Luci sull'Est informa

12/01/2015

Charlie Hebdo, Abu Omar: “La colpa è di Papa Ratzinger”

La strage di Charlie Hebdo? L’ex imam di Milano Abu Omar punta l’indice contro il Papa, ma non solo. “Tutti hanno responsabilità per quanto accaduto in Francia”, dice l’egiziano noto per il suo sequestro a Milano nel 2003, in un’intervista ad Aki-Adnkronos International. Nel mirino del religioso c’è infatti la stessa rivista, la magistratura francese, ma soprattutto il Vaticano che “avrebbe dovuto prendere posizione» contro le vignette ’blasfeme’ pubblicate in passato da Charlie Hebdo, che sarebbero il movente dell’attacco di ieri.

 

Posizioni – La rivista “ha sbagliato quando ha pubblicato le vignette – dice Abu Omar – perché le ha pubblicate senza considerare il sentimento dei musulmani francesi. E anche i giudici hanno sbagliato, perché hanno preso le difese del giornale con la scusa della libertà di espressione, nonostante la stessa magistratura francese abbia preso posizioni molto dure contro i negazionisti dell’olocausto”. Ancora, secondo l’imam, anche il Vaticano e il pontefice di allora, Joseph Ratzinger, “avrebbero dovuto prendere posizione sull’argomento e spiegare che la pubblicazione di quelle vignette è contro gli insegnamenti celesti”. Infine Abu Omar ammette che la responsabilità è anche dei giovani che hanno eseguito l’attentato, che “avrebbero dovuto considerare che vivono in una società europea dove attaccare le cose sacre è normale”. “Avrebbero potuto reagire – dice – con manifestazioni e con un’opposizione pacifica, spingere la gente a pensare in modo ragionevole, senza usare la violenza”.

 

Conseguenze – Le conseguenze più gravi dell’attentato, secondo Abu Omar, sono per i musulmani che vivono in Occidente. “Questa azione – conclude – farà aumentare l’islamofobia e danneggerà la posizione degli immigrati musulmani in Europa”.

 

(LiberoQuotidiano, 08/01/2015)
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12/01/2015

Come affrontare l’emergenza dopo Parigi!

Combattere il terrorismo non è mai stata impresa semplice, ma oggi le aggressioni dell’ISIS, di Al Qaeda e di chi raccoglie il loro invito a spargere terrore in Occidente esigono livelli superiori di attenzione e di azione. Esigono la volontà di investire più che di lanciare appelli verbosi o di produrre mielosa solidarietà: investire non in chiacchiere, ma in denaro, in uomini, in intelligenza e in coraggio.

 

In denaro, anzitutto, cioè in mezzi. Il terrorismo non si combatte a parole. L’Italia è da tempo attrezzata con le proprie leggi e con un qualificato sistema di sicurezza; dopo l’11 settembre 2001, e soprattutto dopo gli attentanti di Londra e di Sharm-el-Sheik del 2005, essa ha adeguato le disposizioni di prevenzione e di repressione in modo esemplare rispetto ad altri Stati occidentali. Quel che manca non sono le norme: è un’azione di governo della sicurezza che elimini lacune organizzative e fornisca agli operatori ulteriori indispensabili strumenti. Il profilo del terrorista che agisce da solo o con pochissimi complici non è una novità, e meraviglia che qualcuno la consideri una sorpresa: Theo Van Gogh, regista olandese “colpevole” di aver filmato un corto sulla donna nelle società islamiche, fu ucciso nel novembre 2004 da Mohammed Bouyeri, un giovane solitario che fino a un paio d’anni prima conduceva una vita tranquilla, e poi aveva iniziato a frequentare siti e soggetti ultrafondamentalisti: prima dell’omicidio costui non era mai stato controllato, benché trovato in possesso di scritti apologetici dell’eversione di matrice islamica. I nomi di Tamerlan e Dzhokhar Tsarnaev, i fratelli responsabili della strage della maratona di Boston nell’aprile 2013, erano stati segnalati alla polizia del luogo, ma invano. Era da solo il libico Mohammed Game, che il 12 ottobre 2009 faceva esplodere una bomba all’ingresso della caserma S. Barbara di Milano, ma i suoi scritti erano ben noti nella rete.

 

Una minaccia così parcellizzata, le cui caratteristiche trovano conferma negli attentati di Parigi, esige fra gli uomini dei servizi, i poliziotti e i carabinieri anzitutto una conoscenza più estesa della lingua araba. Non si può fare affidamento esclusivo sugli interpreti, sia perché costoro sono sempre di meno e sempre più minacciati, sia perché esiste un margine di affidabilità, derivante dalla formazione: un conto è che un colloquio sia ascoltato e compreso da un professionista della sicurezza, un conto che le frasi siano percepite e decriptate da una persona estranea e spesso straniera, la cui esegesi spesso genera equivoci. A fianco a ciò, vanno moltiplicati i corsi di formazione del retroterra ideologico e delle modalità di attacco dei possibili attentatori: anche questi costano. Su questo versante la spending review fa danni, e quelli già prodotti vanno rimediati al più presto.

 

Investire in uomini. Ieri il ministro Alfano ha opportunamente richiamato l’importanza della rete, e dei messaggi di reclutamento, indottrinamento e incitamento che viaggiano attraverso di essa; è qualcosa che però stride col ridimensionamento – in corso da mesi – della Polizia postale, che è la realtà più attrezzata per monitorare internet e per individuare e fermare i messaggi stessi. Stride con la soppressione di tanti presidi di polizia, soprattutto alle frontiere e sui mezzi di trasporto. Come stride con la difficoltà a remunerare trasferte e straordinari. Come si fa a seguire soggetti pericolosi quando si ha la certezza che il lavoro oltre l’ordinario non viene remunerato?

 

A proposito degli uomini, se qualche modifica normativa va fatta, è per applicare al versante terrorismo modalità di intervento giudiziario simili a quelle del contrasto alla mafia: da oltre vent’anni la criminalità mafiosa è repressa grazie a un coordinamento delle indagini che fa perno sulle direzioni distrettuali antimafia (il cui territorio di competenza è la corte di appello, più ampio di quello dei tribunali) e della direzione nazionale antimafia. Non esiste qualcosa di simile per il terrorismo: istituire una procura nazionale antiterrorismo, con sedi territoriali distrettuali, ovvero una sezione ad hoc nell’attuale sistema delle procure antimafia, otterrebbe il positivo duplice risultato di indagini meno frammentate e di professionalità più elevate; e se alla specializzazione degli inquirenti si facesse corrispondere la specializzazione dei giudicanti, con la costituzione di sezioni dedicate a queste vicende criminali, si eviterebbero fraintendimenti ed equivoci grazie alla più attenta conoscenza della realtà di fatto sottoposta al giudizio. Si eviterebbe, per es., di sostenere, come è accaduto in sentenze pronunciate in Italia, che chi faceva attentati in Iraq non era terrorista ma “resistente”, o che non vi fosse la prova della natura terroristica di organizzazioni invece iscritte nelle black list dell’Onu o dell’Ue, come il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento.

 

Investire in intelligenza, oltre che in intelligence. Va messo da parte il buonismo di chi pensa che nel confronto con i fedeli dell’islam il problema siamo noi e non loro, ma anche il radicalismo di chi afferma che tutti i musulmani sono terroristi. È un’illusione immaginare di sconfiggere il terrorismo senza un collegamento organico con le comunità islamiche presenti in Italia non connotate da tendenze ultrafondamentaliste: un lavoro in tal senso era iniziato con profitto qualche anno fa al Viminale, con il Comitato per l’islam italiano, ma non è stato proseguito. Va ripreso e rilanciato, non all’insegna dello scambio di buone intenzioni, bensì – come è avvenuto fino al 2011 – della individuazione concordata di buone prassi: dalla regolamentazione dei luoghi di culto allo statuto delle associazioni islamiche, dalla trasparenza nella predicazione degli iman alla segnalazione e marginalizzazione degli esagitati, puntando su una base etica e giuridica realmente condivisa nell’interesse di tutti.

 

Investire in coraggio. Chi oggi colpisce Parigi progetta attentati ovunque in virtù di appelli alla guerra santa che provengono dai luoghi di insediamento dell’Isis e di Aò Qaeda. Colpire le basi di questi ultimi è indispensabile per indebolirne la capacità di attrazione, di propaganda e di semina del terrore. Anche per questo la difficile costruzione di una coalizione ampia, che parta da Usa e Ue ma includa Stati a maggioranza islamica, è il modo migliore per dimostrare nei fatti che il nemico non è una confessione religiosa ma sono i criminali tagliagole, e che si vuole realmente debellare questi ultimi. Nei Parlamenti nazionali e in quello di Strasburgo sarebbe importante ascoltare un programma di lavoro in tale direzione: il resto, deplorazioni incluse, sono chiacchiere.

 

(Alfredo Mantovano, Lanuovabq, 10/01/2015)

 

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12/01/2015

Aceh, porta i suoi studenti in chiesa: accusata di proselitismo e minacciata!

Rosnida Sari, insegnante musulmana, ha chiesto a un sacerdote di raccontare ai suoi ragazzi la storia della costruzione dell’edificio di culto cattolico. Una campagna stampa fomenta gli integralisti islamici, che ora le “consigliano” di andarsene. Società civile a sostegno della donna: “Insegna pluralismo e tolleranza”.

 

Jakarta (AsiaNews) – Gli estremisti islamici della provincia indonesiana di Aceh hanno “consigliato” a un’insegnante musulmana di abbandonare il Paese, dopo averla accusata di “proselitismo” nei confronti dei propri studenti. Rosnida Sari, di religione islamica, è finita nell’occhio del ciclone per aver invitato i ragazzi a visitare – in maniera volontaria – una chiesa cattolica della zona e parlare con il sacerdote.

 

Secondo la stampa locale, che ha montato un vero e proprio caso contro la donna, il “vero motivo” dietro la visita è quello di spingere i giovani ad abbandonare l’islam e convertirsi al cristianesimo. Per questo, la docente è stata oggetto di minacce molto serie e ora, dicono i suoi colleghi, “è terrorizzata e pensa di lasciare Aceh”.

 

A suo sostegno è giunta la società civile. Un gruppo di Organizzazioni non governative ha infatti chiesto al nuovo presidente Joko “Jokowi” Widodo di proteggere la donna, che “insegna soltanto pluralismo e rispetto interreligioso”. Il ministro per gli Affari religiosi, continua il gruppo, “deve prendere azioni immediate per calmare le tensioni” nell’area.

 

L’Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo, è spesso teatro di attacchi o gesti di intolleranza contro le minoranze: cristiani, musulmani ahmadi o di altre fedi. Nella provincia di Aceh – unica nell’Arcipelago – vige la legge islamica (shari’a), in seguito a un accordo di pace fra governo centrale e Movimento per la liberazione di Aceh (Gam), e in molte altre aree (come Bekasi e Bogor nel West Java) si fa sempre più radicale ed estrema la visione dell’islam.

 

(Mathias Hariyadi, AsiaNews, 09/01/2015)

 

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12/01/2015

Rami, profugo a Erbil: “Non possiamo fuggire, il futuro dei cristiani è in Iraq”

Originario di Karamles, all’arrivo dello Stato islamico il giovane fuggito con la famiglia. Ora è ospite di un campo profughi, dove promuove attività per i bambini. In molti, anche fra amici e conoscenti, sono emigrati all’estero; ma “le nostre radici, la nostra vita, il nostro futuro sono in Iraq”.

 

Erbil (AsiaNews) – “Speriamo di tornare a Karamles, di rientrare nelle nostre case, riprendere la nostra vita”; anche se molti hanno scelto di fuggire per le persecuzioni, “non possiamo andarcene, non possiamo abbandonare l’Iraq: qui sono le nostre radici”. È quanto afferma ad AsiaNews Rami Sadik (nella foto), giovane studente cristiano originario di Karamles, una delle città che con Mosul è caduta nelle mani delle milizie dello Stato islamico. Studente della facoltà di Scienze motorie, oggi è fra quanti vivono nel campo profughi “Gli occhi di Erbil” (Ayun Erbil), nel quartiere cristiano di Ankawa, nella zona nord della capitale curda.

 

La scorsa estate Rami, 22 anni, assieme a familiari e amici ha abbandonato in tutta fretta la propria casa per sfuggire al gruppo islamista che ha conquistato parti dell’Iraq e della Siria. Egli non ha perso la speranza di poter tornare nella propria terra, perché è convinto che solo grazie alla minoranza cristiana l’Iraq potrà avere un futuro di pace e convivenza. Intanto, nel centro di accoglienza, egli promuove momenti di gioco e di educazione per I bambini dei profughi.

 

Ecco, di seguito, l’intervista ad AsiaNews:

 

Rami, come giudichi la situazione attuale e quale futuro immagini per la vostra comunità?

 

Mi auguro che la nostra zona sia liberata dalla presenza delle milizie dello Stato islamico e resa sicura dai Peshmerga, così che potremo rientrare nelle nostre case. Le nostre radici sono qui, in Iraq. Noi speriamo davvero di tornare a Karamles, perché non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare il Paese. Rientrare nelle nostre case, riprendere la nostra vita… ecco qual è la soluzione migliore per tutti noi!

 

Restano i problemi irrisolti, che gettano un’ombra sul futuro, a partire da scuola e lavoro.

 

Sì, qui in Kurdistan dobbiamo comunque affrontare molte difficoltà, come il fatto di non poter proseguire il percorso di studi, frequentare le lezioni. I corsi sono diversi rispetto ai nostri, diversa è la lingua e questa non è certo una buona prospettiva. Anche questo è uno dei motivi per i quali speriamo davvero di poter tornare nella nostra terra. Noi non vogliamo restare qui!

 

Quante persone la pensano come te?

 

Conosco diverse persone – anche molto vicine – che se ne sono andate. In molti hanno voluto abbandonare l’Iraq, perché non sono riusciti a intravedere un futuro, una soluzione ragionevole che li spingesse a tornare indietro. Hanno preferito andarsene. Fra questi vi sono anche miei amici che sono partiti alla volta della Giordania, del Libano, della Turchia, pensando di trovare sollievo alle loro sofferenze.

 

L’Iraq sembra destinato a svuotarsi e la popolazione cristiana a scomparire.

 

Questo è il punto: giorno dopo giorno la gente non ce la fa più a sostenere una situazione simile. Non vuole più rimanere in mezzo a queste sofferenze e allora decide di partire. Ogni giorno che passa perdiamo un amico, un parente che se ne va. Questo fenomeno, questo esodo riguarda soprattutto i cristiani d’Iraq. La nostra gente diventa ogni giorno più sfiduciata.

 

Il ritorno a Karamles sarebbe invece fonte di speranza?

 

Esatto, questo è ciò che è meglio per noi! Tutte le famiglie di questo centro sperano di poter tornare a casa, a Karamles, perché è lì che abbiamo le nostre radici, lì è la nostra vita, il nostro futuro. Non possiamo andarcene, non possiamo abbandonare l’Iraq.

 

(BC-DS, AsiaNews, 09/01/2015)

 

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Anche quest’anno l’Associazione Luci sull’Est vi propone un bellissimo calendario interamente dedicato a Nostra Signora di Fatima per restare 365 giorni sotto lo sguardo di Maria, la Regina delle Misericordie.

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Spunti luglio 2014

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