“La Chiesa,
quando è perseguitata fiorisce, mentre è ferita vince, e proprio allora
trionfa: quando sembra che sia sconfitta”. Con queste parole di S. Ilario di
Poitiers, il card. Saraiva Martins introduce il quaderno dell’Osservatore Romano “Ucraina, terra di martiri”, tutto dedicato ai martiri
greco-cattolici del comunismo in quella nazione, beatificati da Giovanni Paolo
II il 27 giugno 2001. L’autore del quaderno, il giornalista Giampaolo Mattei,
ringrazia non senza ironia gli “agenti del famigerato servizio segreto
sovietico (…) perché i documenti messi insieme per accusare e condannare i
cristiani sono oggi prova di santità. Spietati aguzzini si sono rivelati oggi efficaci
‘postulatori’ di cause di canonizzazione. Le carte dei processi-farsa
presentano testimoni eroici, espressione del popolo e non ‘traditori del
popolo’. E’ la rivincita della storia” (p. 5). Ed è proprio su questi documenti
e sui testimoni ancora viventi che si basa il suo libro.
Tutti ormai
sappiamo che sulla tragedia del comunismo è calato un gigantesco sipario molto
simile all’omertà. A parte qualche ambiente accademico, privo di grande
ripercussione nell’opinione pubblica, quasi nessuno ne parla più. Chi infrange
la “regola”, viene subito messo a tacere, oppure deve rassegnarsi a non
accedere mai ai “pulpiti” mediatici. Quelli che invece fino all’altro ieri si
sono fregiati del titolo di comunisti,
“riciclandosi” nel frattempo in liberal-democratici o altro, pretendono
oggi nientemeno che di dettare dai detti “pulpiti” le regole della “pacifica
convivenza” alla società contemporanea. Eppure, se questi non sono stati
diretti responsabili, non hanno neppure potuto ignorare completamente tragedie come
quelle raccontate da Mattei. Ed hanno taciuto. Anzi, a volte si sono perfino
lasciati scappare espressioni di rammarico al constatare che i loro paesi
liberi erano privi di certi “benefici” dei paesi del socialismo reale. E non
potevano ignorare la tragedia, anche perché non sono mai mancate le
testimonianze di prima mano, di cui la più nota forse è stata quella del Premio
Nobel Solgenytzin. Ma guai a dirlo perché persino ora, o soprattutto ora, a
fatti compiuti, più di uno diventa
terribilmente suscettibile.
La Chiesa ha
sofferto per mano dei comunisti una persecuzione mai vista dai tempi antichi.
Forse la peggiore in assoluto nella sua bimillenaria storia. Alcuni dei
testimoni ancora sopravvivono. L’apostolato di Luci sull’Est è nato proprio per portare un sollievo spirituale a
coloro che hanno patito l’indicibile sotto il comunismo ed è buono ogni tanto
ricordarlo ai nostri lettori. Sì perché, in un certo senso, sono stati vittime
due volte: prima del sistema sovietico e poi del silenzio dell’Occidente.
A metà dell’anno scorso sono stati scoperti
nel sotterraneo di un monastero a Zhovka, in Ucraina, 225 scheletri di persone
uccise dopo il 1950. Uomini, donne e bambini, tutti “macellati nudi come
animali”, i più fortunati fucilati, gli altri finiti a bastonate (1). I pochi
giornali che hanno parlato dell’argomento non hanno ricordato, almeno a quanto
ci risulta, che all’epoca il capo sovietico ucraino più importante era quel
sorridente pacioccone di Nikita
Krusciov, resoci simpatico dai mass media per il suo "aperturismo"
verso l’Occidente e la sua condanna di Stalin.
Oggi non c’è
uno studioso serio che neghi che la persecuzione contro la Chiesa continuò
anche dopo la caduta di Stalin, proprio nel periodo in cui Krusciov diventò
segretario generale del PCUS. Già, perché quando diviene inevitabile ricordare
qualcosa sul comunismo, coloro di cui parlavamo prima tendono ad attribuire
tutte le nefandezze solo allo stalinismo, che fu certamente il periodo più
brutale, ma non l’unico periodo brutale. Una reazione che sembra ricollegarsi
al tentativo, mai del tutto smascherato, di far credere che il comunismo sia
stato cattivo solo nella sua applicazione, non nella sua idea. Come se i
crimini comunisti non derivassero proprio dal desiderio di attuare nel campo
socioeconomico una concezione ideologica contraria alla natura dell’uomo.
Questo bisognerebbe capirlo bene: la violenza è congenita all’utopia sociale,
anche quando si autoproclama pacifista. La natura dell’uomo, sia per quanto ha
di buono che per quanto è inficiato dalla colpa originale, va sempre tenuta
nella dovuta considerazione.
Fra i 27
beatificati ci sono ben 8 vescovi, a testimonianza di un episcopato
virtualmente annientato, perché non si piegò al regime comunista, che intendeva
far confluire tutta la Chiesa Cattolica di rito bizantino unita al Papa nel
Patriarcato ortodosso di Mosca, divenuto malleabile a forza di subire i colpi
di maglio inferti dai tiranni del Cremlino. Gli altri martiri sono sacerdoti,
suore e persino un laico. Nella sua commovente ricostruzione dei fatti,
Giampaolo Mattei ci racconta una caso impressionante, accaduto quasi alla
vigilia della Perestroika, che ci fa
capire come la persecuzione sia durata in pratica fino agli sgoccioli del
regime:
“Il giorno della beatificazione a Lviv poteva esserci anche Maria Sved.
Avrebbe avuto 44 anni. E’ stata uccisa in una centralissima strada della città.
La sua testimonianza interpella senza sconti. Aveva 25 anni. Era il 29
settembre 1982, il giorno del compleanno di sua mamma. L’hanno massacrata di
botte perché non ha voluto consegnare agli agenti comunisti la borsa con gli
oggetti liturgici. Maria si è fatta ammazzare brutalmente piuttosto che cedere
ciò che serviva al sacerdote per celebrare l’Eucaristia”.
Questa giovane uccisa quando buona parte del mondo libero ormai se ne
infischiava delle persecuzioni aldilà della Cortina di ferro, almeno di quelle
fatte per motivi religiosi, ci ricorda un episodio raccontato da Didier Rance,
nel suo libro Un siècle de témoins, di cui abbiamo precedentemente parlato su Spunti (ottobre 2002, pag. 6). Il sacerdote bulgaro Gavril
Bielovejdov era venuto alla fine degli anni ottanta a Roma, invitato da una
università pontificia per riferire sui suoi tredici anni di calvario sofferto
in un lager nel suo paese, quando alla fine si sentì dire da un confratello
italiano, spalleggiato da un gruppo di studenti: “La prossima volta non
racconti sciocchezze come ha fatto oggi”. Si è tentati di credere che
all’eventuale comprensibile "non sapere", spesso si aggiunga
l’inammissibile "non voler sapere".
I compagni di sventura dei martiri
vivono ancora. Giampaolo Mattei è andato a trovarli. Per questo ci dice, nelle
parole conclusive: “Un cristiano che fa di professione il giornalista si
domanda come sarebbe stato straordinario intervistare i cristiani dei primi
secoli, i martiri che si riunivano nelle catacombe e nelle case (…), che cosa
avrebbe significato respirare la fede e il coraggio dei cristiani dei primi
secoli”.
E subito dopo
aggiunge: “La straordinaria possibilità di intervistare i martiri, di entrare
nella loro casa, si può compiere in Ucraina, e non solo. Anche in una povera
casa alla periferia di Lviv, ad esempio, è possibile intervistare i martiri e i
figli dei martiri, proprio nelle catacombe del XX secolo dove sono vissuti.
Raccontare la loro storia non è canonizzare, ma è toccare con mano che le
catacombe del XX secolo hanno solo cambiato forma rispetto alle catacombe dei
primi secoli, perché l’essenza è la medesima. Non c’è differenza tra i
cristiani che si riunivano – di notte e di nascosto – in una casa di Lviv e i
cristiani che si riunivano – di notte e di nascosto – a San Callisto, sulla Via
Appia Antica di Roma”.
E’ come dire
che per far luce sul comunismo non è neppure necessario andare nei polverosi
archivi e scovare documenti inediti. Basta bussare a certe porte, visitare
certe famiglie che oggi vivono nella
stessa nostra “post-modernità”. Cosa di cui tanti politici e commentatori
dell’attualità, tanti inviati speciali, tanti autori di "drammatici"
documentari TV sulla sfortuna che perseguita gli orsetti cinesi o i poveri
squali, si guardano bene dal fare.
Sulla valorosa
Ucraina, un tempo nota come granaio dell’Europa, Giampaolo Mattei conclude
tracciando un quadro forte ma realistico: “Le sorti dell’Europa si sono decise
anche nelle sterminate pianure ucraine, dove per sette decenni il regime
comunista pretendeva di costruire un uomo nuovo, secondo i dettami di una
ideologia armata e trionfante, chiamata ateismo scientifico. E’ nato l’homo sovieticus e i danni genetici
richiederanno anni e tante lacrime per essere superati”.
Luci sull’Est ha da poco
patrocinato l’edizione in Ucraina del libro “La Chiesa di Kiev nell’Oriente
Slavo”, scritto dal vescovo greco-cattolico, Mons. Andrea Sapelak, proprio per
ricostruire ad usum di questi
ammirevoli fedeli la travagliata vicenda e l’identità storica della comunità
cattolica di rito bizantino, che lungo i
secoli e dopo ripetute persecuzioni e martìri, ha voluto mantenere la sua
fedeltà alla Chiesa di Roma restando in piena comunione col Papa. Quello che si
vede oggi, nonostante tutte le ombre che aleggiano sull’Ucraina ben descritte
dal commento di Mattei sopra riportato, ancora una volta conferma che, come
disse Tertulliano, “il sangue dei martiri è seme di cristiani”.
Recentemente,
in una intervista alla rivista Famiglia
Cristiana, l'arcivescovo maggiore degli ucraini, il Card. Lubomir Husar, ha
parlato della grande vitalità di questa chiesa dopo la caduta del comunismo:
“Nel solo 1946, e nella sola Galizia, il Governo sovietico diede in uso agli
ortodossi 592 delle nostre chiese. Considerando questo, la Chiesa ortodossa
russa dovrebbe ammettere un primo fallimento: la sua opera pastorale non è
stata in grado di portare la gente alla ‘ortodossia’. Inoltre, nel solo periodo
1990-1991, più di mille comunità sono tornate alla Chiesa greco-cattolica”.
Tutto ciò nonostante il Patriarcato di Mosca avesse inizialmente chiesto al
Vaticano di “abolire ogni contatto con la nostra Chiesa: avrebbe dovuto farci
‘latini’ o farci ‘tornare’ alla Chiesa ortodossa. D’altra parte, c’era stata l’Ostpolitik, durante la quale si voleva
parlare con gli ortodossi di Mosca ad ogni costo, anche al prezzo di rinunciare
alla nostra Chiesa (…). Ma il Papa si oppose a quella richiesta. Oggi la
tattica è ancora la stessa. E infatti Mosca dice: se volete avere buoni
rapporti con noi, rinunciate agli uniati”. (2)
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Mons. Andrij
Sapelak, vescovo emerito greco-cattolico, scrive a Luci sull’Est: “Durante le Feste Natalizie ho pregato in modo
particolare per Voi come nostri grandi benefattori in questi tempi cruciali per
la Chiesa e per la Nazione ucraina. La seconda edizione ampliata del mio libro
“La Chiesa di Kiev nell’Oriente Slavo”, generosamente finanziata dalla
Associazione “Luci sull’Est”, destinata all’Ucraina Orientale, è già uscita e
si sta diffondendo”.
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Note:
1. Avvenire, 25 luglio 2002
2.
Famiglia Cristiana, 48/2002, pp.65 e 67