Luci sull'Est informa

03/08/2015

Nigeria, mattanza di cristiani: Boko Haram ne decapita venti

L’orrore perpetrato dai Boko Haram è inarrestabile e viaggia di pari passo all’odio che i terroristi qaedisti manifestano nei confronti dei cristiani.

Lunedì i jihadisti del nord della Nigeria hanno prima ucciso e poi decapitato venti pescatori originari del Ciad che stavano gettando le reti sulle acque del lago omonimo nei pressi del villaggio di Baga, al confine tra le due nazioni. Il motivo di tanta ferocia è stato raccontato dall’unico sopravvissuto, Abubakar Gamandi, che nella mattanza ha perso un fratello di appena 16 anni. «Era un drappello di quattro uomini, ma armato di mitragliatori e machete.

Hanno spiegato che i pescatori sono emuli di Issa (il nome di Gesù nelle pagine del Corano), un profeta che con le sue parole ha attirato tante persone stolte, tentando di corrompere il mondo». E dopo questa sbrigativa e delirante motivazione i miliziani di Boko Haram si sono accaniti sui pescatori esplodendo raffiche di kalashnikov. Non soddisfatti, hanno recuperato i corpi che galleggiavano a pelo d’acqua trascinandoli sulla battigia. «Alcuni sono stati decapitati mentre erano ancora vivi», rivela Abubakar, che dice di essere riuscito a mettersi in salvo nascondendosi in una delle imbarcazioni tirate in secca. Il villaggio di Baga sorge in una zona del Ciad molto isolata e senza copertura telefonica. Il sopravvissuto all’eccidio ha dovuto percorrere a piedi più di 100 chilometri a sud per raggiungere la città nigeriana di Maiduguri, tristemente famosa per il rapimento delle oltre 200 liceali, e denunciare l’episodio alla caserma di polizia.

La notizia è quindi rimbalzata nella capitale Abuja, dove il presidente Muhammodu Buhari, un musulmano moderato che lo scorso 1° aprile ha vinto le elezioni sul cattolico Goodluck Jonathan, non ha potuto fare altro che prendere atto dell’ennesimo fallimento del suo governo. Aveva promesso di annientare in poche settimane i qaedisti che controllano ben quattro 4 regioni (Borno, Wudil, Yobe e Bauchi), ma la situazione nel cuore dell’Africa nera diventa sempre più difficile da gestire.

Dall’insediamento di Buhari a oggi i morti in Nigeria per mano qaedista sono stati 823. Non solo i Boko Haram hanno respinto l’assalto dell’esercito nigeriano, ma si sono spinti anche nel sud del Camerun, conquistando le città di Maroua e Fotokol, stanno penetrando da alcune settimane in Chad, Niger, Benin e addestrano persino una cellula a Dapaong, città di confine tra il Togo e il Burkina Faso. Il farneticante progetto del loro leader, Abubakar Shekau, è quello di sfondare a nord per stringere un’alleanza con le sigle che fanno capo all’Aqmi (Al Qaida del Maghreb islamico) e costruire un califfato africano sulla falsa riga di quello di Al Baghdadi, unendosi a est con gli Al Shaabab somali.

L’intento è islamizzare una vasta area africana di antica estrazione cattolica

Poche ore dopo la carneficina al lago Chad il presidente Buhari ha nominato comandante delle forze anti-jihadiste il generale Iliya Abbah, che vanta al suo attivo parecchie operazioni militari nella regione del Delta del Niger, teatro di attacchi ai siti petroliferi e di sequestri di operatori occidentali. Abbah guiderà una forza di intervento congiunta multinazionale, con quartier generale a N’Djamena, in Ciad, e conterà su 8.700 uomini, tra militari, poliziotti e civili, messi a disposizione da Nigeria, Camerun, Ciad, Niger, Togo e Benin.

Le forze armate nigeriane sono però totalmente allo sbando. Nell’ultima settimana 200 soldati hanno disertato, più di 4mila dall’inizio dell’anno. Tutti hanno motivato la loro decisione allo stesso modo: la mancanza delle armi e dei mezzi necessari per respingere gli islamisti, meglio equipaggiati dell’esercito regolare.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/nigeria-mattanza-cristiani-boko-haram-ne-decapita-venti-1157144.html?mobile_detect=false

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31/07/2015

In 405.000 rivolgono una filiale supplica al Papa

ASSOCIAZIONE SUPPLICA FILIALE – COMUNICATO STAMPA

405.000 persone, fra i quali 104 presuli – cardinali, arcivescovi e vescovi – hanno finora sottoscritto la “Supplica Filiale” a Sua Santità il Papa Francesco chiedendogli “una parola chiarificatrice”, come “unica via per superare la crescente confusione fra i fedeli” in materia di matrimonio e di unioni omosessuali.

Per i firmatari un supremo intervento è necessario per arginare lo strisciante progredire della rivoluzione culturale, promossa da forze anticristiane che da decadi cercano d’indebolire le convinzioni morali fondate sul Vangelo e sulla Legge Naturale. Davanti alla macchina propagandistica dei costumi neopagani, secondo i firmatari,  la Chiesa mantiene sempre accesa la fiaccola di una solida dottrina e di una coerente disciplina, entrambe basate sull’insegnamento di Nostro Signore.

Paradossalmente, questa fiaccola attira sempre di più  innumerevoli  giovani dei più diversi contesti sociali,  stanchi delle nefaste conseguenze della rivoluzione sessuale e desiderosi di avviare autentiche famiglie cristiane. Proprio per questo essi sono i primi ad attendersi una conferma della morale evangelica da parte della suprema autorità apostolica.

Tuttavia, affermano i firmatari, in occasione del Sinodo straordinario sulla Famiglia dell’ottobre 2014, la luce di questa fiaccola anziché rinvigorirsi è parsa vacillare a causa di alcune confuse e dissonanti opinioni, emerse ad intra e ad extra dell’aula sinodale. Queste tesi sono state immediatamente riprese e moltiplicate dalla grancassa della propaganda laicista.

In vista del Sinodo ordinario sulla Famiglia di ottobre 2015, consapevoli del fatto che cedimenti morali apparentemente lievi possano avere conseguenze rovinose, un gruppo di fedeli laici ha promosso questa “Supplica Filiale” e creato un’omonima associazione per diffonderla. L’iniziativa, come i numeri dimostrano, non ha tardato a trovare una larga accoglienza nell’opinione pubblica cattolica e anche fra personalità di spicco nella vita civile, accademica ed ecclesiastica.

L’Associazione “Supplica Filiale” si propone inoltre la diffusione su scala mondiale del volumetto intitolato Opzione preferenziale per la Famiglia, opera di tre vescovi, Mons. Aldo di Cillo Pagotto, Mons. Robert F. Vasa e Mons. Athanasius Schneider.  Si tratta di un manuale di facile consultazione, che si sviluppa in cento domande e cento risposte, affrontando in maniera succinta ma sicura tutte le principali questioni sul tappeto. Anche questa iniziativa ha trovato un ampio appoggio fra personalità dell’ambito ecclesiastico e  civile. L’opera è stata tradotta nelle principali lingue ed è giunta a tutti i vescovi residenziali di ogni continente. Migliaia sono state le richieste di ulteriori copie da distribuire fra parroci, operatori pastorali e fedeli.

Copie gratuite di Opzione preferenziale per la Famiglia possono essere richieste a segreteria.supplicafiliale@outlook.com.  Nel sito Supplicafiliale.org è possibile sottoscrivere la supplica filiale a Papa Francesco.

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31/07/2015

Cristiani uccisi, arrestati, in fuga: più di 100 milioni

Non è solo lo Stato Islamico a perseguitare i cristiani e violenze e discriminazioni contro chi crede in Cristo non sono certo limitate a Siria e Iraq. Sono infatti oltre 100 milioni i cristiani vittime nel mondo di discriminazioni, persecuzioni e violenze messe in atto da regimi totalitari o adepti di altre religioni secondo quanto denunciato dal dossier “Perseguitati: cristiani e minoranze stretti nella morsa fra terrorismo e migrazioni forzate” pubblicato dalla Caritas Italiana. Un documento che evidenzia situazioni tragiche, alcune delle quali ben poco trattate dai media.

Solo in Corea del Nord, governata dal sanguinario regime comunista di Kim Jong-un, ci sono tra 50 e 70 mila cristiani rinchiusi in campi di detenzione a causa della loro fede. Violenze e discriminazioni sono invece all’ordine del giorno in quasi tutti i Paesi islamici o maggioranza musulmana: soprattutto in Somalia, Iraq, Siria, Afghanistan, Sudan e Iran, dove i cristiani sono perseguitati con maggiore intensità.

Ma anche in Indonesia (il più popoloso Paese islamico con oltre 200 milioni di abitanti) e in India dove conversioni forzate e persecuzioni sono attuate tanto da estremisti islamici quanto da quelli induisti. «Il numero dei cristiani perseguitati al mondo oscilla tra i 100 e i 150 milioni. Questa cifra, in continuo aumento, fa del cristianesimo la religione più perseguitata del pianeta».

Cosi, ricorda il rapporto della Caritas – disse il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’enciclica Pacem in Terris nell’ottobre 2013. Purtroppo, nel corso di quasi due anni la situazione dei cristiani nel mondo ha subito un ulteriore peggioramento. Da novembre 2013 al 31 ottobre 2014 il rapporto della Caritas si calcola che i cristiani uccisi per ragioni strettamente legate alla loro fede sono stati 4.344, mentre le chiese attaccate per la stessa ragione sono state 1.062. Una barbarie che peraltro colpisce molte altre minoranze religiose ed etniche e che rivela un preoccupante aumento dell’intolleranza.

Specie in Medio Oriente, teatro dei conflitti in Siria e in Iraq e della presenza delle milizie dello Stato Islamico che un anno fa conquistarono Mosul determinando l’inizio di un esodo che in poche settimane ha coinvolto oltre un milione di persone costretti a rifugiarsi nella regione irachena del Kurdistan: cristiani, yazidi e altre minoranze, accolte in particolare nella regione di Erbil, Dohuk e Zakho. Con gli sviluppi bellici la situazione si è ulteriormente aggravata con nuove ondate di sfollati verso la regione del Kurdistan.

«La Chiesa locale si è subito mobilitata dando accoglienza nei cortili, nelle chiese e in ogni spazio disponibile», sottolinea il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, che insieme al segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, lo scorso ottobre ha visitato i ampi profughi a Erbil. La Chiesa italiana aveva già promosso una giornata di preghiera, il 15 agosto, giorno dell’Assunzione e papa Francesco è più volte tornato sulla questione. Dopo la missione, l’impegno di Caritas Italiana si è concentrato su progetti di assistenza nelle diocesi di Erbil e Dohuk con un programma di gemellaggi per oltre un milione di euro a favore di 13 mila famiglie di cristiani e della minoranza degli yazidi, costrette a fuggire dai loro luoghi di residenza.

Del resto, l’esodo dei cristiani dall’Iraq e da tutto il Medio Oriente è in atto da oltre dieci anni e prese il via con il consolidarsi della presenza di al-Qaeda e dei gruppi jihadisti sunniti nell’Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein in seguito all’invasione anglo-americana. Del milione di cristiani che viveva in Iraq nel 2003 oggi ne sono rimasti non più di 400 mila, forse ancor memo ne restano in Siria dove prima della guerra le diverse comunità cristiane contavano 1,8 milioni di abitanti, il 10 per cento della popolazione nazionale anche se il rapporto della Caritas valuta che cristiani e altre minoranze vengano perseguitasti in Siria per il loro ruolo politico nel conflitto in atto a sostegno del regime di Assad e non in funzione del loro credo religioso.

Una valutazione discutibile dal momento che le minoranze (curdi inclusi) affiancano le forze governative perché il regime di Assad ha sempre garantito quella libertà di culto che mai concederebbero i miliziani sunniti (salafiti, Fratelli Musulmani, qaedisti e Stato Islamico) sostenuti dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia e dallo stesso Occidente. Basti vedere con quale cieco fanatismo viene imposta la sharia più rigida nei territori siriani “liberati” dai ribelli. Qualche giorno un reportage sul magazine del New York Times si chiedeva se «assisteremo alla fine del cristianesimo in Medio Oriente».

Domanda più che legittima anche se si segnala, in Iraq come in Siria, la costituzione di brigate di combattenti cristiani intenzionati a liberare città e villaggi occupati dallo Stato Islamico. Molti cristiani combattono con le forze di Assad e con i curdi con l’obiettivo di sconfiggere i jihadisti sunniti che hanno sequestrato case, distrutto chiese rapito donne e bambini. Molti analisti valutano che anche dopo la sconfitta dell’Isis per i cristiani ci sarà sempre meno spazio in un Medio Oriente travolto dal settarismo alimentato dallo scontro tra sciiti e sunniti, destinato probabilmente a svilupparsi per molti anni. Del resto, non c’è dubbio che a discriminare i cristiani sono soprattutto gli islamici. Il rapporto della Caritas non lo dice esplicitamente ma dei 50 Paesi dove i cristiani subiscono maggiori violenze ben 38 sono musulmani.

Certo non mancano le eccezioni quali Cina, Vietnam, India, Nord Corea, e Laos ma nel mondo sono soprattutto gli Stati musulmani a perseguitare le minoranze, quelle cristiane in testa. Al di là del rapporto della Caritas e delle valutazioni del New York Times resta un altro dato incontrovertibile quanto inquietante. Se violenze, guerre e discriminazioni stanno cacciando i cristiani dal Medio Oriente e in generale dal mondo islamico, immigrazione selvaggia e lassismo dei nostri governanti stanno favorendo l’aumento esponenziale dei musulmani in Europa. Difficile considerarla una buona notizia.

(Gianandrea Gaiani, LaNuovabq, 31/07/2015).

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-cristiani-uccisiarrestati-in-fugapiu-di-100-milioni-13406.htm

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30/07/2015

Tra i cristiani iracheni fuggiti in Libano. L’odissea della famiglia Aziz!

La persecuzione e la fuga di una famiglia caldea che è dovuta fuggire da Baghdad e che è stata aiutata dalla Chiesa libanese. Reportage da Beirut

 

Sì, sarebbe bello che i cristiani smettessero di fuggire dai paesi del Medio Oriente, che le loro comunità in Iraq e Siria non continuassero a perdere massa alla velocità di un gelato esposto al sole. Siamo pronti a mandare aiuti umanitari per venire incontro ai loro bisogni materiali, a gemellare parrocchie e gruppi giovanili per incoraggiarli a continuare a testimoniare la loro fede in contesti tanto difficili. Ma provate a dirlo a Nabil Georges Aziz e ai cinque familiari che questo cristiano caldeo ha portato con sé in Libano da Baghdad: la moglie, due figli piccoli e gli anziani genitori. Dal 20 giugno scorso alloggiano in un appartamentino di due locali di Sid el Bauchrieh, quartiere di Beirut est, il cui affitto costa la modifica cifra di 500 dollari al mese, senza contare l’acqua e l’elettricità. I soldi per il momento ce li mette la generosa Chiesa caldea libanese. Nabil si è rivolto all’Alto commissariato Onu per i rifugiati per vedere riconosciuto lo status di profughi ai membri della sua famiglia e cercare di trasferirla negli Stati Uniti, dove vivono i genitori e una sorella della moglie Myrna.

Perché gli Aziz hanno lasciato Baghdad alla volta del limbo libanese, dove lo Stato li considera alla stregua di semplici turisti e quando il visto trimestrale scade dei clandestini che in qualunque momento potrebbero essere rimpatriati? Per la semplice ragione che tutta la famiglia ha rischiato la vita in tempi recenti, e alcuni di loro hanno pagato un conto salato. La prima a essersi salvata per un nonnulla dall’appuntamento fatale è la mamma di Nabil, che l’ultima domenica dell’ottobre 2010 stava recandosi a Messa nel posto sbagliato: la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, quella del massacro di 53 cristiani da parte di terroristi mandati lì da Abu Bakr al-Baghdadi, che allora non era ancora califfo ma leader dell’organizzazione Stato islamico dell’Iraq. A salvarla fu il ritardo con cui uscì di casa: quando giunse nei pressi della chiesa nel quartiere di Kharrada, dove allora la famiglia abitava, già si udivano colpi di arma da fuoco. Fece dietrofront e poi seppe quello che stava succedendo quando arrivò a casa e accese la tivù.

Al padre di Nabil è andata peggio: a causa del terrorismo ha perso una gamba. Il 17 aprile dell’anno scorso un’autobomba è esplosa in mezzo ai negozi del quartiere di Kharrada, causando 22 morti e innumerevoli feriti. La famiglia non abitava più lì dal 2011 (si erano trasferiti a Ghedir), ma tornavano per fare la spesa e visitare amici. Quel giorno una scheggia si è piantata nella gamba destra di Latif, che è diabetico. Risultato: non è stato possibile curarla, l’amputazione è stata l’unica soluzione. Quel fatto ha sconvolto i due nipotini, un bambino e una bambina, Fadi e Myrna: per tre giorni non hanno dormito. «Da quasi due anni avevamo smesso di andare in chiesa perché temevamo un attacco», spiega Nabil. «Non ci aspettavamo un incidente del genere». Ma il destino ha continuato ad accanirsi contro la famiglia Aziz con episodi da brivido all’insegna della miscela di fortuna e sfortuna. Il 30 marzo scorso Lina, la moglie di Nabil, è tornata a Kharrada in compagnia della figlioletta per fare acquisti in un negozio di abbigliamento. Mentre entrava è stata investita da due uomini che hanno cercato di rapire la piccola Myrna. Per fortuna tutti e quattro sono caduti, la madre ha protetto la bambina col corpo, è arrivata gente e i due malintenzionati sono fuggiti, non senza derubare la signora del suo telefono cellulare. Ancora più drammatica l’avventura che Nabil e sua madre hanno vissuto fra il 10 e il 15 giugno scorsi. Alla porta di casa si sono presentati alcuni uomini armati di una milizia sciita anti-Isis. Con toni intimidatori gli hanno chiesto di unirsi a loro per combattere i terroristi. «Perdonatemi, ma io sono la sola fonte di reddito della mia famiglia», ha risposto Nabil, che fino a qualche settimana fa era dipendente del ministero dell’Agricoltura in qualità di agronomo. Se ne sono andati, ma cinque giorni dopo si sono ripresentati, più numerosi e più aggressivi. A un certo punto della discussione uno dei presenti ha puntato la sua arma contro la testa di Nabil: «Adesso basta, vieni con noi», gli ha intimato. Allora Soliah, la madre, si è gettata in ginocchio davanti ai miliziani, implorandoli di lasciare stare suo figlio. Solo dopo quel gesto plateale gli sciiti si sono decisi ad andarsene a mani vuote. Pochi giorni dopo tutta la famiglia ha lasciato l’Iraq alla volta del Libano. «Siamo cristiani, la nostra religione non ci insegna a uccidere gli altri, ma a praticare la carità», conclude Nabil. «Per questo siamo costretti ad andarcene. Nella mia via abitavano undici famiglie cristiane, adesso ne è rimasta una sola».

«In poco più di un anno sono arrivate qui dall’Iraq 1.200 famiglie caldee, che sono andate a sommarsi ai profughi cristiani iracheni degli anni passati ancora presenti sul nostro territorio. Oggi noi caldei libanesi, che contiamo in tutto duemila famiglie, assistiamo tremila famiglie di caldei iracheni in fuga e in attesa di sistemazione definitiva in Occidente». Chi parla così è monsignor Michel Kassarji, vescovo della piccola comunità caldea libanese. Da un decennio ormai Beirut è mèta di cristiani iracheni in fuga, vittime dell’insicurezza e delle persecuzioni a sfondo religioso innescate dalla caduta del regime di Saddam Hussein, al quale non è succeduta la democrazia ma il caos. La maggioranza di essi è composta da caldei, la principale delle denominazioni cristiane irachene. Quanti ne siano passati complessivamente attraverso il piccolo paese mediorientale nell’ultimo decennio non è facile da stabilire, ma una cosa è certa: dopo la caduta di Mosul nelle mani dell’Isis nel giugno dell’anno scorso e poi dopo la conquista di gran parte della piana di Ninive in agosto l’esodo è ripreso impetuoso, anche se le cifre restano molto lontane da quelle riguardanti i siriani, che da metà 2011 affluiscono in Libano e che oggi ammontano alla cifra pazzesca di 1,3 milioni, in un paese che di suo conta 3,5 milioni di abitanti. Anche fra loro si trovano alcune famiglie di rito caldeo.

Il 20 agosto entrerà in funzione una nuova opera sociale, un centro socio-assistenziale e pastorale in titolato a Nostra Signora della Misericordia nel quartiere di Sid el Bauchrieh, dove i profughi iracheni cristiani sono numerosi. Questa struttura va ad aggiungersi al centro socio-sanitario Saint Michel istituito nello stesso quartiere nel 2011, dove profughi iracheni e siriani e bisognosi di gruppi libanesi svantaggiati ricevono trattamenti sanitari a tariffe calmierate o gratuitamente. Entrambe le opere sono il risultato degli sforzi del vescovo monsignor Kassarji e dell’Associazione caritativa caldea in Libano, che hanno finanziato le iniziative e trovato benefattori nazionali e internazionali (la Provincia di Trento ha contribuito alla nascita del centro socio-sanitario con una donazione di 420 mila dollari). Il totale del contributo annuo della Chiesa caldea libanese al benessere dei fratelli di rito in fuga dall’Iraq (e in piccola percentuale dalla Siria) è cospicuo: 600 mila dollari di generi alimentari per 12 mila razioni complessive distribuite nel corso di un anno (con cadenza trimestrale); 875 mila dollari di borse di studio per 2.500 studenti (350 dollari a testa in media) che frequentano le scuole libanesi; 300 mila dollari di contribuzione a costi di assistenza sanitaria che né lo Stato libanese né gli enti internazionali coprono per bisogni che vanno da interventi chirurgici a esami di laboratorio, da radiografie a medicinali. E questo non è tutto. «Aiutiamo chi non è in grado di pagare i costosi affitti di Beirut fino a quando non trova un lavoro che gli permetta di mantenersi», spiega monsignor Kassarji. «Centinaia in questi anni hanno trovato un impiego grazie alla nostra intermediazione. Il ministro del Lavoro chiude un occhio: nessuno di loro ha un visto che gli permetta di lavorare in Libano, ma sarebbe folle costringere le persone a restare inattive e assisterle per anni. C’è gente che è qui dal 2002, e non ha ancora trovato una soluzione al suo problema. Chiediamo a tutti i cristiani del mondo di aiutarci ad aiutare questi fratelli perseguitati». Chi vuole condividere lo sforzo dei caldei libanesi in soccorso dei cristiani iracheni profughi troverà le indicazioni per bonifici bancari navigando il sito internet http://chaldeansoflebanon.org/.

 

(Rodolfo Casadei, Tempi, 29/07/2015)

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