Luci sull'Est informa

27/02/2015

Il sangue dei cristiani in Siria è anche il nostro!

Chiariamo subito: quello che segue non è il solito lamento sul fatto che nessuno si muove mentre i cristiani vengono massacrati e sono costretti a fuggire dai loro paesi in Medio Oriente. Certo, questo è un dato di fatto e nei giorni scorsi il racconto dell’attacco dell’Isis ai villaggi cristiani nella valle del Khabur, con turchi, americani e quant’altro a guardare è molto eloquente al proposito, così come il fatto che a livello internazionale non c’è nessuna iniziativa concreta e l’affermazione che ci si muove solo sotto l’egida dell’Onu è diventato un bell’alibi per non assumersi alcuna responsabilità. Per non parlare poi del Rapporto di Amnesty International – di cui scriviamo a parte – che ”dimentica” le persecuzioni subite dai cristiani.

 

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi. Piuttosto mi ha colpito nei giorni scorsi l’articolo della nostra Angela Pellicciari che ricordava la documentazione sulle violenze dei musulmani in Terrasanta che spinsero alla prima Crociata. Violenze efferate sui cristiani che vivevano sotto i turchi o che si recavano in pellegrinaggio in Terrasanta. Quelle notizie e la perdita della possibilità di recarsi sui luoghi che avevano visto camminare Gesù provocarono una tale commozione a Roma e nell’Europa cristiana da spostare gli eserciti.

 

Non voglio qui invocare una nuova Crociata, ci mancherebbe altro; i tempi sono cambiati, per quanto anche allora non fosse così semplice decidere di allestire un esercito multinazionale e partire. Semplicemente non può non fare riflettere la sproporzione, davanti ad analoghe violenze islamiche e negli stessi luoghi, tra la decisione di allora di partire in armi e la difficoltà di oggi che abbiamo anche a scomodarci per partecipare a una veglia di preghiera in parrocchia per i cristiani perseguitati, ammesso che ci siano parroci e vescovi che pensino a organizzarle. Ripeto, non è il problema di preparare un intervento militare, se almeno si vedesse la decisione a fare qualcosa di concreto per strappare i nostri fratelli cristiani a un destino che sembra segnato.

 

Il fatto è che è troppa la sproporzione per non lasciarsi interrogare, per non chiedersi cosa è cambiato. Per reagire, per sentire il dolore e prendere le misure adeguate bisogna anzitutto sentire di appartenere allo stesso corpo. Così che se viene colpito un dito della mano ne risente anche il volto. Evidentemente mille anni fa esisteva una Cristianità, un popolo che percepiva gli altri cristiani come parte di sé. Dei pastori che non rimanevano insensibili al grido di altri pastori. E la Terrasanta era la casa comune, era veramente la Terra Santa, sacra a tutti i cristiani come sacra è la camera degli sposi nelle nostre case. E una cosa sacra non si può violare impunemente.

 

Chi resterebbe immobile nel guardare un estraneo violare e fare a pezzi la nostra casa? L’espressione forse non si addice a un Papa, ma aveva ragione Francesco quando faceva l’esempio del pugno a chi insulta la mamma, è una reazione umana. Il problema è appunto che oggi dobbiamo fare un grande sforzo per convincerci che la Terrasanta è la nostra casa e che i cristiani di quelle regioni, le antiche comunità che ancora conservano la lingua con cui si esprimeva Gesù, sono davvero nostri fratelli, più ancora dei nostri familiari di sangue.

 

Dobbiamo ammetterlo: oggi la Cristianità non esiste più, e non è questione di numeri, non è questione di essere minoranza. È invece questione di giudizio: a chi apparteniamo, se apparteniamo. Oggi prevale il sentirsi cristiani “individualmente”, ognuno per sé Dio per tutti. Se siamo tutto sommato poco interessati a quanti incontriamo in chiesa ogni domenica, figurarsi quanto ci possono smuovere le vicende di una sconosciuta famiglia irachena o di un prete indiano.

 

Non è un lamento o il rimpianto dei bei tempi perduti, è una constatazione. Che però dovrebbe anche suggerire le priorità dei nostri pastori.

 

C’è poi da considerare un secondo aspetto, forse meno importante del primo ma dalle conseguenze molto gravi: il giudizio sull’islam e sul mondo islamico. Per i nostri antenati era evidente che l’islam era una minaccia gravissima per la cristianità e per il cristianesimo, non si facevano illusioni sulle intenzioni. Non solo in Terrasanta, ma anche qui in Europa. Si percepiva chiaramente che da questo punto di vista Terrasanta ed Europa erano un tutt’uno. Anche allora non tutti i musulmani volevano la guerra o ardevano dalla voglia di impalare i cristiani, ma era un dato di fatto che le nazioni islamiche avanzassero con la spada non potendo fare distinzione alcuna tra sfera religiosa e sfera temporale. È così che più volte nel corso dei secoli gli eserciti cristiani hanno bloccato il tentativo di conquista islamica dell’Europa, combattendoli davanti alla Turchia o sotto le mura di Vienna, ma sempre avendo chiaro che si combatteva per salvare la nostra civiltà. Rileggersi il bel romanzo storico di Louis de Wohl “L’ultimo crociato” aiuta a capire molto bene questo punto, e anche da che parte si schiereranno i musulmani “moderati”, quelli che vivono da tanto tempo in Europa e fanno affari con i cristiani, quando arriverà il momento decisivo. Per quale motivo oggi dovrebbe essere diverso quando per 1400 anni ha funzionato sempre allo stesso modo?

 

Anche qui non è questione di apertura o di chiusura, è una questione di giudizio. Oggi ci piace invece immaginare che le cose stiano diversamente: che il fondamentalismo islamico non abbia a che fare con l’islam; che il Califfo che ora si affaccia sul Mediterraneo sia una creatura degli Stati Uniti e di Israele; che basti evocare il dialogo per far sparire tutti i pericoli (si sapesse almeno su che cosa si dovrebbe dialogare). E così ci sentiamo tranquilli. Non ci si rende conto invece che stiamo spalancando le porte a chi intende solo seppellirci.

 

Non illudiamoci: il sangue dei cristiani versato in Iraq e in Siria sarà presto anche il nostro sangue. Se non salveremo loro non ci salveremo neanche noi. A prescindere da ciò che percepiamo e da ciò che ci piace credere.

 

(Riccardo Cascioli, LaNuovabq, 27/02/2015)

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27/02/2015

Siria, massacro dell’Isis. il vescovo: «Uccisi 15 dei cristiani rapiti»

Roma – L’Isis ha ucciso i primi cristiani rapiti in Siria, nel governatorato di Hassake, al confine Nord-orientale con l’Iraq. L’archimandrita Emanuel Youkhana, che lunedì scorso riferì del rapimento, dà notizia ad Aiuto alla Chiesa che soffre dell’uccisione di 15 persone fra gli ostaggi: «Molti di loro – afferma Youkhana – stavano difendendo i loro villaggi e le loro famiglie». Nel villaggio di Tel Hormidz una donna è stata decapitata, mentre due uomini sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco. Per ora non ci sono informazioni circa le esecuzioni subite dalle altre dodici vittime.

 

L’archimandrita Youkhana, inoltre, informa che il numero dei rapiti è salito a circa 350. Oltre alle centinaia di persone menzionate la volta scorsa, parliamo di altri 80 abitanti del villaggio di Tel Jazira, 21 di Tel Gouran, 5 di Tel Feytha e 3 di Qabir Shamiya. Quasi tutti sono tenuti ostaggio nel villaggio sunnita di Um Al-Masamier. Altre 51 famiglie, «con circa 5 componenti a testa», come riferisce Youkhana, sono state rapite a Tel Shamiram; ma di queste non si conosce la posizione precisa: «Non sappiamo – continua l’Archimandrita – dove siano tenute in ostaggio. È probabile che siano stati portati nella regione del Monte Abdul Aziz, controllata dallo Stato Islamico». Una fonte non confermata riferisce che si prepara, per venerdì 27 febbraio, un’esecuzione di massa nella Moschea di Bab Alfaraj, villaggio sunnita della zona. Nei 35 villaggi cristiano-assiri non è rimasto più nessuno: coloro che sono riusciti a scappare lo hanno fatto verso la regione di Hassake o verso Qamishli: «Le famiglie sfollate – riferisce Youkhana – sono 800 ad Hassake e 175 nel Qamishli».

 

Scoperta l’identità di “Jihad John”. Il boia dell’Isis comparso in diversi video di esecuzioni di ostaggi, si chiama Mohamed Emwazi, ha 27 anni ed è di Londra. Lo ha rivelato la Bbc citando fonti di Scotland Yard.

 

Così i miliziani distruggono le statue assire nel museo di Mosul

 

Intanto dalla galassia di siti jihadisti arriva un nuovo filmato choc dell’Isis . Questa volta le vittime non sono persone, ma statue. Il Califfo la chiama «promozione dei valori e della virtù». Il video mostra miliziani che distruggono preziosissime opere d’arte assire al museo di Mosul.

 

Il filmato si sofferma sui cartelli in arabo e in inglese che illustrano i manufatti esposti. Tra le statue distrutte ne figura in particolare una di un toro alato che rappresenta l’antica divinità mesopotamica di Nergal. «Queste rovine dietro di me, sono quelle di idoli e statue che le popolazioni del passato usavano per un culto diverso da Allah», dichiara un jihadista con alle spalle un grande bassorilievo di un cavallo. Secondo la dottrina fondamentalista seguita dall’Isis sarebbe vietata qualsiasi riproduzione di esseri umani o animali, tanto più se raffigurazioni di dei.

 

(IlSecoloXIX, 26/02/2015)

 

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27/02/2015

Boko Haram minaccia l’Italia: “Finirete schiavi”!

Per la prima volta il leader jihadista cita l’Italia tra quelli “nemici” dopo Stati Uniti e Francia: “Guerra agli infedeli”.

 

Non solo Isis. L’Italia adesso è pure nel mirino di Boko Haram. A mettere nel mirino il nostro Paese è Abubakar Shekau, il capo di Boko Haram che in un video messaggio con un mitra in mano annuncia di voler attaccare nel nome di Allah l’Occidente, Italia inclusa.

 

Shekau alla guida di un esercito sempre più organizzato e armato, nel Centro Africa ha occupato una regione grossa come il Belgio, su territori che appartengono a Nigeria, Ciad, Niger e Camerun.

 

Stavolta se la prende anche con l’Italia, messa in fila dopo Stati Uniti e Francia nel gruppo di nazioni appartenenti a “un’unione atea da spazzare via in nome di Allah”. Di Shekau – età imprecisata, dai 34 ai 44 anni, tra i 10 terroristi “most wanted” per gli Usa – è nota questa frase: “Mi piace uccidere chiunque Allah mi ordini di uccidere, allo stesso modo in cui mi piace uccidere le galline”.

 

Il filmato arriva in un momento cruciale della lotta contro Boko Haram che da febbraio vede impegnata una coalizione per ora formata da reparti militari di Nigeria, Niger, Camerun, Ciad e Benin, i paesi del Centro Africa più direttamente minacciati dai “talebani” d’Africa.

 

È una vera e propria guerra: attacchi e controattacchi attraverso quattro o cinque frontiere. Centinaia di morti, soldati e civili. Attentati. Gli ultimi due domenica e martedì: prima quello della bimba di 5 anni mandata a farsi esplodere in una mercato. Poi, nella stessa città di Potiskum, un kamikaze ha fatto saltare per aria un bus: almeno 15 i morti.

 

(Ignazio Stagno, IlGiornale, 25/02/2015)
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27/02/2015

Il calcio scaccia il Natale. Lo vogliono gli sceicchi islamici!

Succederà nel 2022: in Europa e in tutto l’Occidente il Natale non verrà più celebrato, i riti dell’Avvento saranno posticipati in primavera, presepi, stelle e babbi natale perderanno ogni fascino per grandi e piccini. Al posto della stella cometa, splenderà nel cielo un grande pallone multicolore, dirette non  stop sulla World Cup con la notte santa della vigilia in collegamento planetario con lo stadio di Doha per la finalissima. A riscaldare i cuori non ci saranno il bue e l’asinello, ma i 30 gradi all’ombra del Quatar. Con la benedizione dell’islam e sotto la protezione dei potenti sceicchi delle petromonarchie del Golfo.  É la pura realtà, mica il fantasioso sequel di Soumission II, La Partita Finale di Michel Houellebecq (il suo romanzo, tra l’altro, è proprio ambientato nel 2002). E a questa partita finale, Gli Stati arabi si stanno preparando da tempo, insieme ai vertici del bureau mondiale del calcio: Fifa, Uefa, Comitato esecutivo, Federazioni e singole società calcistiche nazionali.

 

In Qatar i Mondiali si giocheranno fra il 19 novembre e il 23 dicembre e non, come al solito in estate, per il fatto che a luglio le temperature arrivano a sfiorare i 50 gradi. Una bolgia infernale più che una partita di calcio. Scartata la finestra estiva, sono state bocciate altre soluzioni perché incompatibili con altri importanti appuntamenti sportivi (Giochi olimpici invernali e altro). A maggio poi, periodo suggerito dai club, fa già troppo caldo. Ci sarebbe la primavera. Scherziamo? Non se ne parla proprio, hanno subito obiettato i qatarini: nel 2022 il  ramadan, mese sacro dell’islam, cade proprio ad aprile e mica si può giocare a calcio mentre milioni di musulmani pregano e digiunano. Meglio dunque (per loro) un Mondiale sotto l’Albero e davanti alla grotta di Betlemme. Tutti d’accordo: messe a tacere anche le proteste delle Federazioni che non volevano interrompere i campionati per sei o sette settimane. Problema risolto con la promessi di indennizzi milionari: da quelle parti il denaro non manca.

 

Silenziate e insabbiate anche le accuse di corruzione e brogli nell’assegnazione dei Mondiali al Paese arabo. Allora si parlò di commissari corrotti e da sostanziose mazzette, 5 milioni di dollari, per comprare il voto favorevole dei delegati africani. L’indagine della Commissione etica della Fifa, però, non riscontrò «alcuna violazione di norme e regolamenti» e la cosa si chiuse lì. Resta la grana dei diritti umani, ma pure questa è stata monetizzata. Per costruire stadi e infrastrutture a tempo di record, il Qatar ricorre a operai di 42 diverse nazionalità (Nepal e India) pagati niente e spesso ricattati col ritiro del passaporto. Già adesso le vittime nei cantieri sarebbero già mille, il prezzo del Mondiale potrebbe essere di 4mila vite, alla fine. Ma per i dollari degli sceicchi e i futuri investimenti in quell’area dove la sabbia vale oro, questo e altro. E nell’altro c’è pure lo spostamento obbligato dei giochi a ridosso del Natale per non intralciare il ramadan islamico.  E chi se ne importa dei cristiani e delle loro feste sacre.

 

Lo Stato islamico ha appena rapito centinaia di cristiani assiri in Siria, tagliato la gola ai copti,bruciatele chiese e deportato le popolazioni cristiane dell’Iraq, abbatte le croci come fossero piante velenose.  In Europa noi le rimuoviamo e aboliamo riti e tradizioni millenarie solo per compiacere Allah. Ora anche il calcio, diventato business planetario, si sottomette al peloso e ipocrita rispetto a dell’unica religione che mette insieme quattrini e fanatismo, petrolio e terrore, società quotate in Borsa e indifferenza ai diritti umani più elementari. Ed è davvero scandaloso che proprio al Qatar l’Occidente regali il dono di grandissimo valore di diventare la vetrina del calcio mondiale: tra i Paesi arabi, il Qatar è stato e probabilmente continui a essere, uno dei maggiori finanziatori del Califfato dell’Is, nonostante partecipi alla Coalizione degli Stati del Golfo contri lo Stati islamico. Doppio gioco, recentemente messo alla scoperto anche dalle accuse di terrorismo rivolte da Egitto e Giordania.

 

Sottomissione volontaria anche se non gratuita che ha spinto qualche mese fa i dirigenti della squadra di calcio del Real Madrid di accogliere la richiesta della Banca nazionale di Abu Dhabi di rimuovere la croce dorata posta in cima al suo celebre stemma. Meglio non innervosire gli sceicchi. Così come il Barcellona, sponsorizzato da Qatar Airways, durante una tournée in Medio Oriente aveva sostituito la croce di San Giorgio stampata sulla maglietta con una linea rossa verticale. La stessa croce cancellata da alcuni gate dell’aeroporto di Heathrow o dai taxi di Blackpool e Cheltenham, in Inghilterra. In Turchia, l’Inter fu accusata per aver indossato una maglia speciale, in occasione del centenario, in cui una grande croce rossa campeggiava su sfondo bianco. Troppo in stile templare e “islamofoba”, per i maomettani turchi. Grandi compagnie come Swatch, Tissot e Victorinox, hanno eliminato la croce della bandiera svizzera dalle pubblicità nei Paesi arabi e asiatici.

 

In Norvegia, la Nrk, la televisione pubblica, ha censurato, per “offesa all’islam”,  la sua anchorwoman di punta, Kristin Saellmann, per essersi presentata alle telecamere con un crocifisso al collo. Nelle missioni internazionali, i mezzi della Croce Rossa hanno rinunciato al loro storico logo e non è detto che prima e poi anche la Ue toglierà dalla sua bandiera le stelle gialle su sfondo blu. Ricordano troppo la Vergine Maria e la sua corona di dodici stelle. Domanda finale: come si comporteranno gli arbitri di Doha quando qualche giocatore, prima della partita, si farà il segno della croce in diretta mondiale? In Arabia Saudita quel gesto costa la galera. Perché non invitare i calciatori europei a dare un bel bacio al crocifisso ogni volta che scendono in campo?

 

(Luigi Santambrogio, LaNuovabq, 26/02/2015)

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