Luci sull'Est informa

27/04/2016

«E’ il sesto anno di guerra, ormai è l’apocalisse» Il vescovo di Aleppo piange sulle rovine della Siria!

«Abbiamo avuto della settimane un po’ più facili, soprattutto durante la Pasqua: c’era la tregua, abbiamo visto tanta gente nelle chiese. Da alcuni giorni, però, purtroppo questa tregua è stata rotta. Hanno ricominciato di nuovo a bombardare».

Il vicario apostolico mons. Abou Khazen parla nella sede della Regione a Milano, ma lo stesso racconta praticamente in presa diretta il dramma che si sta consumando in queste ore nella sua Aleppo. Frate francescano libanese, già parroco nella grande città del Nord della Siria, ieri nel capoluogo lombardo il vescovo latino proveniente dalla Siria ha incontrato un gruppi di consiglieri regionali ma anche tanta gente in un incontro pubblico organizzato dal Centro culturale di Milano. A tutti ha raccontato la quotidianità della guerra ad Aleppo e di quel cessate il fuoco finito in frantumi senza che nemmeno la cosa faccia notizia nei nostri tg.

«Siamo entrati nel sesto anno della guerra – spiega mons. Abou Khazen -. La metà della popolazione in Siria è profuga, la distruzione è totale: sembra l’Apocalisse. E le minoranze sono coloro che hanno sofferto di più: cristiani, yazidi, assiri, caldei, musulmani moderati che stanno anche loro soffrendo». Viene dal cielo la morte sui quartieri dei cristiani ad Aleppo: ha di nuovo il volto delle bombole di gas lanciate dalle milizie islamiste sulle zone controllate dall’esercito di Assad. Solo nelle ultime ore sono una ventina i morti provocati da questi ordigni, artigianali ma non meno letali rispetto a tutti gli altri. «La gente li chiama il cannone dell’Inferno – racconta il vescovo – tanta è la distruzione che provocano».

Distruzione non solo fisica: «La Siria è composta di 23 gruppi etnici e religiosi differenti – continua il vescovo -. Mi piaceva paragonarlo a un bel mosaico. È proprio questo ciò che i gruppi legati all’Isis e ad al Nusra vogliono distruggere. Vogliono ridurre tutto a un colore solo, il colore nero». Descrive le proporzioni di questa distruzione, mons. Abou Khazen: «Aleppo era paragonata a Milano: era la città industriale e commerciale della Siria – ricorda -. C’erano 43mila tra fabbriche e piccole aziende, alcune avevano anche tremila operai. Adesso non c’è più nulla: i macchinari sono stati rubati, li hanno venduti in Turchia. L’hanno fatto persino con il grano immagazzinato nei silos: portato via e venduto per due piastre. Mentre la gente ad Aleppo per mesi e mesi soffriva la fame».

«Per due anni siamo stati sotto assedio completo: mancava proprio tutto – continua -. Poi l’esercito regolare è riuscito ad aprire un varco, la strada da cui adesso arrivano i rifornimenti, il carburante, la possibilità di entrare e uscire. Ma la città resta divisa a metà: metà dei quartieri è nelle mani dei gruppi fondamentalisti e metà sotto l’esercito regolare».

Resta durissima la vita ad Aleppo: «L’acqua e l’elettricità sono le due sfide più grandi oggi – spiega il vescovo francescano -. Sono sette mesi che siamo senza elettricità: per avere un po’ di corrente dobbiamo rifornirci dai generatori che sono nelle strade. Spesso poi i jihadisti ci tagliano l’acqua: l’ultima volta siamo rimasti più di due mesi senza. Per fortuna in città ci sono dei pozzi soprattutto nelle chiese, nei conventi, nelle moschee. Li abbiamo aperti e la gente viene ad attingere l’acqua. Ma la povertà e la distruzione sono tali che mancano persino i recipienti per farlo. Così come Chiese abbiamo cominciato a distribuire dei bidoni. Nelle case non c’erano i serbatoi, perché l’acqua non era mai stata un problema: stiamo aiutando le famiglie a procurarsele. Alcuni camioncini, poi, li abbiamo trasformati in piccole autocisterne: li utilizziamo per portare l’acqua agli anziani e agli ammalati. E aiutiamo tutti, senza differenza di etnia o religione».

La disoccupazione è ovunque ad Aleppo. «Non c’è il lavoro, non c’è il commercio – spiega mons. Abou Khazen -. Un dollaro valeva 50 lire siriane, adesso ne vale 550. E lo stipendio – per chi ha la fortuna di avercelo ancora – è rimasto lo stesso. L’embargo? Danneggia solo la povera gente che arriva a bruciarsi le scarpe per riscaldarsi».

In un contesto del genere non può stupire che la gente prende la strada dell’Europa. E non finirà finché non si porrà fine alla guerra. Racconta di sentirsi come un padre che vede i propri figli partire: «Siamo grati per ciò che questa città sta facendo per tanta nostra povera gente – ringrazia il vescovo venuto dalla Siria -. Speriamo sia un esempio per altri di apertura e di accoglienza».

Eppure, nonostante il dramma, continua a credere fermamente nella Siria come mosaico di etnie e religioni diverse. E non solo lui: «Il gesto del Papa a Lesbo è stato percepito da tanti musulmani per la sua delicatezza: lo hanno ammirato molto – racconta -. Ci sono musulmani di Aleppo che quando vedono i cristiani che partono li invitano a restare. Dicono loro: “Per favore non lasciateci soli”».

I gruppi che sparano le bombole del gas su Aleppo proprio questo vogliono distruggere; e mons. Abou Khazen non ha paura di dirlo ad alta voce. Del resto ieri da Mosul, l’altra città martire, è giunta l’ennesima conferma, con la notizia di un nuovo scempio: la distruzione della chiesa dei domenicani, la chiesa con l’orologio, punto di riferimento per i fedeli di rito latino nella città irachena. Da quasi due anni ormai loro non ci sono più, costretti all’esilio; ma allo Stato islamico non basta: del mosaico vuole cancellare ogni ricordo. Mentre tutti parlano dell’indebolimento dell’Isis, sbandierando successi veri o presunti, sul terreno il terrore e la devastazione vanno avanti. Mentre la comunità internazionale – in Siria come in Iraq – mostra ancora una volta di avere ben altri interessi e priorità.

 

(Giorgio Bernardelli, LaNuovabq, 27/04/2016)

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26/04/2016

Austria: in crescita il numero di rifugiati musulmani che si convertono!

Il racconto di un profugo afgano: “Questa potrebbe essere la mia condanna a morte”.

Il Catholic Herald ha recentemente riportato la notizia del numero sempre più alto di nuovi convertiti tra i rifugiati in Austria. Riportiamo la traduzione di uno stralcio molto interessante:

Secondo il sito austriaco Kurier, è stato approvato a Vienna il battesimo di 83 adulti nel solo 2016. Friederike Dostal della Conferenza Episcopale Austriaca ha stimato che circa la metà di queste persone erano musulmane, principalmente da Siria, Afghanistan e Iran. Questa realtà è cresciuta di un terzo dal 2015.

La notizia riportata dal Kurier racconta la storia di un rifugiato in particolare:

I suoi occhi erano coperti dagli occhiali da sole, e non ha voluto rivelare il suo nome per paura della famiglia. “Puoi chiamarmi Christoph, è il mio nome da cristiano”. Christoph è un attempato rifugiato dall’Afghanistan; ha vissuto in Austria dal 2012. Abbracciata la fede cattolica, alla fine dell’anno sarà battezzato in una chiesa di Vienna: “Questa potrebbe essere la mia condanna a morte”.

…È difficile incontrare persone come Christoph. La Chiesa cattolica è molto preoccupata per la sicurezza dei candidati al battesimo a causa di ripetute minacce in Austria. E in molti sono preoccupati per i membri della propria famiglia ancora nei paesi d’origine. Dopo quasi due mesi un catecumeno ha finalmente deciso di parlare a un giornalista.

Ora Christoph è seduto in una piccola sala riunioni dell’arcidiocesi, dietro S.Stefano. Attorno al suo collo c’è una croce beige che pende da un cinturino di cuoio, davanti a lui c’è una Bibbia verde.

In un inglese fluente, l’uomo afgano ha raccontato della sua fede e del suo volo verso l’Austria. “Un amico mi ha portato dal Pakistan, con una Bibbia. La leggo in segreto, e solo a casa. Ma la leggo ogni giorno”.

In Afghanistan c’è libertà religiosa dal 2004. Sulla carta. Ma ci sono report di cristiani imprigionati, condannati o linciati. “Chiunque si converte, è un uomo morto”, dice Christoph.

 

(Greg Kandra, Aleteia, 22/04/2016)

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22/04/2016

Albania. «Presto beati» i 38 martiri della «più tragica persecuzione del secolo scorso»!

Monsignor Semeraro rivela: «Processo avviato a conclusione». Ecco chi sono gli «eroi» cristiani del primo stato dichiarato ufficialmente ateo dal regime comunista.

Secondo Avvenire «saranno presto beati i 38 martiri albanesi» trucidati in odium fidei dal regime comunista. Il quotidiano della Cei riporta alcune parole pronunciate ieri da monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei cardinali nominato da papa Bergoglio (il C9 che affianca il Pontefice nell’opera di riforma della curia romana), durante la presentazione del libro Don Ernest Simoni. Dai lavori forzati all’incontro con Francesco di Mimmo Muolo, firma dello stesso Avvenire.

CHI SONO. All’incontro nella capitale monsignor Semeraro ha detto che per i 38 martiri della fede albanesi «il processo è ormai arrivato a conclusione presso la Santa Sede e tra non molto tempo il Santo Padre potrà prendere la sua decisione in merito». Precisa la giornalista Stefania Careddu: «A breve dunque i due vescovi Vincent Prennushi e Fran Gjini, i sacerdoti diocesani e i religiosi (francescani e gesuiti), un seminarista, tre laici e la ventiduenne Maria Tuci, aspirante stimmatina, saranno proclamati beati». Del martirio di monsignor Prennushi, “il Thomas Becket d’Albania”, tempi.it ha pubblicato la ricostruzione nel marzo 2014 (articolo di Silvia Guidi per l’Osservatore Romano).

DON SIMONI E SUOR KALETA. Lo stesso don Simoni, protagonista della biografia presentata da monsignor Semeraro, è già noto ai nostri lettori: è il sacerdote che papa Francesco, il 23 settembre di due anni fa, durante il viaggio in Albania, ha abbracciato commosso nella cattedrale di Scutari. In quella occasione don Simoni e suor Maria Kaleta, entrambi vittime dirette della persecuzione anticattolica del regime di Enver Hoxha, pronunciarono due testimonianze straordinarie che abbiamo pubblicato integralmente. Come ricorda Avvenire, il prete albanese «per quasi 28 anni è stato sottoposto a torture, carcere, lavori forzati», eppure «ha perdonato i suoi aguzzini ed invoca per loro la misericordia di Dio».

«EROI» DELLA FEDE. Nel 2014, proprio in occasione di quel viaggio, papa Francesco ha definito senza mezzi termini il popolo albanese «un popolo di martiri» e al suo ritorno a Roma ha elogiato con enfasi la «testimonianza eroica» dei cristiani del paese, che non rinunciarono alla propria fede nemmeno di fronte alla violenza spietata del primo stato ateo per legge. La persecuzione dei comunisti albanesi contro i cristiani è stata «probabilmente la più tragica di quelle avvenute nel secolo passato», ha detto Semeraro, che è membro della Congregazione delle cause dei santi e secondo Avvenire «ha potuto visionare» le carte del processo per i 38 martiri: «Sono molti i testimoni oculari che restituiscono quello che né il regime né il tempo è riuscito a cancellare, ossia lo strazio dei corpi, facendo emergere al contempo la forza d’animo di questi cristiani di fronte ai loro aguzzini che volevano togliere la speranza, e non solo la fede, nel cuore di quelle persone», ha spigato il vescovo.

 

(Tempi, 21/04/2016)

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20/04/2016

E l’ostia divenne un cuore. Miracolo in Polonia!

L’ostia eucaristica si è trasformata nel muscolo di un cuore che presentava segni di grande patimento, dimostrando la realtà di quanto avviene ogni domenica durante la celebrazione della Messa e che le parole di Cristo nel Vangelo non sono una metafora: «Questo è il mio corpo» e «questo è il mio sangue». E’ il miracolo accaduto in Polonia nel 2013, ma confermato solo domenica scorsa dalla Congregazione per la dottrina della fede che lo ha riconosciuto permettendo il culto del frammento reliquiario. Colpisce che la soprannaturalità sia stata confermata proprio una settimana dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e nel bel mezzo del dibattito e della confusione sulle nuove possibili aperture alla Comunione per i divorziati risposati.

Il processo di verifica era infatti cominciato il 25 dicembre di due anni fa, nella diocesi di Legnica, dopo che un’ostia consacrata era caduta a terra. Raccolta e poi posta nell’acqua, anziché sciogliersi, aveva rilasciato un liquido rosso che pareva sangue. Zbigniew Kiernikowski, vescovo della diocesi, ha spiegato che due mesi dopo, nel febbraio del 2014, il vescovo emerito Stefan Cichy aveva istituito una commissione per studiare il fenomeno: «Un piccolo frammento rosso dell’ostia è stato separato e posto in un corporale. La commissione ha ordinato l’estrazione di alcuni campioni per sottoporli ad analisi rigorose da parte di importanti istituti di ricerca». I risultati finali hanno attestato che «nell’immagine istopatologica è stato riscontrato che i frammenti di tessuto contengono parti frammentate di muscolo striato trasversale. Assomiglia molto al muscolo cardiaco, con alterazioni che appaiono di frequente durante l’agonia. Gli studi genetici indicano l’origine umana del tessuto».

Dopo averli ricevuti lo scorso gennaio e dopo averli valutati, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ordinato di preparare un luogo adeguato per l’esposizione della reliquia, «affinché i fedeli possano esprimere la propria adorazione in maniera appropriata», ha precisato Kiernikowski. Questo sarebbe quindi il secondo miracolo eucaristico consecutivo con cui Bergoglio è venuto a contatto da vicino dopo quello avvenuto il 15 agosto 1996 a Buenos Aires, quando era vescovo ausiliare della diocesi, consentendo solo dopo alcuni anni le analisi su una particola che a contatto con l’acqua non si era sciolta. I campioni furono inviati a New York in uno dei centri di analisi più noti degli Stati Uniti. Fu il dottor Frederic Zugibe, della Columbia University, a dare i risultati il 26 marzo 2005 pur senza conoscere l’origine dei campioni. Il medico spiegò che «il materiale analizzato è un frammento del muscolo cardiaco tratto dalla parete del ventricolo sinistro in prossimità delle valvole» e che «il muscolo cardiaco in esame è in una condizione infiammatoria e contiene un gran numero di globuli bianchi. Ciò indica che il cuore era vivo al momento del prelievo visto che i globuli bianchi, al di fuori di un organismo vivente, muoiono. Per di più, questi globuli bianchi sono penetrati nel tessuto, ciò indica che il cuore aveva subito un grave stress, come se il proprietario fosse stato picchiato duramente sul petto». Quando al dottor Zugibe fu spiegato che il campione era il frammento di un’ostia consacrata, dichiarò: «Come e perché un’Ostia consacrata possa mutare e diventare la carne e il sangue di un essere umano vivente rimane un mistero inspiegabile per la scienza, un mistero al di fuori della sua competenza».

Che lo stesso miracolo sia accaduto proprio ora è dunque un dono immenso per la Chiesa, anche perché in Polonia si terrà la prossima giornata mondiale della gioventù. Ma soprattutto perché si tratta di un grande richiamo al valore di quello che succede ogni volta che un fedele si accosta alla Comunione, motivo per cui se è impossibile ricevere in piena purezza il corpo di Cristo, la Chiesa chiede la confessione dai peccati mortali e il proponimento di non ripeterli. Altrimenti, dice San Paolo nel Vangelo, si «mangia e beve la propria condanna». Perché quella è davvero la carne senza macchia di Dio che ogni giorno sceglie di soffrire tutte le pene del mondo per salvarci dal nostro peccato.

 

(Benedetta Frigerio, LaNuovabq, 20/04/2016)

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