Luci sull'Est informa

27/03/2015

Cristiano arrestato in Cina per essersi opposto alla campagna per la demolizione delle croci!

Il governo dello Zheijang ne ha fatte distruggere circa 400 per soffocare la crescita numerica dei cristiani

 

Un pastore protestante è stato condannato a un anno di prigione per essersi opposto alla rimozione della croce da una chiesa del Zhejiang, provincia orientale costiera della Cina. La sentenza contro Huang Yizi è stata emessa ieri dalla corte di Pingyang, vicino alla nota metropoli di Wenzhou (ChinaAid, 25 marzo).

 

Huang Yizi è la prima persona ad essere condannata per essersi opposta alla campagna per la demolizione delle croci. Il pastore era stato arrestato ai primi di agosto 2014 dopo aver partecipato assieme ad alcuni suoi fedeli a un tentativo di fermare la polizia dal rimuovere e distruggere la croce sull’edificio della Chiesa della Salvezza a Pingyang (uca.news, 25 marzo).

 

CROCI E SKYLINE

 

L’anno scorso il governo del Zhejiang, per motivi di “abbellimento dello skyline” e per far rispettare le regole urbanistiche, ha fatto demolire almeno 400 croci svettanti da edifici religiosi registrati in modo ufficiale e ha distrutto alcune chiese. I fedeli accusano il governo locale di voler soffocare la crescita delle comunità cristiane, così vivace nella regione (Asianews, 25 marzo).

 

LO SCONTRO DEL 21 LUGLIO

 

La demolizione della croce è avvenuta il 21 luglio scorso. Huang e i suoi fedeli hanno cercato di fare muro per difendere la croce, ma sono stati picchiati e 14 fedeli sono rimasti feriti. In seguito Huang ha cercato con alcuni avvocati di incriminare la polizia perché contravveniva alla costituzione. Forse è proprio questa la causa del suo arresto, avvenuto il 2 agosto scorso, che ha portato alla condanna “per ostacolo all’ordine pubblico”.

 

MISURE ECCEZIONALI DELLA POLIZIA

 

Mentre si svolgeva il processo, attorno all’edificio della corte di Pingyang erano radunate almeno 500 fedeli. Qualche ora prima, l’area nei pressi della corte è stata transennata dalla polizia, ha detto Zhang Zhi, un cristiano che aspettava fuori dal cancello. «In primo luogo hanno fermato le auto per non farle avvicinare, poi hanno isolato la zona fino a trecento metri di distanza dal cancello della Corte», ha detto Zhang (New York Times, 25 marzo).

 

(Aleteia, 25/03/2015)

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25/03/2015

Anche i filosofi agnostici si stupiscono. Henri Lévy e la conversione al cattolicesimo della sorella Véronique!

Grande dibattito in Francia per la vicenda della sorella del celebre pensatore agnostico. Dopo una vita dissipata «è diventata un’altra. La sua anima è cambiata»

 

La prima domenica di quaresima del 2012, nella cattedrale di Notre Dame, seduto su una della panche riservate alle famiglie dei catecumeni, c’era anche Bernard-Henri Lévy (foto a destra). Che cosa ci facesse in chiesa il filosofo d’origine ebraica simbolo dell’intelligentsia francese lo ha svelato solo recentemente Le Figaro. Lévy ha partecipato alla funzione in seguito della conversione al cattolicesimo della sorella minore Véronique.

 

«Mi sono reso conto – ha spiegato – che non era una cosa infantile, ma di un’esperienza interiore autentica». Véronique, la giovane anticlericale e femminista, che aveva sempre accusato la Chiesa di essere illiberale e oscurantista, è stata descritta dal fratello come una donna toccata dalla «redenzione» e «dal livello di conoscenza della teologia cristiana, ma anche ebraica, di cui un tempo non sapeva nulla». Spiegando di essere in parte addolorato per la decisione della sorella, Lévy ha però confessato che Véronique da fragile e instabile che era è diventata forte e sicura. «Che cosa avrebbero pensato i nostri genitori?», si è chiesto. «Durante il suo battesimo ho pensato che questo fatto li avrebbe dispiaciuti. Si tratta di una rottura, probabilmente mai provocata da nessuno nella discendenza più che millenaria dei Lévi», tanto da «sentirmi responsabile per aver omesso di trasmettere qualcosa a questa sorellina che potrebbe essere mia figlia».

 

MOSTRAMI IL TUO VOLTO. Chi è Veronique? A raccontarlo è sempre il quotidiano francese, spiegando che «vedendola per la prima volta per la strada, mentre fuma una Marlboro, bionda, esile, diafana, ha l’aria di essere la giovane Violaine di Claudel (la protagonista dell’Annuncio a Maria, ndr) scappata da teatro con qualcosa di infantile nell’espressione, nonostante il dolore abbia segnato la sua vita conferendo gravità al suo volto». Sembra timorosa, ma non appena «si entra nel cuore dell’argomento e l’argomento, insiste lei, è Cristo, prende sicurezza, si esprime fluentemente e anche con una certa autorità». A Le Figaro Veronique racconta «la sua avventura con il Crocifisso», mostrando il suo libro Montre-moi ton visage (“Mostrami il tuo volto”), una trascrizione dei suoi dialoghi interiori con Cristo davanti al Santissimo Sacramento, come una lunga conversazione amorosa. «Vivere la fede è come innamorarsi. Quando si ama qualcuno incondizionatamente, si sacrifica tutto per quell’amore, non ci si cura del giudizio altrui, si pensa solo a gioire della presenza dell’altro», dice Véronique.

 

IL PRIMO INCONTRO. La neo convertita ha ammesso che, inizialmente, non era sua intenzione pubblicare quei suoi dialoghi con Dio. Poi, convinta che oggi sia quanto mai necessario mostrare come Dio si manifesti «nella vita di tutto il mondo», ha accettato. Anche perché il suo primo “incontro” col cristianesimo è avvenuto molti anni fa quando, piccolissima, su una spiaggia affollata di Antibes, Coralie, una ragazza poco più grande di lei, le regalò un crocifisso insegnandole alcune preghiere. La piccola ebrea fu subito «colpita da quell’uomo con le braccia aperte sulla croce che non evocavano dolore, ma amore, un amore dolce e tenero, incondizionato e assoluto». Di questo sentimento, Véronique non parlò mai in famiglia: «Tu sei una principessa – le diceva il padre – porti un nome molto antico, aristocratico, il nome di una delle dodici tribù di Israele, della tribù di Levi. Non dimenticartene mai».

 

ORDA DI ANIME PERSE. Poi le cose cambiarono. A 12 anni la morte della nonna materna, a cui era profondamente legata, le provocò un’angoscia profonda che influì negativamente sulla sua esistenza. Erano gli anni in cui alla domanda su che cosa le fosse piaciuto diventare da grande rispondeva provocatoriamente: «La puttana». Furono anni difficili, trascorsi prima nel collegio dove l’avevano mandata i genitori, poi alla disperata ricerca di qualcosa che la soddisfacesse, dagli studi letterari al teatro, dai corsi infermieristici al design. In mezzo, tante storie d’amore frettolose, dal respiro breve. Furono gli anni in cui Veronique iniziò a frequentare un locale divenuto come una casa, «in cui mi accompagnavo a un’orda di anime perse alla deriva», ma che sentiva vicine perché «nel loro eccesso vivono una ricerca, il desiderio di un assoluto».

 

«LA MIA CASA». Fu allora che, quando ormai aveva toccato il fondo a causa della sua vita dissipata, incontrò padre Pierre-Marie Delfieux, fondatore della fraternità monastica di Gerusalemme, insediata a Saint-Gervais. «In poche settimane, Dio mi ha ricostruita», ha detto Veronique. Lo ha riconosciuto anche il fratello Bernard: «Nella vita di Véronique, c’è stato un corpo a corpo con il male, con un picco poco prima della sua conversione; ci furono anche grazia e redenzione: è diventata un’altra. La sua anima è cambiata». Veronique ha scritto che «la Chiesa è un ospedale per le anime ferite, quelle che la psichiatria o la psicoanalisi non possono curare. Essa propone quello che il mondo secolare ha dimenticato: il perdono, la redenzione. Essa apre un cammino di libertà, scioglie i nodi. Il Signore non divide, ma unisce, dà un nome, ordina e quest’ordine è la bontà». Ora riconosce che quella Chiesa che prima accusava di misoginia, ha ricostruito «la sua femminilità danneggiata». È in questo nuovo inizio, spiega Veronique, che «ho trovato la mia casa».

 

(Benedetta Frigerio, Tempi, 24/03/2015)

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24/03/2015

Bagnasco: corruzione in Italia ammorba l’aria. No al gender!

La condanna per le persecuzioni contro i cristiani, “barbare e studiate”, e l’appello all’Italia perchè reagisca a malaffare e corruzione diventati “regime”, al centro della prolusione con cui il cardinale Angelo Bagnasco questo pomeriggio ha aperto il Consiglio Episcopale permanente che terminerà il prossimo 25 marzo. Il porporato ha invocato un’Europa più responsabile e attenta al bene comune di fronte al fenomeno delle migrazioni e ha rivendicato la libertà educativa contro ogni colonizzazione ideologica, come la teoria del gender. Il servizio di Gabriella Ceraso:

 

“Sarà un anno di grazia quello che ci aspetta” sulla scia del Giubileo straordinario della Misericordia indetto dal Papa. Un anno di “conversione”, di “annuncio”, perché Cristo è il volto della misericordia del Padre, e di “condivisione” delle miserie umane. E’ in questa cornice che il cardinale Bagnasco colloca la sua riflessione, aprendo i lavori del Consiglio. Si interroga innanzitutto sul perché delle persecuzioni contro le minoranze in particolare i cristiani. E’ odio per l’occidente?Turpe regolamento di conti interno o provocazione? La ragione di certo non può non condannare la “bestemmia di invocare il nome di Dio per tagliare le gole”, una “barbara e studiata crudeltà”; ma nel cuore dei martiri cristiani, osserva il porporato, non sarà di certo “una macabra bandiera nera issata al posto di un crocifisso a poter uccidere l’amore di Cristo”. E all’ Europa, che lascia andare i propri cittadini ad arruolarsi nelle file dell’Is, il cardinale chiede un “esame di coscienza” perché  “è svuotare la cultura dei propri valori spirituali, morali e antropologici” ad esporre,i cittadini a “suggestioni turpi”. Poi lo sguardo del presidente dei vescovi va all’Italia del neopresidente Mattarella.

 

Come il Papa sabato nella sua visita a Napoli, il cardinale punta il dito su malcostume e malaffare diventati “regime” ramificato e intoccabile: la corruzione” ammorba l’aria”, tuona il porporato, “avvelena la speranza, indebolisce le forze morali”, dice, “occorre reagire tutti”. Come è altrettanto doveroso, e qui Bagnasco si rivolge al mondo della cultura e della scuola, risvegliare le coscienze difronte alla “dilagante colonizzazione della teoria del Gender”,che vuole costruire “persone fluide che pretendano che ogni loro desiderio si trasformi in bisogno e quindi diventi diritto”. Una manipolazione da laboratorio, che non esprime una ” volontà popolare”:non bisogna farsi intimidire, perché, spiega il porporato, ”il diritto di educare i figli nessuna autorità scolastica, istituzionale o politica può pretendere di usurparlo”. Nelle parole del cardinale anche la piaga della disoccupazione e delle migrazioni nel Mediterraneo. Non basta “ripianare i buchi”, ma occorre investire, ripete il cardinale, parlando delle eccellenze italiane. E di fronte alla tragedia di uomini, donne e bambini che continuano con speranza ad attraversare il mare, scappando da violenze, guerre e miserie, ricorda che occorre più integrazione e una presenza europea attenta al bene comune e non ai soli interessi nazionali.

 

(News.va, 23/03/2015)
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23/03/2015

I cristiani nascosti del Giappone

Il dittatore Hideyoshi morì e una lotta di potere si ingaggiò tra i baroni feudali. Tokugawa Ieyasu uscì vittorioso e divenne un dittatore ancor più assoluto del suo predecessore; prese l’antico titolo di shogun. Il primo degli shogun Tokugawa fu molto diffidente nei confronti del cristianesimo e del cattolicesimo in particolare. Vedeva che i missionari accompagnavano i conquistatori nelle loro imprese coloniali su tutta la terra, ed era stato molto turbato dal vedere che dei nobili come il Barone Takayama e dei semplici contadini disobbedissero all’onnipotente Hideyoshi per seguire questa religione straniera, che pure era vietata.

 

Nel 1614, lo shogun, dopo aver annientato gli ultimi bastioni di resistenza ai suoi editti, rafforzò il divieto del cristianesimo. Grandi premi furono offerti in cambio di informazioni che potessero portare alla cattura di sacerdoti e catechisti. Quando i cristiani in gran numero, si incamminarono verso la loro morte, piuttosto che rinunciare alla loro fede, lo shogun per piegarli introdusse torture raffinate. Nagasaki e la campagna circostante pullulavano di agenti e di soldati governativi. I sacerdoti che riuscivano a infiltrarsi in Giappone per sostituire quelli che erano stati giustiziati, venivano subito arrestati, perché i loro occhi e il loro accento straniero li tradivano.

 

Molti cristiani di Nagasaki migrarono verso le isole o luoghi remoti come il fiume Urakami e si ingegnarono a trovare un modo per conservare e trasmettere la fede cristiana senza sacerdoti. Formarono comunità clandestine. Nominarono un «responsabile dell’acqua» per battezzare, un «responsabile del calendario» per osservare le date di Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua, ecc., e un chokata o «capo». Quando un chokata moriva, il figlio maggiore assumeva questa responsabilità. Gli shogun Tokugawa rimasero al potere per due secoli e mezzo, organizzando una polizia di Stato; la loro totale opposizione al cristianesimo fu inesorabile. Nel 1856 Kichizo Moriyama, il settimo «capo» della famiglia Moriyama cadde in una trappola tesa dalla polizia. Morì sotto tortura, ma non tradì.

 

Nel 1858, il Giappone, costretto ad aprirsi al mondo esterno dalle cannoniere del Commodoro Perry, firmò un trattato commerciale con gli Stati Uniti. Gli europei arrivarono presto e si stabilirono in luoghi come Yokohama e Nagasaki. Quando cominciarono a costruire chiese, lo shogun decretò che solo gli europei vi potevano entrare. Il cristianesimo rimaneva tabù per i giapponesi. Nel mese di febbraio del 1864, padre Petitjean della Società delle Missioni Estere di Parigi, completò la costruzione di una chiesa in Oura, un sobborgo a sud di Nagasaki, appena al di sotto della casa dei produttori di guanti, resa famosa da Madame Butterfly.

 

Questa chiesa si trovava a sei chilometri dalla comunità cristiana segreta di Urakami; i responsabili cristiani provvisori, dato che il loro chokata era morto in carcere sei anni prima, erano riluttanti a prendere una decisione. Inoltre, obiettavano, non era sicuro che la nuova chiesa cristiana fosse la stessa dei loro antenati. Costoro avevano trasmesso delle direttive molto semplici; una di loro, per esempio, diceva che se la Chiesa fosse tornata in Giappone, essi l’avrebbero riconosciuta in base a tre segni: che i sacerdoti non fossero sposati, che ci fosse una statua di Maria e che questa Chiesa fosse obbediente al papa-sama di Roma.

 

Un giorno di mercato, qualche cristiano Urakami andò alla nuova chiesa di Oura e uno di loro fece in modo di intrufolarsi all’interno, dove vide la statua di Maria con il bambino Gesù tra le braccia. Poi si informarono dagli abitanti del quartiere per sapere chi fosse quel grosso francese vestito di nero, e ciò permise loro di apprendere che viveva da solo. Videro anche i cartelli affissi dal governo al di fuori della chiesa, e sui quali era scritto che l’edificio era riservato agli stranieri, e che tutti i giapponesi scoperti all’interno dell’edificio sarebbero incorsi nelle punizioni più severe previste dalla legislazione anti-cristiana.

 

Gli anziani erano più inclini ad aspettare per essere sicuri della chiesa di Oura. Le loro donne, invece, li accusavano di codardia e di tergiversare inutilmente; dichiararono che per loro quelle prove erano sufficienti e che sarebbero andate ad incontrare il francese. Il giorno successivo, 17 marzo 1865, vestite di impermeabili di paglia a causa del cielo minaccioso, partirono su diverse barche da pesca, costeggiarono il litorale orientale della baia di Nagasaki per cinque miglia di distanza e scesero a terra oltre Dejima. Salirono la collina, cercando di apparire come gente di mare venuta in città per comprare provviste. Quando videro che non c’erano né polizia né agenti ufficiali in vista, salirono quattro alla volta le scale ed entrarono nella chiesa.

 

All’interno, il padre Petitjean stava leggendo il breviario. Era un po’ depresso. Seminarista a Parigi, era affascinato dai libri che aveva letto sui cristiani giapponesi nei sessant’anni che erano seguiti ai primi battesimi di Francesco Saverio. Aveva letto nel dettaglio la storia della crocifissione dei ventisei giapponesi di Nagasaki, la vita del barone Ukon Takayama, il nobile Tama Hosokawa e migliaia di giapponesi di tutte le classi che avevano scelto la morte piuttosto che rinunciare alla loro fede cristiana. Quando il Giappone si aprì all’Occidente, egli era venuto a Nagasaki con grande speranza e si aspettava di trovare dei cristiani sopravvissuti. Con suo grande dolore, non aveva trovato che ostilità verso il cristianesimo. Quel giorno, il tempo coincideva bene con il suo umore, mentre era in ginocchio nella sua chiesa, nuova ma vuota.

 

Fu sorpreso dall’irruzione di un gruppo di donne dai vestiti un po’ logori. Attraversarono il tappetino di paglia per avvicinarsi a lui. «Maria no gozo wa doko?», chiese una donna di nome Yuri, che significa giglio: «Dov’è la statua di Maria?». Il prete era troppo sorpreso per rispondere. Un’altra donna, di nome Teru, che significa lampadario, lo rassicurò: «Il nostro cuore e il vostro cuore sono gli stessi». Ripeté la domanda: «Maria no gozo wa doko?» – «Oh! Sì! Doozo, doozo. Venite da questa parte». Li condusse a un altare laterale vicino al muro ad est. «Ah! È lei, è proprio lei!». Nella voce di Teru c’era il sollievo da una attesa secolare. «Lei ha il bambino Zezus in braccio!». La pronuncia di alcune parole, come scoprì poi il sacerdote, era cambiata nel corso dei secoli, ma quando le interrogò sulla loro fede, si rese conto che avevano detto la verità: il loro cuore e il suo erano gli stessi.

 

Esse raccontarono al padre Petitjean che la stalla spaziosa dei Moriyama serviva come luogo di incontro per i cristiani nascosti di Urakami. Allora egli mandò un messaggio al «responsabile dell’acqua», al «responsabile del calendario» e agli anziani. Questi ultimi lo avvertirono del pericolo che correva se i funzionari civili avessero conosciuta la sua identità, e così si travestì da contadino per raggiungerli dopo il tramonto. Celebrò la messa nella loro stalla, il cui pavimento era stato cosparso di paglia di riso per coprire il letame. I giapponesi amano molto i simboli. I cristiani erano stupiti nel partecipare alla loro prima messa in una stalla. Quante volte in quei venticinque decenni nei quali era durata la persecuzione avevano ripetuto la storia di quella piccola famiglia alla quale era stato rifiutato un rifugio e che era stata inseguita dai soldati di Erode! Era invalso l’uso di dare un po’ più di fieno alle bestie il 25 dicembre!

 

Infine i funzionari di Nagasaki ebbero sentore di quello che stava succedendo tra i cristiani sotterranei e il sacerdote francese; chiesero indicazioni al governo centrale. Il shogun Tokugawa guidava ancora la nazione, ma in modo equivoco. I militanti feudali reclutavano samurai per la «causa gloriosa», vale a dire, per liberare l’imperatore dell’antica prigione nella gabbia dorata di Kyoto che era stata ordinata dai Tokugawa; essi anche rafforzavano il Giappone contro la crescente minaccia degli occidentali. In quell’ultimo anno della sua vita, la dittatura Tokugawa, che non era riuscita ad annientare il cristianesimo nel XVII secolo, ordinò ai funzionari di Nagasaki di spegnere quelle braci fumanti di cristianesimo. Così alle tre di notte del 15 luglio 1867, sotto la pioggia battente, nel fango, i soldati arrestarono 68 leader cristiani. Altri furono catturati in seguito. Infine tutti i cristiani di Urakami, cioè 3414 persone, dai bambini agli anziani, furono inviati in diciassette campi di detenzione appositamente aperti per l’occasione. Il governo aveva deciso di disperderli per spezzare la loro unità. Se i cristiani persistevano nella loro religione, dovevano essere usate la tortura e la pena capitale.

 

Meno di un anno dopo, la dittatura Tokugawa fu rovesciata e installato di nuovo l’Impero nella persona dell’imperatore Meiji. Di fronte alla minaccia dei colonizzatori occidentali sparsi in tutto l’Oriente, il nuovo governo Meiji ritenne che l’unità nazionale fosse la priorità. Il cristianesimo era occidentale e seminava disordine. Il shinto era puramente giapponese, e, poiché insegnava il culto dell’imperatore e il destino sacro della nazione, poteva servire come cemento di unità. I cristiani erano potenzialmente dei traditori in un Giappone che si stava preparando a combattere contro i colonizzatori dell’Occidente cristiano. Gli sforzi impiegati nei campi di detenzione per piegare i cristiani erano fatti con metodi brutali e molti ne morirono.

 

Gli europei che vivevano a Nagasaki avvisarono la stampa occidentale. Cominciarono ad essere pubblicati degli articoli e i governi stranieri protestarono formalmente al punto che il governo Meiji abbandonò la sua politica. Solo dopo cinque anni i cristiani di Urakami che erano stati arrestati e trasportati nei campi di tutto il paese, poterono tornare a casa, nonostante la loro condizione. 664, quasi il venti per cento, erano morti in cattività; gli altri erano in uno stato pietoso. Poiché il governo li aveva dichiarati traditori, le loro proprietà erano state saccheggiate. Attrezzature agricole, mobili, barche, attrezzature per la pesca e tutto ciò che aveva un po’ di valore era scomparso. Quelle che una volta erano state risaie ben mantenute, ora erano solo terre desolate.

 

(Paul Glynn ed Enrico Cattaneo, LaNuovabq, 22/03/2015)

 

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