Spunti – Marzo 2004

Meditazione sopra la

PASSIONE

di Nostro Signore Gesù Cristo

 

In questa Quaresima, tempo di penitenza e preparazione alla Pasqua, voglio offrirLe tre meravigliose meditazioni sulla Passione di Nostro Signore. Sono state scritte dal noto pensatore cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira.

In esse la forza poetica e descrittiva delle parole ci porta a rivivere le sofferenze di Nostro Signore, fisiche ma soprattutto spirituali e ci ricorda che ogni volta che soffriamo per la fede, per il male che abbonda sulla terra, per le empietà che si compiono quotidianamente, siamo “alter Christus”, un altro Cristo.

In Lui si è compiuta la volontà del Padre, la Passione ma anche la gloria trascendente della Risurrezione, dando anche a noi la certezza che il nostro destino di cristiani si compirà, come nelle sofferenze di questo mondo anche nella gloria che deve esser rivelata.

Con questi sentimenti Le auguro una proficua meditazione e ancor più di veder abbondare i frutti spirituali che per mezzo di Maria, Madre Sua e Madre Nostra, distribuisce copiosi.

 

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Come poté il mondo odiare Colui che fece tanto bene?

 

L’immagine di questa pagina riproduce una tela di Pflock (secolo XVI), custodita nel Museo di Gand: “L’incoronazione di spine”. Intorno al Divino Redentore, con le mani legate e rivestito di una porpora da scherno, si riuniscono cinque figure. In primo piano, un uomo Gli stende una canna a guisa di scettro, e allo stesso tempo, con un saluto caricaturale, si toglie il copricapo e tira fuori la lingua.

 

A fianco, un altro spalanca la bocca con un atteggiamento beffardo. Gli altri, sullo sfondo, sono impegnati a conficcare sul capo adorabile del Salvatore, a guisa di corona, una specie di immenso copricapo di spine. Al centro il Figlio di Dio, che esprime il suo dolore fisico, ma soprattutto l’intensa sofferenza morale, la quale supera il tormento del corpo e che permea interamente la Vittima divina. Si direbbe che Gesù soffra del rancore di questi miserabili carnefici, ma che questo odio non è altro che la riva di un immenso oceano di rancore che si estende oltre, sino ai limiti dell’orizzonte. Ed è su questo oceano che si sofferma lo sguardo di Gesù in una dolorosa meditazione.

 

Il quadro di Pflock focalizza un aspetto importantissimo della Passione: il contrasto tra la santità infinita e l’amore ineffabile del Redentore, e la insondabile bassezza e implacabile odio di coloro che Lo suppliziarono ed uccisero. In questo contrasto si evidenzia l’irriducibile opposizione tra la Luce  - “erat lux vera” (Gv.I,9) - e i figli delle tenebre, tra la Verità e l’errore, l’Ordine e il disordine, il Bene e il male.


“Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te?” “Popolo mio, che male ti feci? In che cosa ti rattristai?” Queste parole, che la Liturgia del Venerdì Santo pone sulle labbra di Nostro Signore, sono proprio al centro del tema che abbiamo enunciato.

 

Che un uomo odii chi gli fa del male, può essere censurabile, ma non incomprensibile. Però, come può un uomo odiare chi è buono, chi gli fa del bene? Questo problema è vecchio quasi quanto l’umanità. Perché Caino odiò Abele? Perché i giudei perseguitarono e non di rado uccisero i Profeti? Perché i romani perseguitarono i cristiani?

 

Più recentemente, perché i protestanti sparsero tanto sangue di martiri cattolici, perché la Rivoluzione Francese agì allo stesso modo ed altrettanto fece la Rivoluzione Bolscevica in Russia? Come spiegare l’odio dei comunisti nella guerra civile spagnola, nelle persecuzioni del Messico, dell’Ungheria e della Jugoslavia?


Sappiamo bene che, formulate così, tali domande sembrano a molti un po’ semplicistiche. L’odio dei nemici della Chiesa non sempre fu gratuito. Non mancarono, a volte, anche da parte dei cattolici, provocazioni ed eccessi che generarono delle reazioni. D’altro canto, vi furono in certi casi, equivoci, malintesi ed incomprensioni che diedero luogo a violenze. Vi furono allora dei martiri, non perché la Chiesa fosse debitamente conosciuta e odiata come tale, ma precisamente perché era sconosciuta o ingiustamente deformata.


Non neghiamo nulla di questo. Tuttavia, ridurre a queste cause l’odio delle tenebre contro la Luce, del male contro il Bene sarebbe, questo sì, una singolare esemplificazione del problema.


È quello che nella Passione si evidenzia con solare chiarezza.

 

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Osserviamo preliminarmente che, se i cattolici possono avere dei difetti, Nostro signore non li ebbe. Su questo non può esserci alcun dubbio, sia in merito alla sostanza che alla forma della sua predicazione, sia riguardo al tatto che all’opportunità con cui insegnava, sia ancora per quanto attiene al carattere edificante dei suoi esempi, al valore apologetico dei suoi miracoli, e all’aspetto santissimo e trascinante della sua Persona.

 

Egli non fornì pretesti a nessuna legittima obiezione, a nessuna fondata recriminazione. Al contrario, fu solo prodigo di occasioni per farsi adorare e seguire.


Tuttavia, anche Lui fu odiato, persino più dei suoi fedeli lungo i secoli. Come si spiega? È perché nei figli delle tenebre c’è un odio che si rivolge precisamente contro la Verità e il Bene. È quindi inutile voler attribuire il tutto ad un mero gioco di equivoci. Questi senz’altro ci furono, ma non servono a risolvere il problema.

 

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Qualcuno forse dirà che questo odio è molto semplice da spiegare. La Legge di Dio è austera. Chi non vuole assoggettarsi ai sacrifici che comporta la sua osservanza, disubbidisce e facilmente si ribella. La ribellione a sua volta genera l’odio, specialmente l’odio contro la Verità ed il Bene. Ed è tutto spiegato.


Non neghiamo che nella generalità dei casi sia qui la radice dell’odio contro Dio. Ma per capire bene il problema, non si devono trarre conclusioni affrettate. Ogni peccato è un’offesa a Dio. Ma ci sono peccatori che serbano una certa tristezza del male che praticano ed una certa ammirazione del bene che non fanno. Perciò, si rammaricano della vita che conducono, consigliano agli altri di non seguire il loro esempio e prestano omaggio a coloro che vivono rettamente. In conseguenza di questo atteggiamento umile, molte volte Nostro Signore concede loro grandi grazie ed essi ritornano al cammino della salvezza.


Se in Israele ci fosse stato soltanto questo genere di peccatori, non credo che Gesù sarebbe stato perseguitato, ed ancor meno crocifisso. Se tra questi ci fosse stato Caino, non avrebbe ucciso Abele. Se tutti i peccatori della Storia fossero stati come questi, essa non avrebbe registrato le orrende persecuzioni di cui abbiamo appena parlato.


Come sono, allora, i peccatori che rappresentano quelle anime che si sono dannate a causa delle persecuzioni che hanno mosso contro la Chiesa? E’ questo il problema.

 

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Il peccatore rattristato e vergognoso di cui abbiamo trattato, non può essere chiamato propriamente un empio. Egli scivolerà verso l’empietà se si infangherà nel peccato sino a perdere la tristezza di praticarlo e l’ammirazione per coloro che esercitano la virtù. Ne deriverà, quindi, un primo grado di empietà, che condurrà all’indifferenza per la Religione e la morale.

 

All’empio di questo genere importano soltanto i suoi interessi personali. Per lui fa lo stesso vivere in un ambiente buono o cattivo: purché guadagni soldi e faccia carriera o si diverta, qualsiasi cosa gli sta bene.


Ovviamente questa empietà è molto censurabile. Ne furono rei tutti coloro che a Gerusalemme assistettero alla Passione come meri curiosi. E quelli che nel corso della storia, sino ad oggi, si ritengono nel diritto di assistere alla lotta tra i figli della luce e i figli delle tenebre senza prendere partito, come una egoistica “terza forza”.


Ancora una volta, però, gente di questo tipo, soltanto di suo, non avrebbe praticato il deicidio.

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Eppure ci sono anime che vanno oltre. Mosse dalla sensualità, dall’orgoglio, da qualsiasi altro vizio, portano la malizia così lontano, si identificano col peccato in tal modo, che giungono a sentirsi bene solo dove sono lusingate le loro cattive abitudini, e non sopportano nulla che costituisca una censura e nemmeno un mero disaccordo nei loro riguardi. Ne deriva un odio verso i buoni e verso il Bene, verso i paladini della Verità e alla Verità stessa, che fornisce loro una sorta di ideale negativo. Voltaire lo espresse molto bene nel suo motto “écraser l’infâme”, cioè, “schiacciare l’infame” (l’“infâme” sarebbe stato il Verbo Incarnato!). Farne l’anelito di tutti i momenti, oppure “l’ideale” di una vita, ecco dove sta la quintessenza dell’empietà.


Gente così, ha tutti i requisiti per pianificare, ordire e compiere la persecuzione. Se in Israele non ci fosse stata gente così, Nostro Signore non sarebbe stato crocifisso.


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Dio non nega la sua grazia a nessuno. Anche gli empi come questi possono convertirsi, e di tutto cuore. Tuttavia, è doveroso aggiungere che, finché non lo fanno, portano già in questa terra la più rilevante caratteristica dei condannati all’inferno.


In effetti, in generale si pensa che i dannati, se potessero, fuggirebbero tutti verso il Cielo. Non è vero. Essi odiano tanto Dio che se anche potessero liberarsi dal fuoco eterno in cui sono prigionieri, non lo farebbero se ciò comportasse di prestare a Dio un atto di amore e di ubbidienza.

 

Tale è la forza di quest’odio; ed è sotto questa luce che si capisce bene colui che potremmo soprannominare empio di secondo grado.

 

Fu questa accurata empietà, la forza motrice che animò la Sinagoga nella ribellione contro il Messia. Fu essa a suscitare la lotta degli empi contro la Chiesa, contro i buoni cattolici, nel corso dei secoli.

 

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I figli delle tenebre, sono proprio questi gli empi.


Il  principe delle tenebre è  proprio Satana. Quale relazione esiste tra gli uni e gli altri? Giuda era un figlio delle tenebre. Il Vangelo ci dice che il demonio entrò in lui (cfr. Lc. XXII, 3). Per fede sappiamo che gli spiriti maligni “vagano per il mondo per la perdizione delle anime”.

 

Quando il demonio riesce a compiere in un’anima il suo completo operato, la conduce sino a questo stato di empietà. A sua volta, una tale anima è un campo aperto alle tentazioni del demonio. È facile, dunque, riconoscere in questi empi i migliori ausiliari dell’inferno nella lotta contro la Chiesa.


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Signore, in questo momento di misericordia in cui consideriamo il tuo sacrosanto Corpo mentre versa da ogni parte il tuo  Sangue redentore, Ti preghiamo per i meriti infiniti di questo stesso preziosissimo Sangue, e per le lacrime della vostra e nostra Madre, di mantenerci molto ma molto lontani da qualsiasi empietà: “Non permettere che ci separiamo da Te”, di tutto cuore Te lo imploriamo.


Ovunque gli empi perseguitano i figli della luce, e specialmente  nella Chiesa del Silenzio, sii la forza dei perseguitati, non solo perché non si scoraggino, ma affinché si innalzino, si organizzino e sbaraglino il tuo avversario.  Te lo supplichiamo per il Cuore Immacolato di Maria.


E poiché all’ultimo momento promettesti il Paradiso ad uno scellerato, Signore, per i meriti della tua agonia Ti supplichiamo, in unione a Maria, che la tua misericordia scenda sino agli antri occulti dell’empietà, al fine di invitare alle vie della virtù persino i tuoi peggiori avversari.


E ancora per  misericordia, Signore, confondi,  umilia, e riduci all’intera impotenza coloro che, rifiutando i più estremi appelli del tuo amore, persistono nell’intento di distruggere ciò che resta della Civiltà Cristiana e perfino – se fosse possibile – la vostra Sposa mistica, la Santa Chiesa.

(“Catolicismo”, Aprile 1960)

 

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Gli legarono le mani perché facevano il bene

 

Perché il Signore fu ammanettato dai suoi carnefici? Perché impedirono il movimento delle sue mani, legandole con dure corde? Soltanto l'odio o il timore potrebbero spiegare perché si riduce così qualcuno all'immobilità e all'impotenza. Perché odiare queste mani? Perché averne timore?

La mano è una delle parti più espressive e più nobili del corpo umano. Quando i Pontefici e i genitori benedicono, lo fanno con un gesto delle mani. Per pregare, l'uomo congiunge le mani o le alza verso il cielo. Quando vuole simboleggiare il potere impugna lo scettro. Quando vuole esprimere forza, impugna il gladio. Quando parla alle moltitudini, l’oratore sottolinea con le mani la forza del ragionamento con cui convince o l’espressione delle parole con cui commuove. È con le mani che il medico somministra i medicinali e l'uomo caritatevole soccorre i poveri, gli anziani, i fanciulli; e perciò gli uomini baciano le mani che fanno il bene, e ammanettano le mani che praticano il male.

 

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Le Tue mani, Signore, che cosa fecero? Perché furono legate?


Chi potrà esprimere, o Signore, la gloria che queste mani diedero a Dio quando su di esse si  posarono i primi baci della Madonna e di San Giuseppe? Chi potrà esprimere con quanta tenerezza fecero a Maria Santissima le prime carezze? Con quanta devozione si giunsero per la prima volta in atteggiamento di preghiera?

 

E con quanta forza, quanta nobiltà, quanta umiltà lavorarono nell’officina di San Giuseppe? Mani di Figlio perfetto, che cosa altro fecero nel focolare, se non il bene ?


Quando la Tua vita pubblica ebbe inizio, fosti principalmente il Maestro che insegnava agli uomini il cammino del Cielo. E così, quando nel piccolo gregge dei tuoi eletti, insegnasti la perfezione evangelica, quando la Tua voce si alzò e sovrastò le folle estasiate e riverenti, le Tue mani si mossero segnalando la dimora celeste o condannando il crimine, aggiungendo alla parola tutti quei significati di cui l’arricchisce il gesto. E gli Apostoli e le moltitudini  credettero in Te, e Ti adorarono, o Signore.


Mani di Maestro, ma anche mani di Pastore. Non soltanto insegnasti, ma guidasti. La funzione di guidare si esercita più propriamente sulla volontà, come quella d’insegnare più esattamente sull’intelligenza. E siccome è soprattutto mediante l’amore che si guidano le volontà, le Tue mani divine ebbero virtù misteriose e soprannaturali per vezzeggiare i più piccoli, accogliere i penitenti, guarire gli ammalati.

 

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Ma queste mani, così soprannaturalmente forti che al loro imperio si piegarono tutte le leggi della natura, e ad un loro cenno il dolore, la morte, il dubbio fuggirono, queste mani avevano ancora un'altra funzione da esercitare.  Non parlasti anche del lupo famelico? Saresti stato Pastore se Tu non lo avessi respinto?

 

Il lupo, sì... è innanzi tutto il demonio. Tu cacciasti il demonio, Signore, con terribile imperio, e di fronte alla Tua parola grave e dominatrice come il tuono, più nobile e più solenne di un canto di angeli, gli spiriti impuri fuggirono impauriti e vinti.

 

Come Pastore, le Tue mani divine non si  limitarono a brandire il bordone contro le potenze spirituali e invisibili che, a detta di San Paolo, infestano l’aria per perdere gli uomini. Esse  fustigarono  anche il demonio e il male nei suoi agenti tangibili e visibili. Condannarono il male, considerato innanzitutto in senso astratto. Non ci fu vizio contro cui Tu non parlasti.


Ma ugualmente il male nella sua pratica, nella misura in cui si concretizza negli uomini, e non solo negli uomini in generale,  ma in certe classi - i farisei per esempio - e non solo in certe classi ma in certi uomini visti molto in  concreto: i venditori del tempio, immortalati nel Vangelo grazie al loro castigo esemplare.

 

In effetti si trattava non dei diritti meramente umani, ma della Causa di Dio. Poiché nel servizio di Dio ci sono momenti in cui il non recriminare, non fustigare equivale a tradire.


Queste mani che furono così soavi per uomini retti come l'innocente Giovanni e la penitente Maddalena, queste mani che furono così terribili per il mondo, il demonio, la carne, perché sono legate e ridotte in carne viva? Sarà forse per opera degli innocenti, dei penitenti? O piuttosto per opera di coloro che ricevettero il castigo meritato e contro questo castigo si ribellarono diabolicamente?

 

Sì, perché tanto odio, perché tanto timore da dover sembrare necessario legare le Tue mani, ridurre al silenzio la Tua voce, sopprimere la Tua vita?

 

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Signore, per capire questa mostruosità, bisogna credere all'esistenza del male. Bisogna riconoscere che così sono gli uomini, che la loro natura facilmente si ribella contro il sacrificio, che quando prende il cammino della rivolta, non c'è infamia né disordine di cui non sia capace. Dobbiamo riconoscere che la tua Legge impone sacrifici, che è duro essere casto, essere umile, essere onesto, e di conseguenza è duro seguire la tua Legge.


Il Tuo giogo è soave, sì, il tuo peso e leggero. Però, non perché non sia amaro rinunciare a ciò che c’è di animalesco e di disordinato in noi, ma perché Tu stesso ci aiuti a farlo. E quando qualcuno Ti dice no, comincia ad odiarti, a odiare ogni bene, tutta la verità, tutta la perfezione di cui Tu sei la personificazione stessa.

 

E se non Ti ha a portata di mano, in forma visibile, per scaricare il suo odio satanico, allora colpisce la Chiesa, profana l'Eucaristia, bestemmia, propaga l'immoralità, predica la Rivoluzione.

Sei ammanettato, o Gesù mio, dove sono gli zoppi e i paralitici, i ciechi, i muti che  guaristi, i morti che risuscitasti, i posseduti che  liberasti, i peccatori che  risollevasti, i giusti a cui  rivelasti la vita eterna? Perché loro non vengono a spezzare i lacci che legano le Tue mani?


Paradosso curioso. I tuoi nemici continuarono a temere le tue mani, benché legate, e per questo Ti uccisero. I tuoi amici sembrarono meno consapevoli del tuo potere. Perché non ebbero fiducia in Te, fuggirono spaventati davanti a coloro che Ti perseguitarono. Perché? Anche qui la forza del male è palese.

 

I Tuoi nemici amarono talmente il male che, anche sotto le umiliazioni delle corde che Ti legarono, percepirono tutta la forza del Tuo potere... e tremarono! Per essere sicuri, vollero trasformare in piaga la Tua ultima fibra di carne ancora sana, vollero versare l’ultima goccia del Tuo sangue, vollero vederTi esalare l’ultimo sospiro.


E nemmeno allora furono tranquilli. Morto, infondevi ancora timore. Bisognava sigillare il Tuo sepolcro e circondare di guardie armate il Tuo cadavere. Tanto che l’odio al bene li rese perspicaci al punto di fargli percepire ciò che è indistruttibile in Te. Al contrario, i buoni non se ne resero conto con la stessa chiarezza. Ti reputarono sconfitto, perso; fuggirono per salvare la propria pelle. Ebbero solo occhi e udito per presagire il proprio rischio. In effetti, l’uomo diventa perspicace soltanto in quanto a ciò che ama. E se vede più il suo rischio che il Tuo potere, è perché ama più la sua vita che la Tua gloria.

 

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O Signore, quante volte i Tuoi avversari tremarono davanti alla Chiesa, mentre io, miserabile, vedendola ammanettata credetti che tutto fosse perduto! Ma quanta ragione ebbero i Tuoi nemici! Tu  risorgesti. Non soltanto le corde e i chiodi non  servirono a niente, ma né la lastra del sepolcro, né il carcere e tanto meno la morte poterono trattenerTi. Sì, sei risorto! Alleluia!


Signore mio, che lezione! Vedendo la Chiesa perseguitata, umiliata, abbandonata dai suoi figli, negata dai costumi pagani e dalla scienza panteista di oggi, minacciata all'esterno dalle orde del comunismo e all’interno  dall’insensatezza di quelli che vorrebbero venire a patti con il demonio, io esito, tremo, penso che tutto sia perduto. Signore, mille volte no! Tu risorgesti per la Tua forza, e spezzasti i vincoli con cui i Tuoi avversari avevano preteso di trattenerTi nelle ombre della morte.


La Tua Chiesa partecipa di questa forza interiore e può in qualsiasi momento distruggere tutti gli ostacoli da cui si vede circondata. La nostra speranza non è nelle concessioni, né nell’adattamento agli errori del secolo. La nostra speranza è in Te, Signore. Esaudisci le suppliche dei giusti, che ti pregano per mezzo di Maria Santissima. Invia, o Gesù, il Tuo Spirito, e sarà rinnovata la faccia della terra.

(“Catolicismo”, Aprile 1952)


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Popolo mio, che cosa ti ho fatto?

 

I tuoi nemici, Signore, cospirarono contro di Te. Senza grande sforzo sollevarono la plebaglia ingrata, che ora ribolle di odio contro di Te. L'odio. E' quanto ti circondò da ogni parte, ti avvolse come una densa nube, si scagliò contro di te come un buio e freddo temporale.

 

Odio gratuito, odio furioso, odio implacabile: non si saziò di umiliarti, di colmarti di obbrobri, di riempirti di amarezza; i tuoi nemici ti odiarono al punto da non sopportare più la tua presenza fra i vivi, e vollero la tua morte. Vollero che Tu scomparissi per sempre, che si ammutolisse il linguaggio dei tuoi esempi e la saggezza dei tuoi insegnamenti. Ti vollero morto, annientato, distrutto. Solo così sarebbero riusciti a placare il turbine di odio che si innalzava nei loro cuori.


Anche  secoli prima della tua nascita, già il profeta previde questo odio suscitato dalla luce delle verità che avresti annunciato, dal fulgore divino delle tue virtù: "Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho disgustato?" (Mic. 6, 3). E interpretando i tuoi sentimenti, la sacra liturgia gridò agli infedeli di ieri e di oggi: "Che cosa avrei dovuto fare per te, e non l'ho fatto? Ti ho piantato come una vigna scelta e preziosa: e tu ti sei trasformato in una eccessiva amarezza per me; nella mia sete mi hai dato da bere aceto, e hai trapassato con una lancia il costato del tuo Salvatore".

 

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L’odio che si levò contro di te fu così forte che la stessa autorità di Roma, che giudicava il mondo intero, si piegò vigliaccamente, si ritirò e cedette davanti all'odio di quanti ti volevano uccidere senza ragione alcuna. L'alterigia romana, vittoriosa sul Reno, sul Danubio, sul Nilo e sul Mediterraneo, è annegata nel bacile di Pilato.

 

"Christianus alter Christus", il cristiano è un altro Cristo. Se fossimo realmente cristiani, cioè realmente cattolici, saremmo altri Cristo. E inevitabilmente soffierebbe anche contro di noi furiosamente il turbine di odio che si levò contro di Te.


E soffiò, Signore! Abbi compassione, mio Dio, e dà forza al povero ragazzo che, in collegio, è odiato dai suoi compagni perché confessa il tuo nome e rifiuta di profanare l'innocenza delle proprie labbra con parole impure. L'odio, sì. Forse non l'odio nella forma di un'invettiva grossolana e feroce, ma nella forma terribile dello scherno, dell'isolamento, del disprezzo.

 

Dà forza, mio Dio, allo studente che esita a proclamare il tuo nome in piena classe, di fronte a un professore empio ed ai compagni che lo deridono. Dà forza, mio Dio, alla ragazza che deve proclamare il tuo nome rifiutando di vestire gli abiti imposti dalla moda, perché per la loro stravaganza o la loro immoralità non si accordano con la dignità di una cattolica autentica.

 

Dà forza, mio Dio, all'intellettuale che vede chiudersi davanti a sé le porte della notorietà e della gloria perché predica la tua dottrina e confessa il tuo nome. Dà forza, mio Dio, all'apostolo che subisce l'aggressione impietosa degli avversari della tua Chiesa, e l'ostilità mille volte più penosa di molti che sono figli della luce, solo perché non consente alle diluizioni, alle mutilazioni, alle unilateralità con cui i "prudenti" comprano la tolleranza del mondo per il loro apostolato.


Mio Dio, come sono sapienti i tuoi nemici! Sentono che nel linguaggio di questi prudenti si dice fra le righe che non odi né il male, né l'errore, né le tenebre. E allora applaudono i prudenti secondo la carne, come ti avrebbero applaudito a Gerusalemme, invece di ucciderti, se ti fossi rivolto a quelli del Sinedrio con lo stesso linguaggio.

 

Signore, dacci forza, non vogliamo né patteggiare, né battere in ritirata, né transigere, né diluire, né permettere che si scolori sulle nostre labbra la divina integrità della tua dottrina. E se su di noi si abbatte un diluvio di impopolarità, la nostra preghiera sia sempre quella della sacra Scrittura: "Ho scelto di essere abietto nella casa del mio Dio, piuttosto che abitare nei padiglioni dei peccatori" (Sal. 83, 11).



Gesù accetta la croce dalle mani dei carnefici


Ma per questo, Signore, ci vuole pazienza. Pazienza con la quale, a braccia incrociate e con cuore rassegnato, si lascia cadere il diluvio sul proprio capo. Pazienza è la virtù per la quale si soffre in vista di un bene maggiore. Quindi pazienza è la capacità di soffrire per il bene. Ha bisogno di pazienza il malato che, oppresso da un male incurabile, accetta con rassegnazione il dolore ché gliene deriva. Ha bisogno di pazienza chi si piega sui dolori altrui, per consolarli come consolasti, Signore, quanti venivano a te. Ha bisogno di pazienza chi si dedica all'apostolato con carità invincibile, attirando amorevolmente a Te le anime che vacillano sulle vie dell'eresia o nel pantano della concupiscenza. Ha bisogno di pazienza anche il crociato che prende la croce e va a lottare contro i nemici della santa Chiesa.

 

È una sofferenza prendere l'iniziativa della lotta, formare e sostenere in se stessi sentimenti di combattività, di energia, per vincere l'indifferenza, la mediocrità, la pigrizia, e lanciarsi come un degno discepolo di colui che è il Leone di Giuda sull'empio insolente che minaccia il gregge del nostro Signore Gesù Cristo. Sublime pazienza di quanti lottano, combattono, prendono l'iniziativa, si fanno avanti, parlano, proclamano, consigliano, ammoniscono e sfidano da soli tutta la superbia, tutta la boria, tutta l'arroganza del vizio insolente, del difetto elegante, dell'errore simpatico e popolare!


Tu, Signore, sei stato un modello di pazienza. Tuttavia la tua pazienza non è consistita nel morire schiacciato sotto la croce quando te l'hanno data. Una pia rivelazione racconta che quando ricevesti dalle mani dei carnefici la tua croce, la baciasti amorosamente e, prendendola sulle spalle, con invincibile energia la portasti fin sulla cima del Golgota.

 

Dacci, Signore, questa capacità di soffrire. Di soffrire molto. Di soffrire tutto. Di soffrire eroicamente, non solo sopportando la sofferenza, ma andandole incontro, cercandola e caricandocene fino al giorno in cui avremo la corona della vittoria eterna.



Gesù cade per la prima volta sotto la croce


È facile parlare di sofferenza. Difficile è soffrire. Tu lo provasti, Signore. Come fu diverso dall'eroismo fatuo e artificiale di tanti soldati delle tenebre il tuo divino eroismo, Signore! Tu non sorridesti in faccia al dolore. Non fosti, Signore, di quelli che insegnano che si passa la vita sorridendo. Quando giunse la tua ora, hai avuto paura. Ti turbasti, sudasti sangue di fronte alla prospettiva della sofferenza.

 

E la consacrazione del tuo eroismo fu in questo diluvio di timori, purtroppo assolutamente fondati. Vincesti le grida più imperiose, le sollecitazioni più forti, i terrori più atroci. Tutto si piegò di fronte alla tua volontà umana e divina. Su tutto si levò la tua inflessibile determinazione di fare quello per cui eri stato inviato dal Padre tuo. E quando portasti la tua croce sulla via dell'amarezza, più di una volta le forze naturali vennero meno. Cadesti perché non avevi forza. Cadesti, ma non ti lasciasti cadere se non quando era assolutamente impossibile proseguire il cammino. Cadesti, ma non tornasti indietro. Cadesti, ma non abbandonasti la croce. La tenesti con te, come espressione visibile e tangibile del tuo proposito di portarla sulla cima del Golgota.


Mio Dio, dacci grazie perché nella lotta contro il peccato, contro gli infedeli, possiamo forse cadere sotto la croce, ma senza mai abbandonare né il cammino del dovere, né l'arena dell'apostolato. Senza la tua grazia, Signore, non possiamo nulla, assolutamente nulla. Ma se corrisponderemo alla tua grazia potremo tutto. Signore, vogliamo corrispondere alla tua grazia.

 

Portare la croce significa, molto spesso, rinunciare. Rinunciare anzitutto a quanto è illecito, a quanto è peccaminoso. Ma rinunciare anche, e spesso, a quanto, pur essendo lecito e perfino mirabile in sé, diventa cattivo o meno perfetto in conseguenza di determinate circostanze.


Sulla via della tua Passione, Signore, desti un terribile esempio, un luminoso e mirabile esempio di rinuncia a quanto è lecito. Che cosa vi è di più lecito, Signore, delle carezze, dell'affetto della Tua santissima Madre? Tutto quanto sappiamo di lei è che, per quanto ne sappiamo, non ne sapremo mai tutto, tale è l'oceano sconfinato di perfezioni e di grazie che sono in Lei. Tua Madre, Signore, è sul tuo cammino. Ella Ti vuole consolare. Ella vuole consolarsi con Te. Guardala. E' assolutamente legittimo che Ti fermi lungo la via dolorosa consolandoTi e consolandoLa.


Ma dopo questo rapido colloquio, arriva il momento della separazione. Che dolore straziante! E' necessario che vi separiate l'uno dall'altra. Né Ella né Tu, Signore, temporeggiate. Il sacrificio segue il suo corso. Ed ella rimane al margine della via... E' meglio non dire come, vedendoti allontanare lentamente, versando sangue, con passo incerto e vacillante, verso l'ultimo e supremo sacrificio.

 

Maria ha pena di Te. Ti segue con lo sguardo vedendoTi solo, in mano a carnefici e a nemici. Chi ti consola? Quale volontà irresistibile, entusiasmante, enorme di seguire i tuoi passi, di dirti parole di affetto che soltanto ella ti sa dire, di proteggere il tuo corpo divino, di interporsi fra i carnefici e te e, prostrata come chi implora un'elemosina inestimabile, supplicare per sé un poco dei colpi che ti danno, pensando che così ti feriscano un po’ meno, non ti lacerino tanto la carne innocente. Cuore di Madre, quanto hai sofferto in quel momento!

 

Madri di sacerdoti, madri di missionari, madri di religiose, quando sentite il peso di una separazione tanto crudele, pensate a Maria Santissima, la quale ha lasciato che il suo divino Figlio proseguisse solo il cammino che gli aveva tracciato la volontà di Dio. E chiedete che Ella consoli il vostro felice dolore.


Ma vi sono, mille e mille volte più infelici, altre madri abbandonate. Madri di empi, madri di libertini, madri di peccatori, anche voi restate sole, talora, sulla via del dolore, mentre i vostri figli corrono sulle vie della perdizione. Chiedete alla Madonna di consolarvi, di darvi coraggio e perseveranza, e di offrire parte del dolore sofferto in questa occasione perché i vostri figli possano un giorno ritornare a voi. Pensate alla Santa Vergine e non disperate mai. Per i vostri figli traviati la Madonna sarà la Stella Maris, che presto o tardi li ricondurrà al porto.

 (“O Legionario”, Aprile 1943)