ogni
epoca, la quale salva non solo Vienna ma l'Europa intera. Come un tempo i protestanti, ora anche i turchi dicono che Marco
d'Aviano è un "negromante"; qualcuno dichiara di avergli sparato
diverse volte senza conseguenze. Dopo il solenne Te Deum a Santo Stefano, il cappuccino vuole inseguire lo sconfitto
esercito turco e si dispiace del comportamento incosciente e festaiolo che
succede alla vittoria. Va dall'imperatore: "Dio vuole la guerra e non la
pace. Prima siano liberati tutti i territori cristiani, poi
si tratterà. Per il momento bisogna cogliere i frutti della vittoria e
non dare tregua ai turchi." Papa Innocenzo XI
convoca una "Lega Santa": Il Re di Francia frappone ostacoli e i
consiglieri delle corti vittoriose cercano di rimandare. "Padre Marco
freme d’indignazione, protesta, minaccia i castighi di Dio".
Riorganizzato
l'esercito, accanto al fedele duca di Lorena, P. Marco finalmente riprende
l'avanzata conquistando Visegrad, Waitzen, Essech e Pest. Ovunque si scorge il
frate "a cavallo, col crocifisso in mano, ove
maggiormente infuria la battaglia". Quando i generali sono indecisi se attaccare Buda o
Alba, P. Marco interviene presso l'imperatore, che decide per Buda, la più
importante roccaforte avversaria. Davanti ai timorosi, P. Marco dichiara
che Buda non sarà conquistata a causa della loro poca fede e se ne torna in
Italia. Così, il capoluogo magiaro non verrà espugnato
né nel 1684, né l'anno dopo, ma P. Marco rientrerà in Ungheria nel 1685 per
essere l'anima della vittoria di Neuhausel. A settembre del 1686 i "comandanti
stanno ancora discutendo se si debba attaccare Buda o Alba". Il frate
ordina: 'Buda e basta!'". Una a
una cadono le tre mura di cinta a difesa della città. P. Marco dichiara che è "una delle
imprese più grandi che mai si potessero fare". Entra fra i primi dalla
breccia aperta, inalberando uno stendardo con l'immagine di San Giuseppe. In
Ungheria P. Marco convertirà persino un vescovo calvinista.
In seguito il Consiglio di Guerra, riunito a Vienna,
preme perché prosegua verso Belgrado. I generali, ancora timorosi dei turchi, vengono rincuorati: "Dio vuole assolutamente questa
impresa". Belgrado sarà riconquistata nel 1688, ma a causa della politica
francese di attaccare l'Impero dal fronte opposto, e degli intrighi e delle
paure, verrà persa qualche anno dopo. Invece P. Marco,
che subito dopo Belgrado puntava su Costantinopoli, davanti all’apposizione dei
generali lascia "giurando di non farsi più vedere negli accampamenti
militari."
P. Marco passerà il
resto della vita a predicare in Italia, convertendo dappertutto, facendo
miracoli, seguito sempre da folle immense. Manterrà in questi anni un'abbondante corrispondenza
col Papa, con i cardinali, con l'Imperatore, con i sovrani di tutta Europa.
Tutti vogliono il suo consiglio e tutti lo invitano. Fra' Marco, però,
sentendosi vecchio e malato, farà solo un ultimo viaggio per morire a Vienna.
Il corpo di quest'uomo umile e severo, che rifuggiva dagli onori e che spesso
rimproverò aspramente i viennesi, verrà esposto nella
Cappella Imperiale per "cinque lunghi giorni, giorno e notte, senza un
minuto di tregua (dove) i fedeli devono entrare per una porta e, senza fermarsi
un istante, uscire dalla porta di fronte."
Dichiarato dalla Chiesa venerabile nel 1991 sarà, come detto all’inizio,
beatificato quest’anno. L’Europa avrà sugli altari un celeste avvocato contro
tutte quelle minacce che sono tornate, oggi come allora, a
incombere su di essa, dalla perdita dell’identità cristiana fino al prepotente
ritorno del fondamentalismo islamico nelle sue contrade.
(*) Le
citazioni che seguono sono tratte dall’eccellente libro di Marcello Bellina,
“Padre Marco d’Aviano”, Edizioni Segno, 1991, 157 pp.