Luci sull'Est informa

31/10/2014

FESTA DI TUTTI I SANTI: le beatitudini di tutti i santi in un’omelia di San Giovanni Paolo II

Solennità di tutti i Santi: celebrazione eucaristica nel 50° anniversario della definizione dogmatica dell’Assunzione della Beata Vergine Maria – omelia del santo padre Giovanni Paolo II

Mercoledì, 1° novembre 2000
1. “Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli” (Ap 7, 12).

In atteggiamento di profonda adorazione della Santissima Trinità, ci uniamo a tutti i Santi che celebrano perennemente la liturgia celeste per ripetere con loro il ringraziamento al nostro Dio per le meraviglie da lui operate nella storia della salvezza.

Lode e azione di grazie a Dio per aver suscitato nella Chiesa una moltitudine immensa di Santi, che nessuno può contare (cfr Ap 7,9). Una moltitudine immensa: non solo i Santi e i Beati che festeggiamo durante l’anno liturgico, ma anche i Santi anonimi, conosciuti solo da Lui. Madri e padri di famiglia, che nella quotidiana dedizione ai figli hanno contribuito efficacemente alla crescita della Chiesa e all’edificazione della società; sacerdoti, suore e laici che, come candele accese dinanzi all’altare del Signore, si sono consumati nel servizio al prossimo bisognoso di aiuto materiale e spirituale; missionari e missionarie, che hanno lasciato tutto per portare l’annuncio evangelico in ogni parte del mondo. E l’elenco potrebbe continuare.

2. Lode e azione di grazie a Dio, in modo particolare, per la più santa tra le creature, Maria, amata dal Padre, benedetta a motivo di Gesù, frutto del suo grembo, santificata e resa nuova creatura dallo Spirito Santo. Modello di santità per aver messo la propria vita a disposizione dell’Altissimo, Ella “brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione” (Lumen gentium, 68).

Proprio oggi ricorre il cinquantesimo anniversario dell’atto solenne con cui il mio venerato predecessore Papa Pio XII, in questa stessa Piazza, definì il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo. Lodiamo il Signore per aver glorificato la Madre sua, associandola alla sua vittoria sul peccato e sulla morte.

Alla nostra lode hanno voluto unirsi oggi, in modo speciale, i fedeli di Pompei, che sono venuti numerosi in pellegrinaggio, guidati dall’Arcivescovo Prelato del Santuario, Mons. Francesco Saverio Toppi, e accompagnati dal Sindaco della città. La loro presenza ricorda che fu proprio il Beato Bartolo Longo, fondatore della nuova Pompei, ad avviare, nel 1900, il movimento promotore della definizione del dogma dell’Assunzione.

3. L’odierna liturgia parla tutta di santità. Per sapere però quale sia la strada della santità, dobbiamo salire con gli Apostoli sul monte delle Beatitudini, avvicinarci a Gesù e metterci in ascolto delle parole di vita che escono dalle sue labbra. Anche oggi Egli ripete per noi:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Il divin Maestro proclama “beati” e, potremmo dire, “canonizza” innanzitutto i poveri in spirito, cioè coloro che hanno il cuore sgombro da pregiudizi e condizionamenti, e sono perciò totalmente disponibili al volere divino. L’adesione totale e fiduciosa a Dio suppone lo spogliamento ed il coerente distacco da se stessi.

Beati gli afflitti! E’ la beatitudine non solo di coloro che soffrono per le tante miserie insite nella condizione umana mortale, ma anche di quanti accettano con coraggio le sofferenze derivanti dalla professione sincera della morale evangelica.

Beati i puri di cuore! Sono proclamati beati coloro che non si contentano di purezza esteriore o rituale, ma cercano quell’assoluta rettitudine interiore che esclude ogni menzogna e doppiezza.

Beati gli affamati e assetati di giustizia! La giustizia umana è già una meta altissima, che nobilita l’animo di chi la persegue, ma il pensiero di Gesù va a quella giustizia più grande che sta nella ricerca della volontà salvifica di Dio: beato è soprattutto chi ha fame e sete di questa giustizia. Dice infatti Gesù: “Entrerà nel regno dei cieli chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21).

Beati i misericordiosi! Felici sono quanti vincono la durezza di cuore e l’indifferenza, per riconoscere in concreto il primato dell’amore compassionevole, sull’esempio del buon Samaritano e, in ultima analisi, del Padre “ricco di misericordia” (Ef 2,4).

Beati gli operatori di pace! La pace, sintesi dei beni messianici, è un compito esigente. In un mondo, che presenta tremendi antagonismi e preclusioni, occorre promuovere una convivenza fraterna ispirata all’amore e alla condivisione, superando inimicizie e contrasti. Beati coloro che si impegnano in questa nobilissima impresa!

4. I Santi hanno preso sul serio queste parole di Gesù. Hanno creduto che la “felicità” sarebbe venuta loro dal tradurle nel concreto della loro esistenza. E ne hanno sperimentato la verità nel confronto quotidiano con l’esperienza: nonostante le prove, le oscurità, gli insuccessi, hanno gustato già quaggiù la gioia profonda della comunione con Cristo. In Lui hanno scoperto, presente nel tempo, il germe iniziale della futura gloria del Regno di Dio.

Questo scoprì, in particolare, Maria Santissima che col Verbo incarnato visse una comunione unica, affidandosi senza riserve al suo disegno salvifico. Per questo le fu dato di ascoltare, in anticipo rispetto al “discorso della montagna”, la beatitudine che riassume tutte le altre: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1, 45).

5. Quanto profonda sia stata la fede della Vergine nella parola di Dio traspare con nitidezza dal cantico del Magnificat: “L’anima mia magnifica il Signore, / e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, / perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,46-48).

Con questo canto Maria mostra ciò che ha costituito il fondamento della sua santità: la profonda umiltà. Ci si può domandare in che cosa consistesse questa sua umiltà. Molto dice al riguardo il “turbamento” suscitato in Lei dal saluto dell’Angelo: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). Di fronte al mistero della grazia, all’esperienza di una particolare presenza di Dio che ha posato su di Lei il suo sguardo, Maria prova un naturale impulso di umiltà (letteralmente di “abbassamento”). E’ la reazione della persona che ha la piena consapevolezza della propria piccolezza di fronte alla grandezza di Dio. Maria contempla nella verità se stessa, gli altri, il mondo.

Non fu forse segno di umiltà la domanda: “Come avverrà questo? Non conosco uomo!” (Lc 1,34).

Aveva appena udito di dover concepire e dare alla luce un Bimbo, che avrebbe regnato sul trono di Davide come Figlio dell’Altissimo. Certamente non comprese pienamente il mistero di quella divina disposizione, ma capì che essa significava un totale cambiamento nella realtà della sua vita. Tuttavia non domandò: sarà davvero così? deve accadere questo? Disse semplicemente: Come avverrà? Senza dubbi e senza riserve accettò l’intervento divino che cambiava la sua esistenza. La sua domanda esprimeva l’umiltà della fede, la disponibilità a porre la propria vita al servizio del mistero divino, pur nella incapacità di comprendere il come del suo avverarsi.

Questa umiltà dello spirito, questa piena sottomissione nella fede si espresse in modo particolare nel suo “fiat“: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Grazie all’umiltà di Maria poté compiersi quello che Ella avrebbe in seguito cantato nel Magnificat: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. / Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente / e Santo è il suo nome” (Lc 1,48-49).

Alla profondità dell’umiltà corrisponde la grandezza del dono. L’Onnipotente operò per Lei “grandi cose” (cfr Lc 1,49) ed Ella seppe accettarle con gratitudine e trasmetterle a tutte le generazioni dei credenti. Ecco il cammino verso il cielo che ha seguito Maria, Madre del Salvatore, precedendo su questa via tutti i Santi e i Beati della Chiesa.

6. Beata sei tu, Maria, assunta in cielo in anima e corpo! Pio XII definì questa verità “a gloria di Dio onnipotente…, a onore del suo Figlio, re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della Madre sua, a gioia ed esultanza di tutta la Chiesa” (Cost. Ap. Munificentissimus Deus, AAS 42 [1950], 770).

E noi esultiamo, o Maria Assunta, nella contemplazione della tua persona glorificata e resa, in Cristo risorto, collaboratrice con lo Spirito per la comunicazione della vita divina agli uomini. In Te vediamo il traguardo della santità cui Dio chiama tutti i membri della Chiesa. Nella tua vita di fede scorgiamo la chiara indicazione della strada verso la maturità spirituale e la santità cristiana.

Con Te e con tutti i Santi glorifichiamo Dio Trinità, che sostiene il nostro pellegrinaggio terreno e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

© Copyright 2000 – Libreria Editrice Vaticana

leggi tutto
31/10/2014

RICORRENZE: l’origine della festa dei defunti

Festa dei morti. — Nel giorno dell’Ognissanti la Chiesa è tutta intenta a scuotere le fibre del nostro cuore; e ben si scorge che mira a compiere un importante disegno e ad ottenere un grand’effetto, vale a dire il disgusto della terra, la brama del cielo, la compassione reciproca, la carità universale fra i suoi figli. Se nel mattino di quella giornata memorabile la magnificenza delle sue cerimonie, l’allegrezza de suoi inni presentano l’espressione di una gioia senza amarezze, la sera, ai suoi cantici si mescolano lunghi sospiri ed un palese colore di mestizia. Ed infatti ecco la scena; già in parte cambiata, prendere tutt’altro aspetto. Ai canti della gioia, ai sospiri dell’esilio succedono lugubri suoni; neri ornamenti, quali simboli di gramaglia e duolo surrogansi ai piviali arabescati d’oro; noi più non vediamo nel santo tempio fuorché un monumento funebre dipinto con imagini di scheletri, di teschi, di ossa.

Che cosa significa tal mutazione? E’ una nuova festa, la festa de’morti. Madre affettuosa, la Chiesa vuole che oggi sia una festa di famiglia; ella si presenta ai nostri occhi nelle sue tre differenti situazioni: trionfante nel cielo, esiliata sopra la terra, gemente in mezzo alle fiamme espiatrici. E i cantici del cielo e i sospiri della terra e i gemiti del purgatorio in questo giorno si alternano, si mischiano, si rispondono a coro, ci fanno sovvenire che misteriosi vincoli legano in un sol corpo tutti i figli di Cristo; che le tre chiese, come tre sorelle, si danno la destra, s’incoraggiano, si consolano, si confortano fino al giorno in cui, abbracciate fra loro nel cielo, formeranno una sola chiesa eternamente trionfante.

Quale splendida armonia! Ma eccone un’altra che è impossibile di non osservare. Oh quanto è bene scelto quel giorno per celebrare la festa de’·morti! Quegli uccelli che emigrano, quei giorni che si raccorciano, quelle foglie che cadono a’·nostri piedi per le vie trastullo dei venti, quel cielo oramai

cupo, quelle nuvole grigiastre foriere delle brezze, tutto questo spettacolo di decadenza e di morte non è egli straordinariamente acconcio a riempiere l’anima nostra de’ gravi pensieri cui la Chiesa vuole inspirarci?

Ne ciò è tutto. Al paro di tutte le altre e fors’anche più di tutte le altre, la festa dei morti ristringe i vincoli di famiglia. Si vedeva in passato e si vedono tuttora per le campagne fratelli, sorelle, parenti, vicini radunarsi nel cimitero, pregare, piangere sulle sepolture degli avi e far elemosine per implorare riposo a’ loro cari defunti. E se nel corso dell’anno è sorta fra taluno qualche ombra di discordia , in questo giorno ella si dilegua più agevolmente, poiché davvero siamo inclinati ad amarci quando preghiamo e piangiamo insieme.

Anche testè in alcuni paesi un uomo, detto della veglia, percorreva nella notte le strade della città e, fermandosi ogni venti passi e facendo sonare la sua squilla, gridava: Svegliatevi, voi che dormite, pregate per i defunti. Perché sono state dismesse queste commoventi usanze? Dacché noi abbiamo obliato i nostri morti, siamo divenuti indifferenti verso i vivi; 1’egoismo ha inaridito il cuor nostro, quell’egoismo che avvilisce l’uomo, annienta la famiglia e sconvolge la società.

II. Origine di questa festa. – Ma è tempo di parlare dell’istituzione della festa de’morti. Fino dalla sua origine la Chiesa ha pregato per tutti i suoi figli quando morivano. Le sue preghiere erano supplicazioni per quelli che ne avevano bisogno e rendimento di grazie per i martiri. Si rinnovava il sacrificio e le supplicazioni nel giorno della loro morte. Tertulliano lo accenna chiaramente; « Noi celebriamo, ei dice, l’anniversario della natività de’ martiri. » E più innanzi: « Secondo la tradizione degli antichi, noi offriamo il sacrifizio per i defunti nell’anniversario della loro morte.». Gli altri padri ci offrono le medesime testimonianze

La Chiesa inoltre, sempre buona e sempre affettuosa per i suoi figli, aveva fino dal principio due maniere di pregare e di offrire il sacrifizio per i morti. L’una per ciascuno di essi o per qualcuno in particelare, l’altra per tutti morti in generale, affinché la sua carità abbracciasse quelli che non avevano nè congiunti nè amici che potessero adempiere a quel dovere di pietà a loro riguardo. Essa praticava così anche prima di sant’Agostino. «È antichissimo, dice questo padre, e universalmente praticato in tutta la Chiesa l’uso di pregare per tutti quelli che sono morti nella comunione del

corpo del sangue di Gesù Cristo».

Non vediamo per altro che vi sia stata una festa particolare per raccomandare a Dio tutti i defunti, vediamo bensì i fondamenti sui quali può essere stata instituita; perocchè se fino dalla sua origine la Chiesa, secondo la testimonianza de’padri, ha pregato e sacrificato per i morti in particolare e per tutti in generale, se in tutte le liturgie e in tutte le messe dell’anno è stato pregato per tutti i morti in comune, non è forse evidente che su questi fondamenti si poté instituire una festa speciale per adempiere con maggior cura ed applicazione questo dovere verso i defunti?

Così avvenne infatti, e sarà vanto esimio e gloria eterna della Franca-Contea, conosciuta allora col nome di Borgogna, l’aver dato nascimento a questa pia instituzione. Uscito da una delle famiglie più nobili della Borgogna, il beato Bernonc, abbate di Beaume-les-Messieurs, vicino a Lons-le-Saulnier, aveva fondato la badia di Clunì. Questa illustre congregazione, che aveva ereditato la pietà del fondatore verso i defunti, fu sollecita di adottare la commemorazione generale de` trapassati, che rese stabile e perpetua con decreto dell’anno 998. Ecco `le parole del capitolo generale di Clunì:

«È stato ordinato dal nostro beato padre Odilone, di consenso e ad istanza di tutti i monaci di Clunì, che siccome in tutte le chiese si celebra la festa dell’Ognissanti nel primo giorno di novembre, così presso noi sarà celebrata solennemente in questa maniera la commemorazione di tutti i fedeli defunti. Il giorno della festa di tutti i santi, dopo il capitolo, il decano e i cellerarii faranno un’ elemosina di pane e di vino a tutti quelli che si presenteranno: dopo il vespro saranno sonate tutte le campane e sarà cantato il Notturno de’morti. La messa sarà solenne, e saranno cibati dodici poveri.

Noi vogliamo che questo decreto sia osservato a perpetuità tanto in questo luogo come in tutti quelli che ne dipendono; e chiunque osserverà come noi questa instituzione parteciperà alle nostre buone intenzioni».

La divota pratica s’introdusse ben presto in altre chiese, e quella di Besanzone fu la prima ad abbracciarla. Era, possiamo dire, in certa maniera una sua sostanza, un suo patrimonio, che le tornava, consacrato dal suffragio de’ santi amici di Dio. Indi a non molto la Commemorazione generale de’morti, fatta  nel giorno successive all’Ognissanti, era comune a tutta la

chiesa cattolica.

Tratto da “Catechismo di perseveranza” – di mons. G. Gaume – prima ed. milanese – vol. VII, pagg. 306-310 – Carlo Turati Librajo-Editore – Milano 1860.

leggi tutto
31/10/2014

SANTA CASA: anche Sant’Alfonso Maria de Liguori prese le difese della Santa Casa in questa “Breve” risposta all’abbate Rolli

Introduzione

Questa risposta del Santo, uscita nel 1775, si innesta nel clima delle contestazioni suscitate dalla pubblicazione del suo libro Le Glorie di Maria.

La mariologia del Santo, come si sa, urtò la sensibilità di Ludovico Antonio Muratori e dei suoi seguaci; e Alfonso dovette controbattere le loro contestazioni anche con Risposte singole, cioè rivolte agli autori, per confermare il suo pensiero.

Così toccò ad un certo abate, Leoluca Rolli, calabrese, e prima, nel 1756, allo stesso nipote del Muratori, Francesco Soli.

Il Rolli aveva pubblicato un libro intitolato Il novello progetto…, nel quale pretendeva, al pari di Muratori, di mettere riforma a diverse preghiere e devozioni che si praticavano nella Chiesa cattolica verso Maria SS. e verso altri santi.

S. Alfonso passa in rassegna le devozioni contestate dal Rolli e ne dà la sua risposta; ma non completamente sua perché egli si rifà anche ad una pubblicazione appena uscita.

Infatti il santo Dottore, all’inizio del suo opuscolo, confessa che “per onore della B. Vergine, e per affetto e devozione speciale che sin da fanciullo ha professato verso di lei”, ha pensato di dare in questa Risposta un compendio “delle male proposizioni” espresse dal Rolli nel suo libro e delle giuste confutazioni offerte dal P. Giovanni Idelfonso Cardoni, minimo, in una sua “divota e dotta operetta”.

 

Ultimamente mi è capitata una divota e dotta operetta del P. Gio. Idelfonso Cardoni minimo,1 dove eruditamente confuta un libro nuovamente dato alla luce dall’abbate D. Leoluca Rolli, intitolato Il novello progetto, ecc.,2 nel quale egli pretende di metter riforma a diverse preghiere e divozioni che si praticano nella Chiesa cattolica verso Maria SS. e verso altri santi. Onde per onore di essa B. Vergine, e per l’affetto e divozione speciale che sin da fanciullo le professo, ho pensato di dare qui una compendiosa contezza dell’una e dell’altra opera, cioè delle male proposizioni dell’una e delle giuste confutazioni dell’altra.

Primieramente l’abbate Rolli, parlando della miracolosa traslazione della santa casa di Loreto portata dagli angeli da

- 1 -

Nazaret nella Dalmazia, e dalla Dalmazia alla diocesi di Recanati nella Marca di Ancona, e proprio nel territorio di una buona donna nomata Lauretta, e finalmente sulla collina, ove al presente si venera, un miglio e mezzo distante da quel territorio: il mentovato abbate chiama la storia di questa traslazione «racconto che corre»3 come fosse una favoletta, quando che il pontefice di f.m. Benedetto XIV nella sua bell’opera delle feste di Maria, parlando di quella santa casa, la chiama: Conclave, ubi Verbum divinum humanam carnem assumpsit, angelorum ministerio translatum est; ita adstipulantibus tum vetustis monumentis, perpetuaque traditione, tum Summorum Pontificum testimoniis, communi sensu fidelium, et continuis quae in diem eduntur miraculis (Ben. XIV, De fest., l. 2, c. 16, n. 4).4 Ed in fatti il Tursellino nella storia della casa lauretana, asserisce che quasi tutti i Papi dopo Pio II han parlato del miracolo della traslazione della S. casa di Loreto;5 e Sisto V nell’anno 1583 istituì un ordine sotto gli auspici di S. Maria loretana.6

- 2 -

Posto ciò, l’abbate Rolli ingiustamente par che aderisca al Launoio, Vergerio, Ospiniano, ed altri protestanti, che han contradetta la miracolosa traslazione, oltre di Teodoro Beza e Davide Parea calvinista, che chiamano la santa casa loretana idolum lauretanum.7 Ma tutti costoro sono stati ben convinti dai più dotti scrittori cattolici, cioè da Canisio, Turiano, e Gretsero, con invitte ragioni, come scrive Teofilo Rainaudo.8 Il Tursellino

- 3 -

poi (Turselin., in Clyp. Lauret.) con gravi autori riferisce il miracolo, che vien confermato da Pietro Giorgio, da Girolamo Angelita, e da Giovan Bonifacio (Io. Bonif., Hist. B. Virg.), rapportato da Benedetto XIV, il quale scrive che anche gli eretici entrando in questa santa casa si convertono e tacciano l’empietà – hac in aede mutantur, impietatem eiurant – di coloro che si oppongono al miracolo.9

- 4 -

L’abbate Rolli poi entra a criticare i titoli di Turris davidica, Turris eburnea e di Domus aurea, che nelle litanie si danno alla S. Vergine, chiamandole voci affettate e quasi ridicole, e che non significano niente.10 Come niente? ben significano la fortezza con cui la Madre di Dio difende i suoi divoti; e l’ardente carità dell’anima sua benedetta, che degna la rendé di esser fatta tempio del Verbo Eterno; come appunto spiegano questi titoli S. Bernardo, S. Efrem, Riccardo di S. Lorenzo,11 ed altri.

Parlando poi de’ titoli, Speculum iustitiae, Refugium peccatorum, Stella matutina, Ianua caeli, scrive che udendo un cattolico questi titoli attribuiti alla Vergine, dee fare un atto di fede, e credere che solo a Gesù Cristo questi titoli convengono e non già a Maria;12 come se i medesimi fossero alla fede pregiudiziali. E perciò vorrebbe che tutte queste litanie si abolissero, non ostante ch’elle da tanti secoli si recitano e cantano in tutte le chiese da preti e religiosi, coll’approvazione di molti pontefici; costando che tali titoli non sono già voci affettate e ridicole, ma sono tutte di pietà e di tenerezza verso la nostra santa regina, affinché maggiormente confidiamo nella di lei protezione. Chi può negare che queste litanie,

- 5 -

secondo la disciplina usata da tanti anni, appartengono al culto pubblico della Chiesa?

Indi l’abbate Rolli si prende molto fastidio a vituperare l’uso presente, che chiama espressamente abuso, di cantar le litanie loretane davanti al SS. Sagramento esposto.13 Egli in ciò si avvale del sentimento di Ludovico Muratori, il quale nel suo libro della Regolata Divozione, pag. 29, non già chiama come Rolli abuso il costume di cantar le litanie della Vergine innanzi al SS. Sagramento né lo disapprova, ma solamente dice che sarebbe cosa da ponderare, se fosse più proprio che quando sta esposto il Sagramento, si cantassero preghiere dirette propriamente a Gesù nostro Salvatore.14 Del resto io non

- 6 -

posso intendere che disdica supplicar la divina Madre ad interponere per noi le sue preghiere presso Gesù nel Sagramento esposto. Ognuno sa che Dio ci ha donato Gesù Cristo, affinché a lui ricorriamo come nostro principal mediatore; ma dice S. Bernardo che Dio ci ha donata anche Maria per avvocata presso Gesù Cristo: Advocatum habere vis et ad ipsum? ad Mariam recurre: exaudiet utique matrem Filius (S. Bern., Serm. de aquaeductu).15 Ed in altro luogo aggiunge il medesimo santo: Opus est mediatore ad mediatorem Christum; nec alter nobis utilior, quam Maria (Idem, Serm. B.V., Sign. magn.).16 Dice, opus est, è necessario avere un altro mediatore appresso Gesù Cristo, s’intende di necessità, non di mezzo, ma morale, per maggiormente aiutare la nostra confidenza: poiché solo Gesù Cristo è il nostro mediatore assolutamente necessario. S. Girolamo poi per togliere a noi ogni scrupolo, che ricorrendo a Maria non ricorriamo già a lei come autrice delle grazie – siccome c’infamava Calvino17 – ma solo come interceditrice, dice che perciò noi diciamo a G. Cristo, Miserere nobis, ma alla S. Vergine ed a’ Santi Ora pro nobis, e così S. Girolamo convinse Vigilanzio su questo punto.18

- 7 -

Non contento poi l’abbate Rolli di aver chiamati i titoli dati alla Vergine nelle litanie loretane voci affettate, quasi ridicole e nulla significanti, passa a metter bocca alla sagra antifona della Salve Regina;19 non ostante che la vegga approvata dalla S. Chiesa nelle Ore Canoniche ch’ella impone di recitare a tutti i cori. Lutero diceva già che questa preghiera è piena di scandalo e di empietà, dandosi alla Vergine le proprietà di Dio (Luther., Serm. de Nat. B.M.).20 E parimente l’eretico Pietro Martire (P. Mart., in Cap. 3, ep. 1 ad Cor.), scrisse che essendo Gesù Cristo l’unico nostro mediatore, è a lui di somma ingiuria l’ammettere per avvocata e mediatrice nostra Maria.21

- 8 -

Il nostro abbate Rolli poi nel suo Novello progetto, pag. 41, parlando della Salve Regina, non ha renitenza di scrivere queste parole: Per cieco rispetto e con ispirito quasi di partito si sostengono i titoli dati nella Salve Regina alla Vergine. Dice in oltre che il frate Ermanno Contratto da lui creduto autore di questa antifona,22 per pura pietà e divozione chiamò la divina Madre Spes nostra ed Advocata nostra, quandoché solo Gesù Cristo è l’unica nostra speranza e l’unico nostro avvocato.23 Or questo parlare potrebbe alcuno dire che non molto si discosta da quel che dicea Pietro Martire addotto di sopra; mentre il signor Rolli dice che la Salve Regina è una di quelle cose che per cieco rispetto e con ispirito quasi di partito si sostengono; e che ‘l frate Ermanno per pura pietà chiama la Vergine speranza nostra e avvocata nostra, sapendo ognuno che Gesù Cristo è l’unica speranza nostra. Ma se S. Epifanio (S. Epiph., Serm. de laud. Deip.) chiama la S. Vergine nostra mediatrice, (ch’è lo stesso che avvocata):24 e se S. Efrem (S. Ephraem, De laud. Dei Matris) la chiama speranza di coloro che disperano, Spem desperantium,25 come l’abbate Rolli ardisce

- 9 -

di dire che tali titoli si sostengono per cieco rispetto e con ispirito quasi di partito? Dunque la Chiesa ammette questa preghiera della Salve Regina per cieco rispetto e con ispirito quasi di partito?

Indi l’abbate Rolli lascia le litanie e la Salve Regina, e si mette a parlare della divozione agli scapulari e Rosario della divina Madre, ed anche a’ cingoli e corregge di altri Santi, chiamandole tutte divozioncelle, come cose quasi inutili;26 quando all’incontro noi sappiamo che tali divozioni i Sommi Pontefici le hanno approvate ed arricchite d’indulgenze. Il dotto Papebrochio chiama perverso chi negasse la divozione di portare lo scapulare di Maria non essere stata ornata da’ Pontefici di grazie e privilegi, e che Dio l’abbia comprovata con molti benefizi: Improbus porro sit, son le parole del Papebrochio, qui negat multis Romanorum Pontificum gratiis et privilegiis ornatam, multis etiam divinis beneficiis comprobatam esse scapularis Mariani devote gestandi religionem (Papebroch., Part. 2, Resp., art. 20, n. 28.)27 Parimente Bzovio (Bzovius, ad ann. Chr. 1213; Monelia, Diss. de orig. sacr. prec.) ed i Bollandisti28 parlano con molta lode del Rosario di Maria, che da più Papi Leone X, S. Pio V, Gregorio XIII, Sisto V, ed altri è stato molto lodato. Di tali divozioni religiose scrive il dotto Pouget: Qui

- 10 -

ista vituperant… quaecumque ignorant blasphemant (Pouget, Instit. cath., t. 2, part. 3, sect. 2).29

L’abbate Rolli poi si scaglia con gran furore contro quei Cristiani che praticano queste divozioni stando in peccato, colla speranza di ricevere misericordia da Dio per mezzo di quelle; egli esclama che tali divoti sono tutti dannati. Ed in ciò, come osservo, ha per maestro Lamindo Pritanio, cioè Ludovico Muratori, nel suo libro della Regolata divozione, dove scrisse che se un fedele vive in disgrazia di Dio, e per la confidenza che tiene alla S. Vergine spera per la di lei intercessione di non esser preso da morte subitanea e di aver tempo di riconciliarsi con Dio, o pure sperasse qualche grazia temporale, scrisse che tale speranza è nociva, superstiziosa e contraria agl’insegnamenti della Chiesa, ed affatto ha da rigettarsi (Pritan., Reg. Div., c. 22, p. 320).30 Ma in ciò è affatto contrario a Pritanio ed

- 11 -

a Rolli il cardinal Bellarmino citato da Lambertini nel suo libro delle feste (Lambertin., nelle feste, Lib. 2, cap. 6);31 il cardinale Bellarmino (Bellarmin., L. 2 de poenit, c. 7) scrive che le divozioni fatte in peccato, se non giustificano, almeno dispongono ad ottener la giustificazione per li meriti della divina Madre o di altri santi.32 Ma quel che più pesa, è loro contrario il maestro de’ Teologi S. Tommaso, il quale insegna che le opere divote de’ fedeli, benché fatte in peccato, se non vagliono ad ottener la salute, vaglion nondimeno a tre cose: 1. ad assuefarsi alle opere divote; 2. a conseguire i beni temporali; 3. a disponere chi le pratica a ricevere la divina grazia. Ecco le parole del S. Dottore: Opera ista ad triplex bonum valent: ad assuefactionem bonorum operum, ad temporalium consecutionem et ad dispositionem ad gratiam (S. Thomas, Suppl., q. 14, a. 4).33 Lo stesso Dottore Angelico poi insegna che la preghiera del peccatore, sebbene non è degna della grazia per sé, nondimeno l’impetra per mera misericordia divina: Peccatoris oratio impetratoria est ex mera Dei misericordia.34 E soggiunge che anzi fieri potest, ut ex infinita Dei

- 12 -

misericordia peccatoris oratio exaudiatur, etiam sine proposito (efficaci nimirum, ac stabili) emendandae vitae; dummodo non tam obstinato sit animo, ut omne poenitentiae consilium perpetuo abiecerit (Idem, 2-2, qu. 83, art. 6).35

Dice poi un’altra cosa il mentovato Pritanio nel citato suo libro, cioè che la Vergine ed i Santi, quando pregano per noi, interpongono appresso Dio, non già i loro propri meriti, ma bensì l’efficacia de’ meriti del Salvatore; così il Muratori nel citato suo libro (Pritan., Reg. Div., c. 10, p. 119).36 Ma ben lo confuta sovra tal proposizione il dotto D. Costantino Gaudio nel suo libro: Difesa dell’illibata divozione, ecc. contro di Lamindo Pritanio.37

- 13 -

Lo stesso Pritanio poi in un altro luogo del suo libro (Idem, lib. cit., c. 22, pag. 304) Scrive: Una ragione può addursi, cioè che le nostre suppliche avranno più forza accompagnate da quelle della Santa Madre; ma esso medesimo si dà una risposta incongrua e niente corrispondente alla sua dottrina; dice: Ma questa ragione prova troppo e però nulla prova; altrimenti non converrebbe mai supplicare Gesù, senza interporvi l’intercessione di Maria.38 Oh Dio che risposta! Dunque il pregare Gesù Cristo col sempre interporvi l’intercessione di Maria non è cosa che conviene? quando il Concilio di Trento insegna (Sess. 25, de invoc. sanctor.): Bonum atque utile esse suppliciter eos invocare?39 Pertanto se l’intercessione de’ Santi e specialmente di Maria SS. è cosa buona ed utile, dunque è cosa che sempre conviene il procurare di ottenerla. E perciò S. Bernardo esorta e consiglia tutti a domandare le grazie a Dio, e a domandarle per mezzo di Maria, perché le preghiere di Maria presso Dio son preghiere di madre e perciò non trovano mai ripulsa: ecco le parole di S. Bernardo: Quaeramus gratiam et per Mariam quaeramus; quia mater est et frustrari non potest (S. Bern., Serm. de aquaeductu).40 Gran cosa. Ludovico

- 14 -

Muratori, ch’io sempre ho venerato, egli è stato un uomo celebre presso tutta l’Europa, come apparisce dalla sua bella vita dottamente scritta dal suo nipote,41 ma verso la Madre di Dio in più luoghi delle sue opere, come ho notato, non ha mostrata tutta quella pietà che conveniva al suo spirito di dimostrarle!

Non occorre ch’io più mi stenda sulle proposizioni di sopra qui riferite; a scrivere quel poco che sulle medesime ho scritto mi ha mosso il vedere poste in discredito dall’abbate Rolli le divote preghiere e’ titoli che comunemente da’ fedeli si danno a Maria SS. nelle litanie e nella Salve Regina, come anche il sentir chiamare divozioncelle gli scapulari ed il rosario di Maria: divozioni così religiose, e che mi sono state care sin dalla fanciullezza. Del resto chi vuol vedere a lungo e intieramente confutata la riforma che l’abbate Rolli pretendea piantare di tutte queste cose, legga il libro del P. Cardoni minimo, da me riferito nel principio di questo breve foglietto.

Note

1 Riflessioni di Gio. Idelfonso CARDONI, minimo, sopra il Novello Progetto, o sia Dissertazione del buon uso delle Litanie, ed altre preghiere di D. Leoluca Ab. Rolli. Napoli, 1775.

2 Dell’ opera di D. Leoluca ROLLI, ecco quanto leggiamo nel TANNOIA, Della vita ed istituto di S. Alfonso Maria de’ Liguori, lib. 4, cap. 3: «Lo stesso anno che giunse in Pagani (dopo accetta dal Papa la rinunzia al vescovado e preconizzato il successore, luglio 1775), così occupato (vedi cap. 2, Tenor di vita di Alfonso in Nocera) ed aggravato com’ era, si applicò Alfonso a dar compimento alla sua opera sulla Condotta ammirabile della divina Provvidenza nel salvare l’ uomo per mezzo di Gesù Cristo.. Fra tanto, essendosi pubblicato colle stampe il progetto della stravagante riforma intentata nella Chiesa dall’ abate Rolli, prete calabrese, contraria alla dovuta pietà verso Maria Santissima, Alfonso non omise di confutarlo…. Alfonso fu tocco così nel vivo da tanta empietà dell’ abate, che, quantunque gli errori del medesimo fossero già stati combattuti da Idelfonso Cardone, religioso di S. Francesco di Paola, pure anch’ egli li volle confutare brevemente.» – La Breve risposta apparve la prima volta in Napoli, Paci, nel 1775, in appendice alla Condotta ammirabile della divina Provvidenza. In appresso fu pubblicata ordinariamente insieme alle Glorie di Maria in Appendice.

3«Corre un racconto, benché qualche cervello critico l’ abbia per leggenda, che nell’ anno 1291, ecc. » ROLLI, Novello progetto, pag. 16.

4 «Nostro Opere de Canonizatione Sanctorum…. vetustiorum scriptorum auctoritate duce, demonstravimus, Lauretanam Aedem non esse integram domum, sed illud solum eius domus conclave, ubi Maria salutata fuit ab Angelo; ideoque…. facile concedi posse, in eo, in quo domus illa erat, loco ecclesiam esse exstructam; sed ex ea domo, quod reliquum conclave supererat, ubi Verbum divinum humanam carnem assumpsit, illud Angelorum ministerio translatum esse; ita sibi invicem adstipulantibus tum vetustis monumentis perpetuaque traditione, tum Summorum Pontificum testimoniis, communi sensu fidelium, et continuis, quae in dies eduntur, miraculis.» BENEDICTUS PP. XIV, De Festis D. N. I. C et B. M. V., lib. 2, cap. 16, n. 4. Opera, IX, pag. 313, col. 2.

5 Pio II fa un voto alla Madonna di Loreto, viene guarito, e quindi può rendersi ad Ancona per le necessità della Crociata contro i Turchi; quindi la fama di Loreto, sparsa fino allora nelle sole circostanti regioni, si spande per tutto il mondo: TURSELLINUS, Historia Lauretana, lib. 1, cap. 26. – Per i susseguenti Pontefici: la stessa opera, passim.

6 L’ Ordine equestre dei Cavalieri Lauretani o Loretani venne istituito pria da Paolo III, ma, per mancanza di entrate, fu estinto da Gregorio XIII. L’ immediato successore di Gregorio, Sisto V, lo rinnovò fin dal primo anno del suo pontificato, fissando il numero dei cavalieri a 200. Sessanta ne aggiunse egli stesso, due anni dopo, nel 1588, e settanta Alessandro VII nel 1656. I cavalieri di S. Maria di Loreto godevano considerevoli privilegi: erano riputati commensali e famigliari del Papa; i loro primogeniti avevano il titolo di conti Lateranensi, ed i secondogeniti di cavalieri doratio aurati. I loro obblighi erano, oltreché di custodire la città e il santuario di Loreto, di difendere dai corsari le spiaggie della Marca d’ Ancona, e dagli assassini tutta la Romagna. L’ insegna dell’ Ordine era una medaglia d’ oro, appesa al collo, aventa da un lato l’ immagina della Madonna di Loreto, e dall’ altro lo stemma di Sisto V che aveva concesso ai cavalieri tal distintivo. Cf. MORONI, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. XXXVII, Venezia, 1846, pag. 177, 178, v. Lauretani.

7 Impugnatori della Santa Casa, citati da S. Alfonso. – Io. LAUNOIUS (de Launoy, 1603-1678,) fautore del giansenismo. Tra le altre molte sue opere, vi è la Dissertatio de auctoritate negantis argumenti, Opera, Tomi secundi pars prima (cioé vol. III), Coloniae Allobrogum, 1731, pag. 1-71. dice l’ editore stesso (Praefatio editoris, p. I): «Tota Launoiani aedificii moles, quanta est, neganti argumento, tamquam cardine, volvitur ac revolvitur .» Coll’ uso e l’ abuso di quel suo principio negativo, condannò ogni tradizione che non avesse l’ appoggio di un documento scritto contemporaneo, o quasi. Si meritò il poco glorioso soprannome di «dénicheur de saints», e di lui si è detto che avesse cacciato dal paradiso più santi che dieci Papi non ve ne avessero fatti entrre. Sorse contro il Launoy Teofilo Raynaud (specialmente nel suo trattato Hercules Commodianus, Ioannes Launoyus, series 1, quaesitum 5, Opera, XVIII, pag. 336-338). «Salebrosa autem haec est quaestio de vi negantis argumenti,» osserva Benedetto XIV, che la discute e la scioglie con molta saggezza ne De Servorum Dei beatificatione, ecc., lib. 3, cap. 10, n. 1-6, Opera, III, pag; 79-85. – Petrus Paulus VERGERIUS, già segretario di Clemente PP. VII, mandato in Germania come Legato Apostolico, vescovo di Modri, poi di Capodistria, sua patria, si recò nel 1548, nella Rezia, ed ivi apostatò, come pure il fratello Giovanni Battista, vescovo di Pola. QUindi, tra molti opuscoli, parte in latino, parte in italiano, contro la Chiesa Cattolica – opuscoli pieni di fiele, e, dice il Feller, «disprezzati anche dai protestanti» – ne scrisse uno, in latino ed in italiano, De idolo Lauretano. Morì in Tubingen, nel 1565. – HOSPINIANUS, citato da Benedetto XIV, De festis, lib. 2, cap. 16, n. 7, pag. 314, col. 1. Probabilmente : «Hospinien Rodolphe, ministre Zwinglien (1547-1626)… Ses ouvrages ont été recueillis à Gèneve en 1681, en 7 vol. in fol. Les principaux sont: 1° un traité des temples….» De Feller, Dictionnaire historique, IX, pag. 34, v. Hospinien. – Theodorus BEZA, principale cooperatore di Calvino, a cui succedette (1564), col titolo di «moderatore», come patriarca ginevrino; fallirono (1587)i tentativi di S. Francesco di Sales per ricondurlo alla Chiesa Cattolica: morì nel 1605. – David Parea, o meglio Pareus, più conosciuto sotto il nome di WOENGLER (1548-1622), insegnò nell’ Accademia di Heidelberg. Fu continuamente occupato in controversie contro i cattolici, specialmente contro S. Roberto Bellarmino. Le sue opere, pubblicate dal figlio in Francoforte, 1647, formano 4 vol. in -fol.

8 Difensori della S. Casa di Loreto, citati da S. Alfonso. – BENEDICTUS XIV: 1° De Servorum Dei beatificatione et Beatorum canonizatione, lib. 3, cap. 5, Opera, III, Prati, 1840, pag. 81-83, e specialmente per la Santa Casa, pag. 82, col. 1, seconda metà, e col. 2, prima metà. Ivi, il dotto Pontefice , praticissimo di quelle questioni per le cause di beatificazione, dà il suo parere sulla celebre e così importante controversia de argumento negativo, cioé dei casi in cui si può cavare una legittima conseguenza dall’ assenza di documenti contemporanei. – 2° Id. op., lib. 4, pars 2, cap. 7, n. 3, Opera, IV, Prati, 1841, pag. 473. – 3° Ibid., cap. 10, n. 11-16, pag. 496-499. – 4° De festis D. N. Iesu Christi et B. Mariae Virginis, lib. 2 (De festis B. M. V.), cap. 16 (De festo Translationis Sanctae Domus Lauretanae), Opera, IX, Prati, 1843, pag. 311-315. – TURSELLINUS Horatius, S. I. (1544-1599: fu anche superiore del Collegio dei Gesuiti in Loreo), Lauretanae historiae libri quinque. Prima edizione: Romae, 1598. Edizione definitiva: Moguntiae, 1600. Opera che si raccomanda più ancora che per l’ eleganza del latino, per l’ accuratezza delle ricerche: per questo pregio, venne lodata da Benedetto XIV. – S. PETRUS CANISIUS, S. I., De verbi Dei corruptelis, II, De Maria Virgine incomparabili et Dei Genitrice sacrosancta, lib. 5, tutto il capitolo 25: Lugduni, 1584, II, pag. 585-590. – Franciscus TURRIANUS (Torres, nato nel 1504, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1566, in età di 62 anni, morì nel 1584, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1566, in età di 62 anni, morì nel 1584), Responsio apologetica ad capita argumentorum Petri Pauli Vergerii haeretici, ex libelloe ius inscipto: de Idolo Lauretano. Ingolstadii, 1584. – GRETSERUS Iacobus, S. I. (Gretscher, + 1625, detto «protestantium malleus»), nel suo trattato De sacris peregrinationibus libri IV, Ingolstadii, 1606. – Theophilus RAYNAUDUS (Raynaud), S. I., Antemurale Adversus fortia ingenia, Opera, Lugduni, 1665, VIII, pag. 144, 145 (luogo citato con lode da Benedetto XIV); Hercules Commodianus, Ioannes Launoius (Lanunoy), series 1, quaesitum 5, Opera, XVIII, pag. 337, col. 2, 338, col. 1. – Io. BONIFACIUS, S. I., De Divae Virginis Mariae vita et miraculis, ossia, come lo stesso autore chiama l’ opera sua e vien comunemente citata, Historia Virginalis, lib. 2, cap. 4, De templo augustissimo Virginis Lauretanae. Coloniae, 1610, pag. 212-222. – «PETRUS GEORGIUS (Tolomeiè, Praepositus Teremanus, eximia integritate ac prudentia vir, complures iam annos Lauretanae Domus gubernato erat: Nicolao autem Astio (episcopo Recinetensi) vita functo, etiam administrator Recinetensis factus. Hic igitur, Pio Secundo Pontifice, anno eius saeculi circiter LX (1460), Lauretanae historiae summam – depromptam scilicet ex ea, quae olim, ut supra ostendimus, Recineti edita fuerat – in Lauretana Aede proposuit in gratiam peregrinorum: ut eius cognoscendare potestas omnibus fieret.» Tursellinus, Historia Lauretana, lib. 1, cap. 28. – «Hieronymus ANGELITA, civis Recinetensis (Segretatio perpetuo della Republica di Recanati), domi suae, vel generis nobilitate, vel integritate vitae clarus in paucis fuit. Is VIrginis Lauretanae historiam ab se conscriptam Clementi (VII) Pontifici per id tempus dicavit.Scribendae dicandaeque Pontifici historiae causa fuit, quod per eadem ferme tempora, ut ante dictum est, sacrosanctae Domus e Galilea in Dalmatiam, inde in Picenum asportae narrationem ex Flumensibus Annalibus Dalmatae quidam ad Recinetensem pertulerant civitatem.» Tursellinus, Historia Lauretana, lib. 2, cap. 26. – Questa storia dell’ Angelita, presentata al Pontefice nel 1531, fu data alle stampe, forse a Venezia, nel 1534; e di nuovo, a Venezia, nel 1598, per cura di Gian Francesco Angelita, figlio di Girolamo.

9 BENEDICTUS PP. XIV, De festis, come sopra, lib. 2, cap. 16, n. 9, Opera, IX, pag. 314: «….. Et Canisius: «Homines flagitiis obrutos in Dei filios transformari, ut ex haereticis catholici, ex lupis oves evadant.» Et Ioannes Bonifacius in Historia B. Virginis: «Perditi homines hac in aede mutantur, impietatem eiurant haeretici, ultores iras simultatesque deponunt.» – Io. BONIFACIUS, De B. VIrginis Mariae vita et miraculis, lib.2 , cap. 4, Coloniae, 1610, pag. 216, pag; 216: «Perditi homines hac in aede repente mutantur, quae domus Dei est et porta caeli. Impietatem eiurant haeretici; ultores, suaeque nimium tenaces dignitatis, fas nefasve sit, nullo discrimine iras simultatesque deponunt, suamque viam ad Evangelii regulam dirigunt, ubi primum in Christi et eius Matris vestigis pedem posuerunt; fraudatores fallere desinunt, et quae interverterunt plene cumulateque restituunt.» – Ci piace qui ricordare che S. Alfonso volle egli stesso nel 1762 visitare la Santa Casa di Loreto, dove passò tre giorni d’ ineffabili consolazioni. Cf. BERTHE S. Alfonso de Liguori, tomo II, cap. 1.

10 ROLLI, Novello Progetto, pag. 7.

11 S. BERNARDUS Sermones de diversis, sermo 52, n. 2, ML, 183-674, 675: «(Sapientia aedificavit sibi domum. Prov. IX, 1.) …. Haec itaque sapientia quae Dei erat, et Deus erat, de sinu Patris ad nos veniens, aedificavit sibi domum, ipsam scilicet Matrem suam VIrginem Mariam, in qua septem columnas excidit. Quid est in ea septem columnas excidere, nisi ipsam dignum sibi habitaculum fide et operibus praeparare?» – In Antiphonam «Salve Regina» sermo 4, n. 3, inter Opera S. Bernardi, ML 184-1074: «Itaque tu sancta, tu es castellum in quod Iesus intravit, habens turrim humilitatis – qui enim se humiliat, exaltatur – et murum virginitatis.» – S. EPHRAEM, Oratio ad Deiparam, Opera, VI, Opera graece et latine (et latine tantum), III, Romae, 1746, pag. 529: «(Domina mea…..) tabernaculum sanctum, quod spiritalis Beseleel aedificavit.» – IDEM, Oratio ad SS. Dei Matrem, pag. 547: «Salve, Templum divinissimum. Salve, sedes Dei.» – IDEM, Oratio ad SS. Dei Genitricem, pag. 551: «Turris fortitudinis, armatura bellica, acies robusta, et dux et propugnatrix invicta esto nobis indignis a facile inimicorum nostrorum.» – RICHARDUS A S. LAURENTIO, De laudibus B. Mariae, lib. 10, cap. 30, pag. 280-286; Maria domus; lib. 11, cap. 5, pag. 313-315: Maria turris. Inter Opera S. Alberti Magni, XX, Lugduni, 1651.

12 ROLLI, id. op., pag. 26.

13 ROLLI, id. op., pag. 30, 31.

14 «Chieggo perdono, se aggiungo un’ altra riflessione di pari tenore. Allorché il benedetto Salvator nostro Gesù sotto le specie sagramentali viene esposto alla pubblica adorazion de’ fedeli, i quali umilmente poi ne ricevono la santa e salutifera sua benedizione, uso è di tanti paesi, che davanti a Lui si cantano le Litanie della beata Vergine, prima di benedire i divoti astanti. E’ da lodar quest’ uso, e tanto più perché sapendo esso popolo queste preghiere, né avendone altre da recitare alla presenza del divino Redentore, il prega, come può e sa, per mezzo della sua gloriosissima Madre. Sarebbe nondimeno da ponderare, se fosse più proprio che i fedeli tenessero qualche particolar Litania, con cui pregassero in quell’ occasione il Re de’ Regi, il quale presente ascolta dal trono le suppliche de’ devoti suoi sudditi; giacché le Litanie di Maria furono istituite per essere cantate davanti alla di Lei sagra Immagine venerata in Loreto, e non già perché servissero davanti a Dio Sagramentato. Sembra pure, che essendo noi ammessi allora con tanta benignità all’ udienza del divino Signor nostro, tornasse bene di porgere direttamente le suppliche nostre a Lui, pronto a far grazie. Lesa crederebbe un Principe della terra la sua dignità, qualora dando udienza al suo popolo, con intenzione di esercitar sopra di lui la sua beneficenza, mirasse i memoriali indirizzati, non a sé, ma al suo favorito. Una sola ragione, a mio credere, può addursi pel rito suddetto: cioé che le nostre suppliche al Sanvatore avran più forza, se accompagnate ed avvalorate da quelle della sua santa Madre. Ma questa ragione pruova troppo, e però nulla pruova, nel presente caso. Altrimenti non converrebbe mai supplicare Gesù senza invocar l’ intercession di Maria: il che niuno oserà di dire. I santi, e chiunque s’ accosta alla sagra Mensa, fanno, e santamente fanno i lor colloqui con quel amoroso Signore; e a misura della lor divozione e fervore ne ricavano frutti di vita eterna. E ne abbiamo l’ infallibil promessa dalla bocca del Redentore stesso, che così dice: Se mi chiederete qualche cosa in mio nome, lo farò (Io. XIV, 14). Non dice in nome altrui, ma in nome mio. E forse che ci dee mancar la fiducia e la voce, per supplicar questo benedetto Signore?…. E certamente che si dee credere che ami più il suo popolo, la Vergine e i Santi, o pure Gesù Cristo? Né pur si dovrebbe mettere in disputa….. Il perché non dovrebbe parer fuor di proposito il desiderio di chi ricercasse una Litania apposta, indirizzata al benefico ed amabilissimo Signor nostro, allorché sta Egli esposto sul sagro altare, per benedire il divoto suo popolo. Il darla, appartiene a chi regge la Chiesa universale di Dio; e se un giorno la desse, chi non benedirebbe la paterna sua provvidenza e divozione verso il divino Salvator nostro? Divozione non solo utile, ma necessaria ad ogni cristiano.» Lod. Ant. MURATORI, Della regolata divozione de’ cristiani, cap. 22. Opere, VI, Arezzo, 1768, pag. 202, 203.

15 «Advocatum habere vis et ad ipsum (mediatorem Iesum)? Ad Mariam recurre…. Nec dubius dixerim, exaudietur et ipsa pro reverentia sua. Exaudiet utique Matrem Filius.» S. BERNARDUS, In Nativ. B. M. V., sermo de aquaeductu, n. 7. ML 183-441.

16 «Per unum nihilominus virum et mulierem unam omnia restaurantur; nec sine magno fenore gratiarum…. Sic nimirum prudentissimus et clementissimus artifex, quod quassatum fuerat, non confregit, sed utilius omnino refecit, ut videlicet nobis novum formaret Adam ex veteri, et Evam transfunderet in mariam… Iam itaque nec ipsa mulier benedicta in mulieribus videbitur otiosa…. Opus est eim mediatore ad mediatorem istum (Iesum), nel alter nobis utilior quam Maria.» D. BERNARDUS, sermo in «Signum magnum», n. 1, 2. ML 183-429.

17 CALVINUS Ioannes, Institutio christianae religionis, lib. 3, cap. 20, § 4 et 5, num. 17-27. Amstelodami, 1667, pag 231-235. N. 27, pag. 235, col. 1, riassume così la sua dottrina: «Summa haec sit, quum Scriptura in Dei cultu hoc nobis summum caput commendet ut eum invocemus… non sine manifesto sacrilegio orationem ad alios dirigi…. Quod ad intercessionis munus pertinet, etiam vidimus Christo peculiare esse… Inde colligimus nihil eos Christo reliquum facere, qui pro nihilo ducunt eius intercessionem, nisi accedant Georgius et Hippolytus, aut similes larvae.» Nel numero di quelle «larvae» comprende anche Maria SS.

18 Queste non sono parole di S. GIROLAMO, ma la legittima interpretazione e conclusione di quanto scrive nel Liber contra Vigilantium, lib. unic., n. 5, 6, ML 23-343, 344: «Quis enim, o insanum caput, aliquando martyres adoravit? quis hominem putavit Deum? Nonne Paulus et Barnabas (Act. XIV) cum a Lyeaonibus Iupiter et Mercurius putarentur, et eis vellent hostias immolare sciderunt vestimenta sua, et se homines esse dixerunt? Non quod meliores non essent olim mortuis hominibus Iove atque Mercurio: sed quod sub gentilitatis errore, honor eis Deo debitus deferretur….» Non si pregano dunque i Santi come si prega Dio, autore d’ ogni bene. Però si domanda loro che, come intercessori, preghino per noi: «Dicis in libello tuo, quod dum vivimus, mutuo pro nobis orare possumus; postquam autem mortui fuerimus, nullius sit pro alio exaudienda oratio…. Si apostoli et martyres adhuc in corpore constituti possunt orare pro ceteris, quando pro se adhuc debent esse solliciti: quanto magis post coronas, victorias et triumphos?…. Paulus apostolus ducentas septuaginta sex sibi dicit in navi animas condonatas (Axt. XXVII), et postquam, resolutus, esse coeperit cum Christo, tunc ora clausurus, est, et pro his qui in toto orbe ad suum Evangelium crediderunt, mutire non poterit? meliorque erit Vigilantius canis vivens, qual ille leo mortuus (Eccl. IX, 4)?»

19 ROLLI, Novello Progetto, pag. 41.

20 Martinus LUTHERUS, Epistolarum et Evangelorum enarrationes: In die Nativitatis Mariae, Enarratio Evangelii, Opera, VIII, Basileae, 1546, fol. 463, col. 2: «Vertite vos ad sanctissimam virginem Mariam, ad cantilenam illam quam Salve, regina misericordiae, vita, dulcedo et spes nostra. Annon haec encomia immodica? Quis, quaeso, hoc ommode interpretabitur, quod sit vita nostra, dulcedo et spes?…. Nonne hoc est Christi gloriae detrahere, quod creaturae tribuimus ea quae Dei sunt eique soli competunt? Quare tam impia et blasphema verba omittantur.»

21 «Habent sane Dei ministri amplissima dona…. Nihilominus videte, ne illis nimium vel attribuas vel fidas. Scriptum quippe est: Maledictus qui fidit in homine, et qui spem ponit brachium suum. Deo faciunt insignem contumeliam, ut Ambrosius hoc loco (I Xor. III, 4) scribit, qui eis, cum sint creaturae, honores Deo debitos exhibeant. Quod a gentilium perversitae parum abest, qua rebus creatis divinos honores praestabant. Quod idem cavendum est ne fiat erga sanctos, quos exspoliamus propria dignitate, dum titulis divinis ornamus. Tunc enim, cum nostris ornamentis et dignitatibus eos non possimus aequare Deo, demimus illis, quantum in nobis est, ut ministri Dei sint, quod eorum naturae maxime convenit. Quomodo illos excusabimus, qui beatam VIrginem vulgo nuncupant matrem misericordiae, quod priprium est Dei, qui Pater misericordiarum in Scripturis dicitur? Vitam suam quoque illam nominant, cum Christus ad Colossensen vita nostra dicatur, et ipsemet de se dixerit: Ego sum via, veritas et vita. Dulcedo item in illa cantione vocitatur, quasi sit reposita in ea piorum consolatio; atqui Deus patr consolationis est atque solatii. Demumque illam dicunt spem suam, quasi velint in creatura spem ponere. Ostende nobis, inquiunt, Iesum Christum filium tuum. Id autem tantummodo ad patrem spectat, quemadmodum scriptum est: Nemo venit ad me, nisi Pater traxerit eum.» PETRUS MARTYR (Vergmigli), Florentinus (Canonico Regolare apostata, + 1562), In I ad Cor Commentarii, cap. 3. Tiguri, 1551, fol 67 (ab utroque latere).

22 «Hermannus, a debilitate membrorum qua laboravit ab infantia dictus Contractus, » dei Conti di Veringen, fu messo agli studi all’ età di sette anni, forse nel monastero di San Gallo. E’ certo che dappoi si fece monaco nel monastero «Augiae Divitis», cioé di Rechenau. Il suo amico e discepolo Bertoldo scrisse nel suo Elogio (ML 143-28): «Catus item historiales plenarios, utpote quo musicus peritior non erat, de S. Georgio, S. Gordiano et Epimacho, S. Afra martyre, S. Magno confessore, et de S. Wolfgango episcopo mira suavitate et elegantia euphonicos, praeter alia huiusmodi perplura, neumatizavit et composuit.» Non fa menzione né della Salve Regina né dell’ Alma Redemptoris, che gli vengono comunemente attribuite: saranno comprese in quei «perplura» di Bertoldo. – Si esclude però la clausola della Salve Regina: O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria. – Fu Ermanno monaco esemplare, di carattere molto amabile, dotto ed artista. Morì nel 1054, in età di anni 41, e fece alla morte liete accoglienze.

23 «In quella, senza dir altro, il Frate per pura pietà, ardente divozione, religioso affetto, chiama la Vergine Santissima, Spes nostra, Advocata nostra. Ognun sa, che Gesù Cristo Uomo-Dio è l’ unica speranza nostra: Quoniam tu es, Domine, spes mea, etc. Egli l’ Avvocato presso l’ Eterno Padre. Dunque l’ espressione d’ un uomo pietoso deve passar per voce di santa Chiesa?» ROLLI, Novello Progetto, pag. 41.

24 «Ipsa enim est caeli et terrae mediatrix, quae unionem naturaliter peregit.» Oratio de laudibus sanctae Mariae Deiparae. Inter Opera (dubia aut spuria) S. Epiphanii, episcopi Constantiae in Cypro. – Il Petavio sospetta che questa Omilia, ed altre, siano di qualche altro Epifanio, Aecivescovo di Cipro: due ve ne furono di questo nome.

25 «Immauclata et intemerata…. Virgo Dei sponsa ac Domina nostra…. unica spes desperantium, oppressorum auxilium, et ad te recurrentium praesentaneum sublevamen, omniumque denique Christianorum praesidium…» S. EPHRAEM, Ad SS. Dei Genitricem oratio. Opera, (ed. Assemani), VI, Opera graece et latine (et latine tantum), IIII, Romae, 1746, pag. 577, col. 1. – «Tu peccatorum et auxilio destitutorum unica advocata es et adiutrix.» Sermo de SS. Dei Genitricis Virginis Mariae laudibus, pag. 575, col. 2.

26 ROLLI, Novello Progetto, pag. 55 e seg.

27 Le stesse parole del Papebrochio, continuatore del Bollando per gli Acta Sanctorum, riferisce Benedetto XIV, De festis, lib. 2, cap. 6, n. 10. L’ opera qui accennata è la Risposta (Anversa, 1697) alle accuse del P. Sebastiano di S. Paolo. - Vedi, nel nostro volume precedente, l’ Appendice, 10, pag. 394-401, principalmente il § II, pag. 395-399.

28 BZOVIUS Abraham, O. P., Annales Ecclesiastici (post Baronium: ann. 1198-1299), Antverpiae, 1617, ad ann 1213, n. 9-12, pag. 162-168. – Acta Sanctorum Bollandiana, col. XXXV, mensis augusti I, die 4 augusti, De S. Dominico Confessore, Commentarius praevius, § 19, n. 339-361: Quid sit Psalterium seu Rosarium, et an sanctus Praedicatorum Fundator illud primus instituerit; § 20, n. 362-386: Argumenta eorum, qui primam Rosarii institutionem S. Dominico tribuunt, et responsa quae illis opponi possunt; § 21, n. 387-412; Argumenta eorum, qui originem Rosarii putant antiquiorem aetate S. Dominici, et ad ea responsiones, variaeque ad haec responsa observationes. - MONELIA Thomas Vicentius, O. P., Dissertatio de origine sacrarum precum, Romae, 1725. Delle testimonianze dei Papi citati da S. Alfonso, ed altri, in favore del Rosario, parla nel cap. 1. Così pure BENEDETTO XIV, De festis D. N. Iesu Christi et B. M. V., lib. 2, cap. 12, n. 3, Opera, IX, Prati, 1843, pag. 295; n. 11-17, pag. 297, 298: De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, lib. 4, pars 2, cap. 10, n. 23, Opera, IV, Prati, 1841, pag. 503, 504.

29 Franciscus Amatus POUGET, Congregationis Oratorii, institutiones catholicae in modum catecheseos, II, pars 3, cap. 10, § 2, Parisiis, 1725, pag. 941, col. 2: «Interrogatio: Quid facto opus iis qui adscripti sunt in confraternitatem aliquam,, cuius id moris est ut confratres secernantur ab aliis signo aliquo exteriori; verbi grtia, rosario, scapulari, uniculo, cingulo pelliceo? – R…. 2°…. Res illas singulorum devotioni permittit Ecclesia , nec nisi temere, ne dicam impie, culpatur, quod Ecclesia approbat… Qui ista vituperant, forte ex eorum numero sunt de quibus loquitur Iudas Apostolus: Quaecumque (quidem ) ignorant, blasphemant (Iud. 10)». – Nel § 3, pag. 942, 943, viene raccomandato il rosario e la corona della Madonna.

30 «Se mai taluno amplificasse si fatta speranza (nelle preghiere di maria), sino a promettere che chi è suo divoto non potrà dannarsi, non sarà preso da morte subitanea, e gli resterà tempo di riconciliarsi con Dio, ed anche promesse di beni temporali: sappiano i fedeli che cotali insegnamenti – così generalmente parlando – non possono aver luogo nella pura religione di Cristo, cioé nella Cattolica Romana. Certamente chi ha una vera interior divozione alla Madre di Dio, accompagnata da costumi corrispondenti a tal divozione, dee sperar molto dall’ intercessione di chi tanto può presso Dio. Ma non s’ ha già da spacciare una sì larga promessa, che può divenire una lusinghiera speranza, per far addormentare i cattivi con una sola esterior divozione alla Vergine nei loro vizi, e far camminare con poca vigilanza i buoni. Eh che il cristiano, secondoché abbiamo da san Paolo (Philipp. II, 12), dee, sinché vive, operar con timore e tremore l’ eterna sua salute. Abbiamo inoltre per dogma di fede, che la perseveranza finale, non che il risorgimento dai peccati, è un dono gratuito di Dio, né senza una chiara rivelazione – la quale chi può sperarla? anzi sarebbe più tosto da sospettare che venisse dal diavolo ingannatore – noi non possiam giammai essere sicuri di finire in bene. Perciò la speranza suddetta, siccome nociva ai Cristiani e contraria agl’ insegnamenti della Chiesa, ed anche superstiziosa, affatto si ha da rigettare. Contansi, è vero, alcuni miracoli, per far credere sussistente questo preteso privilegio dei divoti della Vergine. Ma racconti sì fatti non sono insegnamenti di fede; né il saggio cristiano dee appoggiare il grande interesse dell’ anima sua a dubbiosse o finte leggende, ma bensì all’ infallibil verità delle divine Scritture, che son contrarie a simili pretensioni, e ai Santi padri e teologi più assennati, che le ripruovano.» L. A. MURATORI, Della regolata divozione de’ crisiani, cap. 2. Opere, Arezzo, 1768, VI, p. 200, 201.

31 Prosper LAMBERTINI, cioé BENEDICTUS XIV, De festis, lib. 2, cap. 6, n. 8, Opera, IX, Prati, 1843, pag. 270, col. 1: «Et apposite ad hanc rem scripsit Bellarminus, Controversiar. tom. 4, lib. 2, de Poenitentia, cap. 7: «Saepenumero Scriptura divina tribuit vim iustificandi, aut etiam salvandi, diversis rebus, non quod, solae, illae iustificare aut salvare possint, sed quod ilae vim suam habeant ad iustificationem aut salutem, et ad eum finem perducant, si tamen cetera non desint.»

32 S. Robertus BELLARMINUS, quarta Controversia generalis, De Sacramento Poenitentiae, lib. 2, De contritione, cap. 7, Ventiis, 1721, III, p. 514, col. 1: «Saepenumero….», come nella nota precedente.

33 «Opera extra caritatem facta non sunt meritoria ex condigno neque aeterni neque temporalis alicuius boni apud Deum. Sed quia divinam bonitatem decet ut ubicumque dispositionem invenit, perfectionem adiiciat, ideo ex merito congtui dicitur aliquis mereri aliquod bonum per opera ista extra caritatem facta. Et secundum hoc opera ista ad triplex bonum valent, scilicet ad temporalium consecutionem, ad dispositionem ad gratiam, et ad assuefactionem bonorum operum. Quia tamen hoc meritum non proprie dicitur meritum, ideo magis concedendum est quod hiusmodi opera non sint alicuius boni meritoria, quam quod sint.» S. THOMAS, Sum. Theol., Supplementum tertiae partis, qu. 14, art. 4, c.

34 S. THOMAS, Sum. Theol., II-II, qu. 83, art. 16, c.: «Si….. peccator orando aliuqid petit, inquantum peccator, id est secundum desiderium peccati, in hoc a Deo non auditur ad vindictam… Orationem vero peccatoris ex bono naturae desiderio procedentem Deus audit, non quasi ex iustitia, quia peccator hoc non meretur, sed ex pura misericordia, observatis tamen quatuor praemissis conditionibus (art. praec. ad 2), ut scilicet pro se petat, necessaria ad salutem, pie et perseveranter.» Ibid., ad 2: «Peccator non potest pie orare, quasi eius oratio ex habitu virtutis informetur; potest tamen eius oratio esse pia quantum ad hoc quod petit aliquid ad pietatem pertinens; sicut ille qui non habet habitum iustitiae, potest aliquid iustum velle…. Et quamvis eius oratio non sit meritoria, potest tamen esse impetrativa, quia meritum innititur iustitiae, sed impetratio innititur gratiae.» – Nell’ articolo precedente (art. 15, ad 1), S. Tommaso ci dà la ragione per cui, senza la grazia santificante, la preghiera abbia pur la virtù d’ impetrare, e possa esser pia, procedendo anch’ essa da una grazia, assai preziosa, la grazia attuale di pregare. Si era fatta questa obiezione: «Omne meritum procedit quia etiam ipsa gratia per orationem impetratur.» E risponde: «Oratio sine gratia gratum faciente meritoria non est, sicut nec aliquis alius actus virtuosus. Et tamen etiam oratio quae impetrat gratiam gratum facientem, procedit ex aliqua gratia, quasi ex gratuito dono; quia ipsum orare est quoddam donum Dei, ut Augustinus dicit (lib. De perseverantia, cap. 23, ad fin.).» – Sum. Theol. , II-II, qu. 178, art. 2, ad 1: «Oratio in impetrando in innititur merito, sed divinae misericordiae, quae etiam ad malos se extendit: et ideo etiam quandoque peccatorum oratio a Deo exauditur.»

35 Dopo «e soggiunge » si deve supplire «Benedetto XIV», di cui sono le parole che seguono. «Peccatoris enim oratio impetratoria est ex mera Dei misericordia, modo «pro se petat necessaria ad salutem pie perseveranter,» ut docet D. Thomas II-II, qu. 83, art. 6 (leggi: 16). Fieri enim potest, ut infinita Dei misericordia peccatoris oratio exauditur (leggi: exaudiatur), etiam sine porposito emandandae vitae; dummodo non tam obstinato sit animo, ut omne poenitentiae consilium perpetuo abiecerit, piaque devotione et firma fide in oratione perseveret, a Deo petens auxilia quae sibi opus sunt ad aeternam salutem consequendam.» BENEDICTUS XIV, Opera IX, Prati, 1843, De gestis D. N. Iesu Christi et B. Mariae Virginis, lib. 2, cap. 6, n. 7, pag. 269, col. 1. – Come si vede, le parole tra parentesi sono di S. Alfonso.

36 «La stessa beatissima Vergine, Madre di questo Dio, e i Santi, allorché pregano per noi, interpongono presso Dio Padre, non già i lor propri meriti, ma bensì l’ efficacia de’ meriti del Salvatore, sapendo anch’ essi, che Gesù Cristo solo è il nostro proprio Mediatore, e il nostro proprio Avvocato presso il Pafre, che il rende propizio a noi pel perdono de’ nostri peccati.» Lud. Ant. MURATORI, Della regolata divozione de’ cristiani, cap. 10. Opere, VI, Arezzo, 1768, pag. 113. – Si sa che il Muratori pubblicò più opere sotto vari finti nomi, di Colonia, di Antonio Lampridio, di Ferdinando Valdesio, ma più spesso e fin dai primordi della sua vita letteraria, di Lamindo Pritanio.

37 Costantino GAUDIO, Della illibata divozione dei fedeli difesa contro di Lamindo Pritanio, Venezia, 1759, cap. 9, pag. 103 e seg., e passim fino alla fine del capitolo, pag. 145.

38 «Una sola ragione, a mio credere, può addursi pel rito suddetto (di cantar le Litanie della Madonna dinanzi al SS. Sagramento esposto): cioé che le nostre suppliche al Salvatore avran più forza, se accompagnate da quelle della sua santa Madre. Ma questa ragione pruova troppo, e però nulla pruova, nel presente caso. Altrimente non converrebbe mai supplicare Gesù senza invocar l’ intercession di Maria: il che niuno oserà di dire.» Lud. Ant. MURATORI, Della regolata divozione de’ cristiani, cap. 22. Opere, VI, Arezzo, 1768, pag. 202, 203.

39 CONCILIUM TRIDENTINUM, sessio 25, De invocatione, veneratione et Reliquiis Sanctorum; et sacris Imaginibus: «Mandat S. Synodus omnibus episcopis, et ceteris docendi munus curamque sustinentibus, ut …. in primis de Sanctorum intercessione, invocatione, Reliquiarum honore, et legitimo imaginum usu, fideles diligenter instruant, docentes os, Sanctos, una cum Christo regnantes, orationes suas pro hominibus Deo offerre; bonum atque utile esse suppliciter eos invocare, et ob beneficia impetranda a Deo per Filium eius Iesum Christum, Dominum nostrum, qui solus noster Redemptor et Salvator est, ad eorum orationes, opem auxiliumque confugere; illos vero qui negant sanctos… invocandos esse, aut qui asserunt, vel illos pro hominibus non orare, vel eorum, ut pro nobis eetiam singulis orent, invocationem esse idolatriam, vel pugnare cum verbo Dei, adversarique honori unium Mediatoris Dei et hominum Iesu Christi; vel sstultum esse, in caelo regnantibus voce vel mente supplicare: impie sentire.»

40 «Exaudiet utique Matrem Filius, et exaudiet Filium Pater…. Quid enim? potesne Filius aut repellere aut sustinere repulsam; non audire aut non audiri Filius potest? Neutrum plane…. Quid nos alia concupiscimus, fratres? Quaeramus gratiam, et per Mariam quaeramus; quia quod quaerit, invenit, et frustrati non potest.» S. BERNARDUS, In Nativ. B. M. V. sermo de aquaeductu, n. 7, 8. ML 183-441, 442.

41 La Vita del Muratori fu scritta dal suo nipote (figlio della sorella) «il Proposto Soli»; quello stesso che nell’ Appendice all’ opera Lamindi Pritanii Redivivi, Epistola paranetica ad Patrem Benedictum Piazza, da lui o scritta o piuttosto fatta scrivere, impugnò le Glorie di Maria e la Teologia Morale di S. Alfonso. – Vedi, nel nostro vol. precedente, l’ Appendice, 7 pag. 377 e seg., e specialmente il num. 3, pag. 382, 383.

Fonte: Intratext

leggi tutto
31/10/2014

EUTANASIA: Associazioni Cattoliche tedesche e austriache dicono “no al suicidio assistito”

SIR 30-10-2014.- Le associazioni cattoliche tedesche e austriache chiedono un “divieto formale alla libertà di suicidarsi come segno di autodeterminazione”.

Lo affermano in una dichiarazione congiunta pubblicata a Bonn e Salisburgo nella quale è riaffermato un chiaro no al suicidio assistito per la tutela della dignità e del diritto alla vita come è richiesto per i malati.

La Zdk-Comitato centrale dei cattolici tedeschi, la Kaö-Azione cattolica austriaca e la Akv-Unione delle associazioni cattoliche d’Austria, sottolineano nel documento “lo sviluppo di un approccio globale per favorire l’accessibilità degli hospice e delle cure palliative a tutti, sia i pazienti ricoverati sia in forma ambulatoriale”. In entrambi i Paesi l’eutanasia attiva su richiesta è vietata.

In Germania il suicidio assistito non è regolamentato, è vietato ai medici dalla loro etica professionale e più associazioni ne richiedono un divieto legale.

In Austria il suicidio assistito non è consentito, ma vi è un dibattito su un ammorbidimento della legge.

Contemporaneamente il Parlamento austriaco sta valutando l’ancoraggio alla Costituzione del divieto dell’eutanasia attiva. Se l’assistenza al suicidio diventasse una norma socialmente accettata, il diritto alla vita delle persone non autosufficienti e malate terminali – si spiega -sarebbero messi in subordine.

Le organizzazioni mettono in guardia contro il pericolo che il suicidio assistito sia equiparato a un servizio medico tra gli altri.

leggi tutto
Vai all'archivio delle notizie

Focus on...

NOVEMBRE: il mese dei defunti, spunti di riflessione per ogni giorno

Primo giorno
UN MESE PER RIFLETTERE

- La pietà cristiana dedica questo mese al ricordo dei defunti. Un mese intero per ricordare e rinsaldare il legame di solidarietà che esiste tra chi è ancora pellegrino sulla terra e chi ci ha preceduti nella vita eterna.

- Un mese intero in cui devono essere più numerose le azioni di suffragio per i nostri cari defunti. Ma anche per tutti i defunti indistintamente, compresi quelli che nessuno più ricorda, ma che da Dio sono amati e conosciuti per nome.

- Un mese intero per meditare che cos’è il peccato, che ha portato la morte nel mondo. E per pensare che su questa terra siamo solo dei viandanti senza borsa e senza sandali, che non hanno paura della morte, perché sentono nostalgia della vera patria, più grande e più bella di questo mondo, e vivono in modo da poterla raggiungere.

- Oggi come forse mai, i non credenti sono protesi verso la ricerca del piacere, e tanti credenti sono animati da una sorta di ottimismo spensierato, come se tutto alla fine dovesse finire bene, come in certi tipi di films. Allora il mese di novembre viene a richiamarci a quelle sobrie verità che i nostri ragionamenti non potranno mai cambiare. In tal modo le verità circa la sorte dell’uomo dopo la morte, rivelataci da Cristo, spazzano via tutte le tenebre, tutte le perplessità, tutti i nostri dubbi per far luce alle sue parole: «Io sono la via, la verità, la vita».

ESEMPIO: Racconta il padre Lacordaire che un celebre principe polacco stava scrivendo un libro contro l’immortalità dell’anima. Un giorno, mentre il principe passeggiava nel suo giardino, gli si avvicinò una povera donna, che, tutta afflitta, gli chiese un’elemosina per far celebrare una messa in suffragio di suo marito defunto. Il principe, benché miscredente, prese di tasca una moneta e la consegnò alla donna. Passano alcuni giorni, e una sera il principe era inténto a ritoccare il suo manoscritto quando a un certo punto alza gli occhi e vede davanti a sé un uomo, che gli dice: «principe, io sono il marito di quella donna a cui avete regalato una moneta per una messa in mio suffragio. Vengo dal purgatorio per ringraziarvi della carità che avete fatto a mia moglie e a me, e a ricambiarvela col dirvi: c’è un’altra vita».

FIORETTO: Raccomandiamo a s. Giuseppe, patrono dei moribondi, chi oggi è in fin di vita.

GIACULATORIA: Confido in te Signore e nell’immenso tuo amore.

PREGHIERA: O Dio onnipotente ed eterno, Signore dei vivi e dei morti, pieno di misericordia verso tutte le tue creature, concedi il perdono e la pace a tutti i nostri fratelli defunti, perché immersi nella tua beatitudine ti lodino senza fine. Amen!

Secondo giorno

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

- Se in ognuno di noi v’è la tendenza all’egoismo, per cui le stesse cose più sacre vorremmo farle diventare nostra proprietà esclusiva, non è tale la mentalità della Chiesa, che si sente madre di tutti i credenti.

La Chiesa ricorda tutti i defunti, senza farne il nome, perché non c’è bisogno di dire a Dio il nome dei suoi figli, quando egli conosce per nome tutte le stelle del cielo che sono solo delle cose.

- La commemorazione è vivificata dalle tre virtù teologali. La fede in una vita avvenire fa penetrare con lo sguardo oltre il tempo; apre la cortina del mistero della morte; ristora con le parole dell’apostolo ai cristiani di Corinto: « Se i morti non risorgono neanche Cristo è risorto… Ma invece Cristo è risuscitato da morte. Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati».

- La speranza rafforza la nostra fiducia che un giorno ci congiungeremo ai nostri cari estinti.

- La carità ci spinge non solo ad essere grati a Dio, ma ci unisce ai nostri cari che ci precedettero col segno della fede e dormono il sonno della pace; e ci uniamo in stretta solidarietà alla famiglia umana che oltrepassa i limiti del tempo.

ESEMPIO: Ecco quanto possiamo leggere nella vita di s. Agnese. Questa nobile fanciulla romana era un fiore di bellezza. Il figlio del prefetto di Roma, al vederla, se ne invaghì e fece di tutto per averla come sposa, ma invano, perché Agnese gli fece sapere che ella era sposa di un altro: di Cristo.

Il giovane per la forte delusione si suicidò. Il padre per vendicare la morte del figlio, fece uccidere l’innocente fanciulla. Agnese muore a 13 anni, vittima della sua purezza e del suo amore a Gesù. Una notte, mentre i genitori pregano e piangono lacrime amare, Agnese appare ad essi e così dice: «Miei cari, non piangete, io sono viva. Eccomi in compagnia di altre vergini: di Lucia, di Cecilia, di Agata che in terra hanno amato il Signore».

FIORETTO: Visitiamo devotamente il cimitero, recitando lungo la via dei requiem.

GIACULATORIA: Mio Dio, unite le anime nella verità e i cuori nella carità.

PREGHIERA: Mio Dio, fa’ bello e puro il giorno della mia morte; fa’ che possa essere circondato dalle persone più care, ma soprattutto fa’ che possa morire con una grande serenità nel mio cuore. Amen!

Terzo giorno

BUONI CON I VIVI

- Il culto verso i defunti è un grande esercizio di carità cristiana, che dovrebbe trovare un maggior posto nella nostra vita quotidiana. Certamente molto di più di quanto succede generalmente oggi. Non si ripeterà tuttavia mai abbastanza che la carità verso i nostri cari non deve incominciare quando ormai riposano dentro una tomba; ma deve trovare espressione pratica molto prima, quando abbiamo la gioia di poter godere della loro presenza.

- La carità non è un gioco di dare ed avere, ma è un’offerta disinteressata di amore. Si manifesta quindi tanto più; quanto i nostri cari hanno bisogno di aiuto materiale e spirituale; e quanto più sono impossibilitati di ricambiare ciò che offriamo.

- È relativamente facile esprimere sentimenti di bontà disinteressata verso i negri dell’Africa; o anche verso i nostri cari che ormai ci hanno lasciati.

Quando ripensiamo ai nostri cari defunti, scopriamo spesso come siamo stati spesso puntigliosi, duri di cuore con loro. E ci lasciamo prendere da una tristezza che non risolve nulla. Ciò che possiamo fare però è di amare coloro che abbiamo ancora attorno. Accoglierli come sono, con il loro carattere; con tutto il peso della loro umanità, offrendo tutta la comprensione e l’affetto che si aspettano. Senza chiedersi mai ciò che si meritano. Per diventare simili al nostro Padre celeste, che fa sempre risplendere il sole, sia sui buoni che sui cattivi.

ESEMPIO: Man mano che si vive la carità cristiana, diventa anche più facile praticarla. Come ci dice questo episodio, tratto dai Detti dei padri del deserto.

«Due anziani vivevano da molti anni insieme e non avevano mai litigato. Un giorno uno di loro disse all’altro: – Facciamo anche noi una lite come gli altri uomini. L’altro rispose: – Non so come si faccia una lite.

- Ecco – disse il primo – io metto un vaso qui in mezzo e dico che è mio, e tu dici: «No, è, mio», e così inizia la lite.

Posero dunque un vaso nel mezzo, e l’uno disse: – Questo è mio. Disse l’altro: No, è mio. Il primo disse: Se è tuo, prendilo pure e vattene.

E si separarono, senza aver trovato di che litigare».

FIORETTO: Recitiamo l’atto di carità. Atto di carità Mio Dio, ti amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perché sei bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor tuo amo il prossimo come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, che io ti ami sempre più.

GIACULATORIA: Madre mia, speranza mia.

PREGHIERA: Accogli, Signore nel tuo regno i nostri fratelli defunti e tutti i giusti che, in pace con te, hanno lasciato questo mondo; concedi anche a noi di ritrovarci insieme a godere per sempre della tua gloria.

Quarto giorno

PERCHÉ LA MORTE?

- È stato scritto che «né il sole né la morte si possono guardare fissamente»: la troppa luce da una parte, le fitte tenebre dall’altra, abbagliano i nostri sensi e la nostra mente si smarrisce.

Ma si dice: «perché Dio ci fa morire? Perché tronca la vita di tante creature, uscite dalle sue mani? Dio non crea per distruggere. Dio è la vita e non poteva volere la morte, Dio è la bontà e non poteva fare una cosa dolorosa.

- Dio, creando l’uomo, lo aveva arricchito di molti doni e lo aveva reso dominatore della natura. Perciò aveva creato l’uomo immortale. Adamo e i suoi discendenti dovevano godere una eterna giovinezza; e, dopo una vita pienamente felice, dovevano passare dalla terra al cielo, senza conoscere i dolori della morte.

- Ma Adamo peccò; e per il suo peccato entrò nel mondo la morte. Come nei figli si trasmettono i difetti dei loro genitori, così in noi, discendenti di Adamo, si trasmette la pena per il suo peccato. E allora, alla perdita di un nostro caro, rassegniamoci al divino volere; non imprechiamo, ma col santo, profeta Giobbe diciamo:

Dio ce l’ha dato; Dio ce l’ha tolto. Sia Benedetto il nome del Signore! ».

ESEMPIO: S. Giovanni Bosco si trovava nel seminario di Chieri e si era legato in amicizia con un ragazzino di nome Comollo, il quale gli ispirava affetto per la salute gracile e per i malanni che lo portarono alla tomba. Durante la sua ultima malattia Don Bosco aveva assistito l’amico e ne aveva ricevuto l’ultimo respiro con la promessa che, non appena avrebbe raggiunto il cielo, sarebbe tornato per dargli la lieta notizia.

Dopo alcune notti, mentre i seminaristi dormivano e Don Bosco vegliava pregando per il suo amico defunto, scoppiò un forte temporale tanto che tutti furono svegliati. Una luce abbagliante ad un tratto illuminò un angolo della camerata dove si trovava genuflesso il giovane Bosco che, interrogato, assicurò di aver visto il compagno Comollo, morto da alcuni giorni; si era presentato a lui per dirgli che era in paradiso.

FIORETTO: Nelle avversità della vita, abbracciamo la croce che ci manderà il Signore.

GIACULATORIA: Insegnami, o Signore, a fare la tua volontà, perché tu sei il mio Signore.

PREGHIERA: Chi mi sarà presente quando al mio grido disperato non risponderà più nessuno dei miei e nulla, l’essere mio stesso, quando io nell’attimo della morte avrò una tangibile sensazione di perire, perire per sempre?

Nessuno mi potrà essere d’aiuto, nessuno se non tu, Signore, tu solo presente. Tu, forse, proprio per questo mio indicibile dolore della morte, volesti morire anche tu. Amen!

Quinto giorno

LACRIME DI SPERANZA

- S. Paolo ci esorta a non piangere come i pagani che non hanno speranza. La nostra fede e la nostra unione a Cristo ci confermano la vita eterna.

Un pianto disperato non è cristiano perché si è incapaci di scorgere la luce di Dio.

- S. Giovanni Crisostomo rimproverava i fedeli che nei funerali erano inconsolabili e piangevano troppo.

S. Girolamo e s. Gregorio Magno ci hanno lasciato scritto che ai loro tempi non si piangeva anzi si cantava l’Alleluja che è canto di gioia e di fede nell’altra vita.

- Se avremo sempre presente la realtà della vera vita che ci attende, verseremo poche lacrime e per il cristiano vero quel giorno di morte si trasformerà in giorno di vita nel Signore.

Con la bontà e con la preghiera otteniamo molto sia per noi che per le anime del purgatorio.

S. Agostino scriveva: «Una lacrima per i defunti evapora; un fiore sulla tomba appassisce, una preghiera, invece, arriva sino al cuore dell’Altissimo».

ESEMPIO: A Milano si era in piena estate. Passavano i carri a raccogliere i morti. Una donna si avanzò verso un carro. Portava una bimba di forse nove anni, morta, ma tutta bene accomodata, con un vestito bianchissimo, come se fosse adorna per una festa.

La donna dette del denaro ad un monatto, dicendogli: «Promettimi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così». Il monatto tutto premuroso… s’affacendò a fare un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco e disse le ultime parole: «Addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restare sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri» (A. Manzoni).

FIORETTO: Non porterò fiori e non verserò lacrime, reciterò solo tante preghiere.

GIACULATORIA: Madre mia, speranza mia.

PREGHIERA: Ricordati, o Vergine Maria, che non si è mai sentito che qualcuno sia ricorso al tuo patrocinio, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione, e sia stato abbandonato. Sorretto da tale fiducia, ricorro a te, Vergine delle vergini, e mi prostro davanti a te, peccatore pentito, Madre del Verbo, ascolta la mia preghiera e benigna esaudiscimi (S. Bernardo).

Sesto giorno

IL CORPO È SACRO

- Il corpo dei nostri cari defunti va trattato con il massimo rispetto e venerazione. Come ci insegna tutta la tradizione cristiana. Prima di tutto perché il corpo di ogni uomo è l’abitazione terrena di uno spirito immortale, creato da Dio a sua immagine e somiglianza.

- In secondo luogo, perché è il corpo di un vero figlio di Dio, per cui è morto il nostro Salvatore. Santificato dai sacramenti e dalla grazia, è diventato una pisside dove è vissuto Gesù Cristo anche fisicamente sotto le specie eucaristiche; è stato un tempio dove hanno preso dimora le tre persone divine.

- Anche se ora lo spirito lo ha abbandonato momentaneamente, non ha smesso di essere sacro. È spoglio come una chiesa nel giorno del venerdì santo, in attesa che lo rianimi lo spirito vivificatore di Dio, per vivere una vita sempiterna. Lo sa bene la Chiesa, che lo benedice e lo incensa come un altare.

E ricordiamoci che un giorno anche il nostro corpo sarà composto in un letto di morte. Chiediamo allora che in quei momenti ci sia vicino s. Giuseppe, il patrono dei moribondi. Ma soprattutto pensiamo che l’unica cosa importante, finché abbiamo tempo, è di trattare il nostro corpo come una cosa sacra, che ci è stata data non per accontentare i nostri istinti, ma perché sia uno strumento di santificazione, destinato alla gloria.

ESEMPIO: Tobia era un pio israelita.che dagli Assiri fu deportato nella città di Ninive, assieme alla moglie Anna e al figlio Tobia. Un aspetto caratteristico del comportamento di Tobia è la sua pietà per i morti…

- Al tempo di Salmanassar – racconta lo stesso Tobia – se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo.

E si comportò in questo modo, anche con suo grave rischio personale. Quando Sennacherib diventò re degli Assiri, uccise molti ebrei.

- Io sottraevo i loro corpi – continua Tobia – per la sepoltura e Sennacherib invano li cercava. Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi cercava per essere messo a morte, colto dalla paura, mi diedi alla fuga. I miei beni furono confiscati e passarono tutti al tesoro del re. Mi restò solo la moglie Anna con il figlio Tobia.

Impariamo anche noi dal pio Tobia. Onorare il corpo dei defunti non è solo un gesto di affetto o di umanità, ma anche un atto cristiano che ci attira la benedizione di Dio.

FIORETTO: Facciamo celebrare una messa, oppure ascoltiamola per una persona morta oggi.

GIACULATORIA: Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l’anima mia.

PREGHIERA: Oh! voi non siete morti, anche se le vostre ceneri riposano sotto questa terra: voi vivete in cielo accanto al vostro Creatore, e la polvere che avete lasciato quaggiù è solo un ricordo per coloro che vi hanno amati in questa terra e che vi raggiungeranno nell’eternità (Preghiera ebraica sulle tombe).

Settimo giorno

UNA BUONA MORTE

- Con la morte si dà inizio alla vera vita; si ha il passaggio dalla vita del tempo alla vita eterna. Per il cristiano fare una buona morte è molto importante. Chi si stacca da questo mondo, chi chiude per sempre gli occhi a questa vita terrena e muore unito a Dio nella carità e nella grazia, può ritenersi meritevole di aver ricevuto il grande dono della felicità eterna.

- Perciò ogni buon cristiano deve augurarsi, desiderare, chiedere al Signore una buona morte; deve anche sapere come comportarsi sul punto di spiccare il volo finale.

Bisogna chiedere fermamente perdono di tutti i propri peccati invocando la misericordia di Dio. La penitenza ricostruisce e rinnova la vita spirituale. Coloro che muoiono all’improvviso, o senza il conforto dei sacramenti, si possono salvare. Ma quanto è bello avere un prete accanto in quei momenti estremi.

- Occorre raccomandarsi alla Madonna che è rifugio dei peccatori e aiuto dei cristiani. Chi si rivolge a lei con animo pentito certamente non sarà abbandonato. S. Bernardo nella sua più bella preghiera rivolta alla Vergine così prega: «Ricordati, Maria, che non si è mai sentito dire che qualcuno abbia chiesto il tuo soccorso e sia stato abbandonato… ».

È pure molto importante ricorrere ai sacramenti. Fare la comunione. L’unzione degli infermi e il viatico non devono essere temuti, ma desiderati e ricevuti con fede.

Il viatico è il ristoro nel pellegrinaggio verso la vita eterna, è il sacramento del supremo passaggio dal mondo al Padre, è il pegno della resurrezione.

ESEMPIO: Il 3 giugno del 1963 Giovanni XXIII lasciava per sempre questa terra. La sua morte esemplare richiamò le genti a riflettere sul fine della vita: si deve vivere e morire per la gloria di Dio.

E nella morte insegnò a ben morire, a unirsi alle sofferenze di Cristo: insegnò a desiderare le cose del Padre, la vera dimora di ogni creatura. E quando si rivolse ai suoi fratelli disse loro di non piangere perché stava per incontrarsi col suo papà e la sua mamma, i fratelli e le sorelle che l’avevano preceduto.

Papa Giovanni nei suoi ultimi giorni, disse: Non vi preoccupate di me perché le valigie sono pronte; io sono pronto; anzi prontissimo a partire». Le sue ultime parole pronunciate nell’agonia finale furono: «Soffro con dolore, ma con amore»; «con la morte comincia una nuova vita e chi muore vive eternamente».

Come è meraviglioso, o Signore, questa sicurezza di Papa Giovanni.

FIORETTO: Insegnaci, o Signore, a pregare e donaci quella fede sicura che sorreggeva Papa Giovanni.

GIACULATORIA: Nell’ultimo istante non mi abbandonare, a te o Signore, voglio tornare.

PREGHIERA: O Maria, o Maria! Fra le voci che s’innalzano a te festanti, benigna Vergine dolce e pia, ascolta la voce mia nell’ultima agonia.

Ottavo giorno

E POI TUTTO FINITO?

- Con la morte non finisce tutto. Ce lo dice la credenza universale di tutti i popoli, le più alte intelligenze che siano apparse sulla terra come Socrate, Platone, Aristotele, i padri della Chiesa, i quali parlarono e scrissero trattati sull’immortalità dell’anima. E poi ce lo dice Gesù, il maestro infallibile tramite la voce di san Paolo, che grida: «Non abbiamo qui città permanente: la nostra patria è il cielo».

- Perché piangere? Diceva un uomo a sua moglie e ai suoi figli. Ciò che in me vi ama, la mia anima, vivrà per sempre. La nostra non è che una separazione momentanea. Io sento che abbandono la terra non la vita.

- Tale è la voce della coscienza. Tale è la solenne parola del cristianesimo. Esso ci fa conoscere la vita presente come una prova passeggera che Dio coronerà con la vita eterna. Esso ci stimola a meritare questa felicità col sacrificio e col fedele adempimento del nostro dovere. Ce lo dice il sangue di milioni di martiri, che si immolarono per Cristo con la speranza di avere un premio in cielo.

ESEMPIO: Un celebre filosofo italiano, Terenzio Mamiani, racconta che una volta viveva a Roma un tal Michele Mercati, dottissimo in scienze naturali, e legato in intima amicizia con un certo Morsilio, suo compagno di studio. Un giorno questi due amici si promisero a vicenda che chi di essi moriva prima doveva, permettendolo Dio, venire a dare notizie delle cose dell’altro mondo. Dopo un certo tempo morì Morsilio. Ora avvenne che una sera d’inverno, mentre l’amico se ne stava a tavolino, ode nella strada uno scalpitare di cavallo. Si affaccia al balcone e nel buio scorge una bianca figura di uomo, seduto su un cavallo, che gli dice: «Michele, vi è un’altra vita!».

FIORETTO: Recitiamo tre Pater in suffragio delle anime più abbandonate.

GIACULATORIA: Liberami, o Signore, dai miei nemici.

PREGHIERA: Adoriamo, o Cristo, il tuo corpo glorioso nato dalla Vergine Maria: per noi hai voluto soffrire, per noi ti sei offerto vittima sulle croce. Sii nostro conforto nell’ultimo passaggio e accoglici benigno nella casa del Padre. Amen!

Nono giorno

PIÙ FORTE È L’AMORE

- Nella moderna civiltà industriale, le persone sono sempre più isolate. Spesso sono degli estranei fra loro perfino gli inquilini di uno stesso condominio. E sempre più spesso la gente si lamenta di essere sola, di non avere neppure un amico con cui scambiare due parole.

È certo auspicabile che si riesca a rompere questo muro che ci divide dai nostri vicini.

Tuttavia, specialmente chi si sente solo, dovrebbe ricordare di avere sempre vicino i suoi cari che l’hanno preceduto nelle vita eterna, che i morti sono sempre pronti all’ascolto invisibile e legati a noi da un amore che non viene mai meno.

- L’amore è più forte della morte. E noi crediamo che gli affetti, nati su questa terra dai legami di sangue e di amicizia, continuino dopo la morte, diventando puri e più forti.

I nostri morti non sono al cimitero, ma vicini a noi. Dovremmo quindi imparare a dialogare silenziosamente con loro, chiedendo la loro intercessione quando necessario, e continuando a suffragarli ogni giorno.

- È ottima abitudine ricordarli in modo speciale in certi giorni, come si fa per i vivi. Nell’anniversario della loro morte, prima di tutto, per ricordare il giorno in cui sono nati alla vita eterna.

ESEMPIO: A Ravenna c’era un povero ragazzo che rimase orfano di entrambi i genitori. Lo accolse in casa un fratello, che si limitava a dargli l’indispensabile per vivere.

L’unico conforto del ragazzo era di andare in chiesa ogni giorno, dove dimenticare per un po’ le sue sofferenze.

Una mattina gli capitò di trovare una moneta d’argento e dopo un po’ pensò che forse suo padre soffriva più di lui le pene del purgatorio. Così andò da un sacerdote e lo pregò di celebrare una messa per l’anima di suo padre. Forse il padre intenerì l’animo del fratello. Fatto sta che da quel giorno diventò più umano e gli diede modo di seguire un corso regolare di studi. Il ragazzo seppe fruttare bene l’aiuto offertogli tanto da diventare S. Pier Damiani.

FIORETTO: Recitiamo la Salve Regina per i nostri defunti. Salve, o Regina, madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

GIACULATORIA: Dà loro l’eterno riposo o Signore, te lo chiedo con tutto il cuore.

PREGHIERA: O Dio che comandi di onorare il padre e la madre, apri le braccia della tua misericordia ai miei genitori defunti, perdona i loro peccati, e fà che un giorno possa rivederli con gioia nella luce della tua gloria. Amen!

Decimo giorno

CI SONO VICINI?

- Quando recitiamo il Credo diciamo: «Credo la comunione dei santi». Per spiegare questa confortante verità, s. Paolo usa l’immagine del corpo: noi cristiani, egli spiega, siamo tutti in comunicazione tra noi perché formiamo come un grande corpo mistico, di cui Cristo è il capo e noi formiamo le membra.

Questa immensa comunione dei santi è costituita da tutti i cristiani: quelli che si trovano ancora in questo mondo e quelli che sono già nella vita eterna.

- La barriera della morte non riesce quindi a spezzare quella comunione misteriosa e profonda che esiste tra noi e i nostri cari defunti. Anzi, quanto più cresciamo nella vita cristiana, quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più strettamente siamo uniti anche ai nostri cari che si trovano nell’aldilà.

- La tradizione cristiana ha sempre insegnato che la fede non distrugge la natura; per il semplice fatto che fede e natura provengono dallo stesso Dio. E Dio non si può contraddire. La vita eterna non distruggerla personalità dei nostri cari, come non spezza l’amore.

E così gli affetti cari, quelli che esistono ad esempio fra sposi, genitori e figli, tra amici, sono più forti della morte… Un giorno rivedremo i nostri cari che, ci hanno momentaneamente lasciati. Ma fin d’ora, ci sono accanto, anche se sono invisibili, comunicano con noi, anche, se non rispondono alle nostre parole.

Chiediamo alla Madonna che ci aiuti ad accrescere il nostro amore per il suo divin Figlio, perché questo è il modo più sicuro per stare più vicini ai nostri cari defunti.

ESEMPIO: L’apparizione di s. Pio X. Il p. Arrighini nella sua opera Testimonianza d’oltretomba narra che nella notte tra il 15 e 20 febbraio del 1939 il pontefice Pio XII, allora segretario di stato, aveva trascorso una giornata laboriosa.

Nelle riunioni che precedettero il conclave aveva fatto presente ai cardinali la grave, situazione mondiale, che per 6 anni afflisse l’umanità; e pregava i porporati di affrettare nell’elezione del nuovo pontefice per il bene della Chiesa e dell’umanità. Dopo aver consumato una cena frugale e recitate le consuete preghiere, il card. Pacelli si chiuse nel suo studio per riprendere il lavoro.

Era notte. Dalla Piazza di S. Pietro giungeva solo il mormorio della fontana, quando vide delinearsi una figura bianca avvolta in un chiarore di luce che gli si fece avanti.

Il cardinale restò perplesso e riconoscendo nell’apparizione il defunto Pio X, riuscì a pronunciare solo la parola “Santità!…

Pio X si manifestò dicendogli: «Fra pochi giorni tu sarai il vicario di Cristo. Eventi spaventosi scuoteranno la terra. Sii forte nel reggere la Chiesa. Dio ti aiuterà».

Così dicendo, la figura disparve.

FIORETTO: Recitiamo per cinque volte l’eterno riposo in suffragio delle anime abbandonate del purgatorio.

GIACULATORIA: Dolce Cuore del mio Gesù, fa’ che t’ami sempre più.

PREGHIERA: Tutto ciò che mi rimane di te non è sotto questa pietra. Qui tu hai lasciato la tua spoglia mortale; ma la tua anima immortale è lassù, nella dimora dei santi.

Undicesimo giorno

LE APPARIZIONI

- Chi di noi non ha sentito parlare di apparizioni di morti?

Di apparizioni di morti hanno parlato le storie, le cronache, i poeti, e anche la Sacra Scrittura. Ora, sono vere le.apparizioni o sono solo frutto della nostra fantasia?

Le apparizioni dei morti sono vere. Nessuna meraviglia. Dio può tutto. Egli fa girare nello spazio un’infinità di astri; egli dà la vita a milioni di piante e di animali. E se Dio può tutto, perché non può far apparire i morti?

Leggiamo nel vangelo che, dopo la morte di Gesù, un gran numero di morti si fecero vedere per le strade di Gerusalemme (Mc 27,53).

- Di apparizioni di morti parlano le storie. 400 anni dopo la battaglia di Maratona si udivano ancora, in quella località, dei gemiti e lamenti di soldati caduti in battaglia (Pausonia: Un viaggio in Attica cap. XXXII).

San Tommaso vide con i propri occhi due anime del purgatorio. Una volta vide l’ombra di sua sorella, morta nel convento di Capua, dove era abadessa.

S. Agostino lasciò scritto che i morti apparvero più volte ai vivi e mostrarono il luogo in cui furono seppelliti.

Ambedue non erano due semplicioni o creduloni.

- Però la Chiesa; prima di esprimere il suo giudizio, è molto cauta; in genere specie quelle riguardanti i santi, la Madonna o Gesù Cristo, le accoglie con una certa diffidenza, anzi a volte interviene con la sua autorità per sfatarne la diffusione.

Noi cristiani possiamo nutrire la certezza che se saremo vicini a Dio con la fede e con la carità, saremo più uniti ai nostri cari che vivono nella sua gloria.

ESEMPIO: Nel famoso «Museo delle anime del purgatorio» che si trova a Roma e fu fondato dal p. Victor Juet, sacerdote del Sacro Cuore, fra gli altri oggetti che si conservano con tracce di fuoco che sarebbero state prodotte da anime defunte apparse, si conserva un cappotto militare di una sentinella italiana. Questa montava la guardia nel Pantheon al cenotafio di Umberto I, che morì assassinato nel 1900.

Una notte del 1932 mentre il soldato era presso la tomba, apparve lo spettro del re, il quale impresse la sua mano di fuoco sulla sua spalla, affidandogli un messaggio per il figlio Vittorio Emanuele III.

FIORETTO: Facciamo celebrare una santa messa per la persona a noi più cara la quale ora vive nel Signore.

GIACULATORIA: Signore, io credo in te. Signore, io confido in te.

PREGHIERA: Alla tua divina misericordia affidiamo le anime di tutti coloro che tragicamente hanno perso la vita negli incidenti della strada perché tu abbia larga pietà di tutte le loro colpe e di tutte le loro responsabilità. Amen!

Dodicesimo giorno

SANNO LE COSE DI QUESTO MONDO?

- I defunti ci ascoltano e sanno le cose di questo mondo. Essi hanno una vastissima conoscenza del presente e del futuro. L’anima, svincolatasi dai lacci del corpo, acquista una grande potenza intellettiva. Inoltre l’anima, lasciata la terra, entra in un mondo di luce e di santità.

- Ma il motivo principale, per cui le anime del purgatorio conoscono tante cose, è da ricercarsi nel fatto che Dio stesso gliele fa sapere. Egli le illumina. Egli ha dato a tanti santi il dono della scienza.

San Pasquale Baylon era un umile laico di un convento francescano. Non aveva mai imparato a leggere e a scrivere; eppure scrisse pagine così stupende, che forse solo i padri della Chiesa avrebbero potuto scrivere.

Santa Teresa non frequentò alcuna scuola superiore, ciò nonostante scrisse pagine di alta teologia.

Ora, se Dio dà tanti lumi ai santi della terra, perché non li deve dare alle anime del purgatorio? Esse di questo mondo conoscono tante cose, intorno alle quali noi viventi rimaniamo confusi.

Alle volte conoscono avvenimenti futuri e quindi possono prevedere e predire tempeste, terremoti, carestie, guerre.

- Sanno se nelle loro famiglie si soffre o si gioisce, si prega o non si prega per esse. Infatti alcune volte si sono viste anime prendere parte alle preghiere che si facevano per esse. Così, per esempio, un sacerdote, nel terminare la santa messa per i defunti, con queste parole: «requiescant in pace!», sentì un coro di voci rispondere: «Amen!».

ESEMPIO: Un giorno un ufficiale ebbe l’ordine di marciare di notte, con alcuni soldati, per fare una ricognizione nel campo nemico. Vi andò, e giunto in mezzo a una folta boscaglia, vide brillare in mezzo all’oscurità della notte una bianca figura di donna, la quale gli fece cenno di fermarsi.

L’ufficiale e i soldati si fermarono, e con grande stupore videro davanti a loro un enorme burrone, e subito capirono che se avessero avanzato, sarebbero precipitati in esso.

Chi era quella bianca figura di donna? Era la madre dell’ufficiale, morta da pochi anni, e apparsa al figlio per liberarlo da quel grande pericolo.

FIORETTO: Facciamo l’esame di coscienza seguito da un atto di dolore.

GIACULATORIA: Gesù, Giuseppe e Maria spiri in pace con voi l’anima mia.

PREGHIERA: Accorda, Signore, a questo tuo servo il riposo che hai preparato per i santi. Io l’amavo e non lo lascerò finché per le preghiere, non sarà ricevuto lassù, sul monte santo di Dio, dove lo chiamano i cari che l’hanno preceduto (S. Ambrogio).

Tredicesimo giorno

LA PERSEVERANZA FINALE

- Il Concilio di Trento ha definito che l’uomo, ornato di grazia, non può perseverare senza un aiuto speciale di Dio; per cui ha bisogno di un aiuto particolare, che costituisce il grande dono che sconfina nel mistero della predestinazione.

Molti santi, in vita, erano preoccupati per la salvezza eterna; anche per noi l’atto della perseveranza deve costituire un problema più assillante che però può essere alleviato con la preghiera.

- Le anime del purgatorio invece amano immensamente Dio e ne sono riamate; esse soffrono ma sono in intimo contatto con Dio.

- S. Caterina da Genova scrive che l’anima del purgatorio «non serba ricordo né della terra né dei propri peccati passati».

Le pene e le sofferenze del purgatorio diventano fonti di dolcezza, farmaco salutare per eliminare ogni pena.

- Si legge di alcuni santi che prima della loro conversione abusarono dei doni di Dio, dopo si dettero a una vita di penitenza e di preghiera.

S. Paolo, S. Agostino, s. Francesco trasformarono completamente la loro esistenza non appena ebbero percepita la grazia divina nei loro cuori.

S. Margherita Alacoque non cessava di ripetere, dopo aver sofferto per un’anima del purgatorio: «oh! se sapeste di che gioia è stata inondata l’anima mia. Ho il cuore ricolmo di felicità e non riesco a contenerlo! ».

ESEMPIO: Il Cesario narra che in un monastero di Cistercensi vivevano due suore molto unite fra loro. Suor Geltrude aveva l’abitudine di parlare sempre anche nei momenti di silenzio. Per una improvvisa malattia questa giovane suora dopo un po’ spirò.

Dopo alcuni mesi apparve all’amica suor Margherita che pregava nel coro e senza profferir parola andò a sedersi in un cantuccio. A tal vista suor Margherita diede un urlo e svenne. Dopo un po’ ripresasi raccontò quanto aveva visto.

La suora defunta apparve di nuovo alla sua amica e questa volta le disse: «Non vengo da lontano. Sconto qui le mie pene dove tante volte ho rotto il silenzio. Adesso sono venuta per dirti: «Sorella, metti un freno alla tua lingua, se non vuoi che anche tu un giorno soffra un supplizio pari al mio».

FIORETTO: Cerchiamo di eliminare il difetto predominante e ricorriamo al Signore.

GIACULATORIA: San Giuseppe, ottienimi di morire della morte dei giusti.

PREGHIERA: Signore mio Dio, fin d’ora voglio sottomettermi con amore alla tua santa volontà e accetto dalle tue mani qualunque genere di morte che tu vorrai mandarmi. Gesù morto per me, accordami la grazia di morire in un atto di perfetta carità verso di te. Amen!

Quattordicesimo giorno

LA DIMORA DELLE ANIME

- Ricordiamo che l’inferno è una verità di fede. Cristo fece luce quando lo presentò come un luogo di “tenebre eterne dove vi saranno pianti e stridor di denti” o «il fuoco inestinguibile» o «la Geenna, il fuoco eterno, l’eterno supplizio… ».

San Paolo ne parla frequentemente.

All’inferno vanno i peccatori ostinati, che al momento di morire, non si riconciliano con Dio.

- L’esistenza del purgatorio è verità di fede definita. Il Concilio di Trento ha dichiarato che si può offrire il sacrificio della messa «per quelli che, morti in Cristo, non sono ancora completamente purificati». Lo stesso Concilio affermò nella sessione 25a che esiste il purgatorio e che «le anime ivi trattenute sono aiutate dal suffragio dei fedeli e soprattutto dal sacrificio dell’altare».

San Paolo nella 1a lettera ai Corinti accenna a coloro che avendo qualche scoria di peccato, mescolata alle opere buone, si salveranno nell’altra vita attraverso il fuoco».

- Gli antichi credevano che il paradiso fosse negli astri, nel mare, in giardini fioriti, i greci e i romani antichi parlavano di campi elisi.

La tradizione cristiana parla del paradiso celeste, come di un luogo dove i santi godono della visione di Dio, fonte di eterna felicità. Quindi dove Dio si manifesta lì è il paradiso.

Sebbene s. Paolo sia stato elevato sino al terzo cielo, non ha saputo trovare il modo di descriverci il paradiso in cui «udì parole ineffabili, che non è dato all’uomo di poter esprimere».

- Della sua reale esistenza ce ne parla il Signore stesso quando circondato dai due ladroni promette a uno di essi: «In verità ti dico: oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43).

ESEMPIO: Margherita da Cortona era una donna che amava vivere allegramente. E niente riusciva a ricondurla sulla retta via, né le minacce del padre, né le suppliche della madre, né l’ostilità che incontrava in città.

Un giorno aveva un appuntamento con un giovane, di cui era innamorata. Invano lo aspettò a lungo, finché si decise di andarlo a trovare. Camminò a lungo, seguendo il cane del suo amato, finché trovò il giovane, disteso per terra nel sonno della morte. Quella visione la sconvolse. Osservò a lungo quel cadavere irrigidito, quel volto livido, quegli occhi spenti. E si chiese come aveva potuto sacrificare tutto, la gioventù, l’onore e perfino l’anima, per inseguire un bene così effimero, così rapidamente devastato dalla morte.

Margherita rivolse il pensiero a Dio. Chiese perdono di tutto il male che aveva fatto. E da quel giorno pensò solo a riempire la sua vita di opere buone, diventando una santa.

FIORETTO: Riflettiamo sulla morte, pensando al significato della vita.

GIACULATORIA: L’eterno riposo dona loro o Signore, te lo chiediamo con tutto il cuore.

PREGHIERA: Ricordati, o Signore, di tutti coloro che ci hanno preceduto con il segno della fede e dormono il sonno della pace. Dona loro, o Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo, la beatitudine, la luce e la pace, te lo chiediamo per Gesù Cristo nostro Signore. Amen!

Quindicesimo giorno

IL PURGATORIO

- Al di là di questo mondo, che noi vediamo, ve ne è un altro, invisibile e vastissimo, popolato da un’infinità di spiriti, ossia da angeli e da anime, che hanno lasciato la terra.

Immediatamente dopo la morte, si deciderà la nostra sorte definitiva. Dopo di allora, ogni cambiamento sarà impossibile. Saremo subito giudicati per andare incontro alla vita o alla morte eterna.

- Chi sarà privo della grazia al momento della morte, avrà immediatamente l’inferno. Chi si troverà in stato di grazia avrà la felicità eterna.

Non sempre però l’ingresso nella gloria di Dio è immediato. Per poter vedere Dio subito, bisogna essere perfetti. Nel caso si avessero alcune imperfezioni, occorrerà attraversare una fase di purificazione.

Questo processo di purificazione è appunto ciò che chiamiamo purgatorio.

- Il purgatorio è frutto della sapienza di Dio. È vero che le anime soffrono pene e tormenti, ma nello stesso tempo si purificano e si dispongono all’ascesa al cielo.

S. Leone, parlando del purgatorio, usa questa espressione: «o tormenti della misericordia! Dio fa soffrire ed ama».

Le anime del purgatorio sentono infine che Dio resta sempre loro padre.

ESEMPIO: Lo scrittore S. Brunner nel suo libro Donde veniamo? Dove andiamo? narra un fatto ascoltato da chi ne era stato il protagonista. «Era una giornata di freddo inverno, Weber cappellano al Mittelbergh, era a tavola col parroco, quando un povero giovane ammalato venne a chiedere l’elemosina.

Weber, dopo che il giovane si fu rifocillato, propose che si riposasse in una stanzetta e il parroco acconsentì.

Il ragazzo gliene fu riconoscente e approfittò per istruirsi nella verità di fede cristiana. Ma il male degenerò e, a poco a poco, ridusse il giovane agli estremi e gli tolse la vita.

Nell’inverno successivo Weber fu costretto a visitare un ammalato a circa un’ora di cammino dalla sua abitazione. Al ritorno s’era fatto notte, cadeva la neve tanto da rendere la strada invisibile. Senza accorgersi era giunto su un lastrone di ghiaccio che al suo peso si squarciò. Weber sprofondò sino a metà corpo nell’acqua.

Tentò con tutte le forze di uscirne, sinché non si accorse che ormai era perduto. Quando già disperava di salvarsi ecco che si avvicinò una gran luce e vide distintamente il giovane morto da lui curato che gli venne vicino. Gli porse la mano, lo sottrasse dal pericolo e gli indicò la direzione da prendere. Weber poté raggiungere felicemente la casa.

FIORETTO: Dopo aver commesso qualche mancanza, pentiamocene dicendo: misericordia, o Signore. Abbi pietà di noi.

GIACULATORIA: Degnati o Signore, di custodirci senza peccato in questo giorno.

PREGHIERA: Mio Signore e mio Dio, purificami come vuoi in questa vita e trasformami in modo tale che io non abbia bisogno, dopo morto, di passare per il fuoco dell’espiazione (S. Agostino).

Sedicesimo giorno

EVITIAMO IL PURGATORIO

- Per evitare le sofferenze del purgatorio, basta fare una cosa sola: vivere perfettamente la nostra vita cristiana, amando Dio sopra ogni cosa, e amandolo nel nostro prossimo che ce lo rivela concretamente.

In particolare, si evita il purgatorio vincendo le nostre pigrizie, le nostre viltà, la ricerca del piacere, la vanità che lasciamo infiltrare anche nella pratica del bene. E cercando di scontare la pena dei peccati di cui abbiamo già chiesto il perdono. Con l’accettazione del sacrificio quotidiano, e con l’acquisto delle indulgenze che la Chiesa ci mette a disposizione con tanta generosità.

- Oggi si cerca in tutti i modi il potere, la ricchezza e il piacere, evitando la sofferenza e la fatica. Per questo si ricorre ad ogni mezzo, e non si rispettano le cose più sacre, come la vita che nasce e la santità dell’amore coniugale.

- Una tale mentalità edonista ha contagiato anche i cristiani, che pare dimentichino le parole di Gesù, quando dice che è beato chi è umile, sofferente, oppresso.

Ma nessuna ideologia può cambiare la realtà. In paradiso comincia ad entrare oggi chi piange ed è povero, chi imita Gesù Cristo sofferente. Solo l’accettazione del sacrificio fino alla morte, sull’esempio di Gesù ci aprirà la porta del cielo, senza passare per le sofferenze del purgatorio.

ESEMPIO: Troppo spesso pensiamo che le nostre piccole colpe siano prive d’importanza. Ecco come Dio punì il re Davide per una semplice vanità.

Il re Davide volle un censimento di tutto il suo popolo ma solo per un senso di vanità. Difatti ciò avvenne ma poi il re riflettendo chiese perdono al Signore. Gad che era un profeta gli disse che doveva scegliere una fra tre punizioni che il Signore gli mandava. Il re Davide scelse la peste in tutta Israele. Così il Signore mandò la peste. Da Dan sino a Betsabea morirono 70.000 persone. E quando l’angelo ebbe la mano stesa su Gerusalemme, il Signore si pentì di quel male e fermò l’angelo che distruggeva il popolo.

Davide eresse un altare sull’aia di Arsana il Gebuseo, offrì olocausti e sacrifici di comunione e chiese perdono per le sue imperfezioni.

FIORETTO: Recitiamo un atto di dolore. Atto di dolore Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

GIACULATORIA: Purifica il mio cuore, liberami da ogni colpa, Signore.

PREGHIERA: Concedi, o Signore, al popolo cristiano di iniziare un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male.

Diciassettesimo giorno

AIUTIAMO LE ANIME DEL PURGATORIO

- Le anime purganti sono immerse nelle sofferenze ma non possono far niente per mitigarle o lenirle. Possono solo purificarsi nel dolore, perché la loro prova terrena è ormai completamente conclusa.

Esse possono contare solo su di noi. Noi sappiamo che per quella consolante comunione che esiste nel corpo mistico di Cristo, la Chiesa pellegrina sulla terra può intercedere per quella sofferente nel purgatorio; e che anche i singoli credenti possono offrire un aiuto con i loro suffragi.

- È molto consolante credere che le nostre lacrime possano ancora allietare i nostri defunti, che il nostro amore possa ancora rasserenarli.

Occorre però tenere ben presente che il nostro ricordo non si deve ridurre a quelle manifestazioni esteriori, che servono solo alla vanità dei vivi e non giovano niente al bene dei nostri cari defunti.

Se amiamo veramente coloro che non sono più con noi, dobbiamo prima di tutto fare il possibile per liberarli dalle pene del purgatorio con opere di suffragio.

ESEMPIO: La recita del santo rosario giova immensamente alle anime del purgatorio. Difatti al tempo di san Domenico viveva a Roma una donna di nome Caterina, che era lo scandalo della città. Ma le prediche del santo la toccarono e la convertirono, tanto che divenne una fervente devota delle anime del purgatorio, recitando ogni sera il santo rosario.

Il Signore dimostrò con un prodigio quanto giovi ai defunti la recita della corona. Un giorno mentre Caterina recitava la terza parte del rosario, ebbe una visione: vide Gesù, dal cui adorabile corpo partivano cinquanta getti di acqua, corrispondenti alle cinquanta Ave Maria della terza parte della corona: getti d’acqua che cadevano in purgatorio e rendevano liete e sorridenti quelle anime benedette.

FIORETTO: Recitiamo il santo rosario per la persona a noi più cara.

GIACULATORIA: Maria concepita senza peccato, prega per noi.

PREGHIERA: Mio Dio, concedi alla persona che piango e che dorme sotto a una pietra le gioie del paradiso. Permetti che la sua anima possa vegliare su di noi. Fa’ infine che nel gran giorno della risurrezione possiamo essere degni di prender posto tra gli eletti. Amen!

Diciottesimo giorno

LE ANIME ABBANDONATE

- Quante belle parole, quante lacrime, quante promesse ci vincolano accanto a quel letto di morte! E poi? Dopo un po’, dopo alcuni mesi ripensandoci… dimentichiamo tutto. Il ricordo incomincia ad attenuarsi, a svanire, a perdersi nel tempo. Nuovi fatti, nuove preoccupazioni sopraggiungono tanto da farci dimenticare i nostri morti.

Le promesse sono svanite. Essi pensano ancora a noi e noi…? È questa la gratitudine umana!

- «Che scena assurda – scrive S. Cirillo d’Alessandria – vi è tra il purgatorio e la terra! Là i defunti soffrono ogni tormento; qui non vi è chi si muova a compassione per essi. Là si elevano alte grida di dolore e in terra non vi è chi presti orecchio ai loro lamenti».

La nostra dimenticanza amareggia le anime perché si sentono trascurate proprio da quelle persone beneficate in vita.

- Tutto questo reca danno alla nostra coscienza perché veniamo meno al sacro dovere della carità, virtù essenziale nella vita cristiana.

Certamente anche noi abbiamo dei cari defunti ai quali siamo obbligati per vincoli di sangue e di gratitudine. Cerchiamo di tenerli vivi nelle nostre preghiere e ogni tanto facciamo celebrare qualche santa messa in loro suffragio. Ne trarremo nel tempo copiosi benefici.

ESEMPIO: La madre di Don Bosco.

Il 25 novembre del 1856 mamma Margherita lasciò la terra. Don Bosco pianse amaramente e non cessava di suffragarne l’anima. Dopo quattro anni vicino al santuario della Consolata in un angolo vide sua madre.

«Tu qui, mamma, – disse Don Bosco – ma non sei morta?». «Sono morta, eppure vivo, rispose la madre».

- Ma sei felice?

- Felicissima al cospetto di Dio! – Subito dopo morta?

- No. Ho dovuto fare il mio purgatorio. – E ora come stai in paradiso?

- Ah! Non posso dirtelo.

- Dammi almeno qualche segno della tua felicità. Ed ecco che mamma Margherita rifulse di una luce nitida e celestiale. Le sue vesti divennero splendenti e preziose; le sue labbra si aprirono ad un canto dolcissimo. Le sue ultime parole furono: «Addio, figlio mio, ti aspetto in paradiso».

FIORETTO: Recitiamo tre volte il Padre nostro in suffragio delle anime che si trovano in purgatorio forse per causa nostra.

GIACULATORIA: Credo che in Cristo risorgerò e per sempre con lui vivrò.

PREGHIERA: O Dio, che sei generoso nel perdono, e vuoi la salvezza degli uomini, noi supplichiamo la tua clemenza. Concedi alle anime dei nostri fratelli, parenti e benefattori che hanno lasciato questo mondo, di essere partecipi della felicità eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen!

Diciannovesimo giorno

IL SUFFRAGIO

La parola “suffragio” significa: aiuto, soccorso. I suffragi quindi sono degli aiuti spirituali che possiamo offrire alle anime del purgatorio. Così sono suffragi: la S. Messa, le preghiere, le offerte, le penitenze ecc.

- Nella Sacra Scrittura si parla di suffragi che il popolo ebreo offriva a Dio sulle tombe dei morti.

Per la sepoltura di Mosé e di Aronne il popolo offrì sacrifici a Dio per trenta giorni. Così Giuda Maccabeo che fece offrire sacrifici per i suoi soldati morti in guerra.

- S. Giovanni Crisostomo ci ricorda che «bisogna soccorrere i defunti non con le lacrime, ma con le preghiere, con le elemosine, con le penitenze».

S. Efrem nel suo testamento raccomandava: «Fratelli miei, vi esorto a ricordarvi di me dopo la mia morte; perché le preghiere dei viventi sono un refrigerio per i morti».

Il Concilio di Trento ha definito che noi «con i nostri suffragi possiamo aiutare le anime del purgatorio».

- Possiamo dedurre con tutta sicurezza che la fede nel purgatorio e i suffragi per i morti entrano nel patrimonio indistruttibile della nostra religione, perché si ricollegano ai primordi della Chiesa stessa.

Giova ricordare che affinché le nostre opere siano efficaci per ottenere da Dio il suffragio e l’aiuto per le anime, debbono essere fatte in grazia, con l’intenzione di applicarne il frutto per i defunti.

ESEMPIO: Vi era una volta un padre, che aveva un unico figliuolo, il quale era tutta la sua gioia e tutto il suo amore. Prima di morire lo chiamò al suo capezzale e gli disse: «figlio mio, quando sarò morto, ricordati di me! ».

Il figlio gli disse di sì e mantenne la parola. Infatti, morto il padre, fece celebrare per lui delle messe, e ogni sera recitava delle preghiere in suo suffragio.

Una notte gli apparve il padre in sogno e gli disse: «figlio mio! I suffragi, che fai per me, mi giovano ben poco, perché li fai in peccato. Come può gradirli il Signore? Metti prima in pace la tua coscienza e poi fà per me dei suffragi, se vuoi che mi siano utili».

FIORETTO: Suffraghiamo anche noi i defunti. È il miglior atto di carità che possiamo fare per loro.

GIACULATORIA: Vergine potente, prega per noi. Vergine clemente, prega per noi.

PREGHIERA: Ricordati o Signore, di quanti ti abbiamo nominato o non nominato. Concedi loro riposo nella terra dei viventi, nel tuo regno e dona loro la gioia di poter contemplare il tuo volto. Amen!

Ventesimo giorno

LE NOSTRE PREGHIERE

- La preghiera può tutto e quindi può recare sollievo alle anime del purgatorio. Per cui il monito dell’Ecclesiaste: «Anche ai morti non negare la carità» (Qo 7,33).

«È santo e salutare pregare per i morti affinché siano sciolti dalle loro colpe». Sono queste parole della Chiesa e il suo monito di pregare per i defunti.

S. Brigida ci assicura che il S. Cuore si compiace tanto per le preghiere che gli si fanno in suffragio dei defunti.

- La preghiera allevierà le pene di quelle anime, che, in cambio, rivolgeranno il loro pensiero grato a Dio per noi.

La preghiera – scrive s. Agostino – è la chiave preziosa che ci apre i tesori della grazia divina. Lo stesso santo, dopo aver detto che i cristiani possono piangere i loro morti e seppellirli dignitosamente, aggiunge: «Adempiano pure gli uomini verso i loro cari questi supremi doverosi uffici, si concedano questi sollievi all’umano dolore. Ma a quei mezzi che giovano alle anime dei defunti, cioè le oblazioni, le orazioni, le elemosine, le offerte, ricorrano per essi con molta maggior diligenza, insistenza, obbedienza, se amano non solo carnalmente, ma anche spiritualmente i loro cari, morti nella carne, non nello spirito».

ESEMPIO: Ricca, avvenente e bella era la sorella di s. Vincenzo Ferreri. Ma la sua vita era del tutto opposta a quella del fratello. Per un grave peccato commesso, dopo la sua morte fu condannata a rimanere in purgatorio per parecchio tempo. Subito dopo apparve al fratello e gli disse: «Fratello mio, quanto soffro in purgatorio!».

S. Vincenzo, a questa dolorosa notizia, tremò tutto, pianse, pregò, affrontò aspre penitenze e celebrò messe gregoriane in suffragio dell’anima, finché la rivide un altro giorno, mentre volava verso il cielo. Così gli disse: «Mio caro fratello, per le tue preghiere io lascio il purgatorio e me ne vado in paradiso.

FIORETTO: Preghiamo per i nostri morti e specialmente per le anime più abbandonate.

GIACULATORIA: Dolce Cuore di Maria siate la salvezza dell’anima mia.

PREGHIERA: O Dio, che domini le guerre, e il cui possente aiuto respinge gli aggressori di quelli che sperano in te; vieni in aiuto dei tuoi servi che implorano la tua misericordia mentre ti preghiamo di accogliere nel paradiso tutti coloro che sono morti per la guerra, vittime dell’odio e della malizia degli uomini, possano presto godere della gioia.del tuo volto. Per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo. Amen!

Ventunesimo giorno

DOVERE DI GIUSTIZIA

- I vivi spesso non pensano più ai loro defunti. La maggior parte degli uomini dopo un certo numero di anni non rivolge più un pensiero alle anime dei trapassati. Eppure noi cristiani abbiamo il sacrosanto dovere di ricordarci di loro.

Per dovere di giustizia e per la carità cristiana che ci lega, siamo tenuti ad aiutarli con le nostre preghiere o con altri suffragi.

- Pensiamo a quello che fanno un padre e una madre per i loro figli. Per procurare del pane e un avvenire sicuro, lavorano, sudano, si sacrificano, si privano di tanti divertimenti.

Ora, se i nostri genitori si trovano a penare nel purgatorio e di là invocano il nostro soccorso, possiamo rimanere indifferenti davanti alle loro sofferenze e alle loro richieste di preghiere? No! Per dovere siamo tenuti a ricordarci di loro aiutandoli nel modo migliore e più consono alle nostre possibilità.

- Per dovere di giustizia siamo tenuti a ricordarci anche dei nostri benefattori. Essi ci hanno fatto del bene sia con le parole che con qualche aiuto materiale. Tra i nostri benefattori sono da annoverare soprattutto coloro che hanno contribuito alla diffusione del regno di Cristo sulla terra, nella propria nazione o in terre lontane di missione.

Raccomandiamoli all’eterno sacerdote Gesù! È nostro dovere pregare per essi che sono i veri benefattori dell’umanità.

ESEMPIO: Santa Elisabetta, regina d’Ungheria, era l’angelo della carità. Ella trovava la sua gioia nel soccorrere i poveri e nell’assistere i lebbrosi.

Un giorno le morì la madre, e la santa non cessò di suffragare l’anima benedetta. Una notte mentre pregava le apparve la madre e le disse: «Figlia, figlia mia, quanto ho fatto per te! Ora tocca a te. Continua ad aiutarmi con i tuoi suffragi! ».

Santa Elisabetta aumentò le sue preghiere e le sue penitenze finché un’altra notte rivide la sua diletta madre nel momento di volare verso il cielo.

FIORETTO: Facciamo celebrare qualche messa in suffragio di chi riteniamo ne possa avere più bisogno.

GIACULATORIA: Porta del cielo, prega per noi. Rifugio dei peccatori, prega per noi.

PREGHIERA: O Signore, ti preghiamo per chi tu ben conosci. Non ricordare i suoi errori e le sue colpe. Fa’ che questa separazione dai suoi cari sia pacifica e benedetta. Lenisci il dolore dei superstiti con lo spirito di consolazione e dona a tutti noi una buona fine. Amen!

Ventiduesimo giorno

ANCHE LA CARITA’ CI OBBLIGA

«Tutto ciò che si offre per carità, si cambia in merito per noi e dopo la morte ne ritroveremo il centuplo (S. Ambrogio)».

- Per dovere di giustizia siamo tenuti a soccorrere le anime a noi più vicine e più care; ma per la legge della carità cristiana siamo tenuti a suffragare tutte le anime del purgatorio.

Ce lo comanda Gesù, che è venuto ad insegnarci l’amore per tutti. «Amatevi! » ecco il comandamento di Gesù. Amare tutti i nostri fratelli senza distinzione alcuna perché figli dello stesso Padre.

- Se un membro di una famiglia soffre, gli altri sono tenuti ad aiutarlo. Se una parte del nostro corpo soffre subito ci preoccupiamo per lenire questo dolore. Se un popolo chiede il nostro aiuto ognuno deve sentirsi solidale e responsabile nell’ambito delle proprie capacità.

Così in terra altrettanto con le anime del purgatorio. La carità che facciamo ricade su di noi come una pioggia di grazie e di benedizioni. Il Signore non si fa vincere in carità dalle sue creature.

- Se noi avremo recato del bene a tutte quelle anime desiderose delle nostre preghiere, il Signore ci aiuterà in vita con le sue grazie e in punto di morte ci farà sperimentare le sue divine misericordie, ricambiandoci la carità che avremo usato ai defunti col richiamarci al premio eterno.

ESEMPIO: A Roma viveva un ricco signore, che non faceva mai elemosina, né mai si degnava di elevare al cielo una preghiera per i suoi defunti. Spesso la moglie gli diceva di far celebrare qualche messa perle anime dei loro cari estinti ed egli rispondeva: «i morti non hanno bisogno di niente e tantomeno di messe». Giunse l’ora della sua morte e la moglie pietosa fece celebrare diverse messe in suo suffragio. Una notte le apparve e le disse: «Mia cara consorte, le messe che fai celebrare per me, mi giovano ben poco. Io in vita sono stato duro di cuore con le anime del purgatorio e avaro con gli uomini. Ora il Signore è duro di cuore nei miei confronti e sto a scontare enormi pene».

FIORETTO: Recitiamo il De Profundis, in suffragio di quegli infelici, che morirono senza il conforto dei sacramenti. Dal profondo a te grido, o Signore;

Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore,

Signore, chi potrà sussistere?

Ma presso di Te è il perdono;

perciò avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola.

L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia

e grande presso di Lui la redenzione;

Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

GIACULATORIA: Liberami, o Signore, dai miei nemici.

PREGHIERA: Libera, o Signore, i nostri fratelli da ogni vincolo di peccato: tu che nel battesimo hai impresso in loro l’immagine di Cristo tuo Figlio, fa’ che vivano con il Signore risorto nella gloria dei santi. Amen!

Ventitreesimo giorno

LA SANTA MESSA È IL MIGLIOR SUFFRAGIO

- Il Concilio di Trento, dice esplicitamente: – Le anime del purgatorio sono soccorse dai suffragi dei fedeli, ma soprattutto dal prezioso sacrificio dell’altare.

Trecento anni prima s. Tommaso aveva insegnato la stessa dottrina: – Questo sacrificio è il miglior mezzo per liberare presto le anime sofferenti.

- Alla messa non solamente il sacerdote e i fedeli domandano a Dio la grazia per quelle anime, ma gli offrono un riscatto di immenso valore.

Un fatto speciale della messa, va per l’anima per la quale la s. messa è in modo speciale applicata, mentre il frutto generale va a tutta la Chiesa.

Tertulliano nel terzo secolo scriveva: «la vedova prega per l’anima dello sposo defunto e gli ottiene ristoro… ed offre per lui il sacrificio nei giorni anniversari della sua morte».

- Ognuno, dopo aver partecipato alla messa e con la grazia di Dio riceve l’eucaristia, deve compiere opere buone, comportarsi onestamente, essere di esempio cristiano nel mondo che lo circonda.

Se amiamo veramente i nostri cari, se vogliamo davvero fare veri suffragi, dobbiamo dare la massima importanza al sacrificio eucaristico. Non si tratta quindi di pagare semplicemente una messa, ma di unire la propria carità all’amore di Cristo.

ESEMPIO: Nella vita del curato d’Ars è scritto che egli, per animare i devoti verso il santo sacrificio della messa, racconta il seguente episodio. Un sacerdote pregava per un suo amico defunto e avendo gli il Signore rivelato che questi era nel purgatorio, credette di non poter far di meglio che offrire il santo sacrificio per suffragare l’anima. Giunto il momento della consacrazione e presa l’ostia nelle mani, disse al Signore: «Padre santo ed eterno, facciamo un cambio: voi tenete l’anima del mio amico che sta in purgatorio, ed io tengo nelle mie mani il corpo del vostro Figlio con tutti i meriti della sua passione e morte». Così fu, al momento dell’elevazione il sacerdote vide l’anima del suo amico salire al cielo.

FIORETTO: Ogni messa a cui partecipiamo, deve impegnarci a diventare migliori, a vivere per dare gloria a Dio.

GIACULATORIA: Come il cervo desidera l’acqua zampillante della fonte, così l’anima mia desidera te, o Dio.

PREGHIERA: O Gesù redentore, per il sacrificio che hai fatto di te stesso sulla croce e che rinnovi quotidianamente sui nostri altari, per tutte le sante messe che si celebrano nel mondo, esaudisci la nostra preghiera, donando alle anime dei nostri morti l’eterno riposo. Amen!

Ventiquattresimo giorno

MESSE GREGORIANE

- L’insegnamento della Chiesa antica sul purgatorio lo compendia e lo adatta s. Gregorio Magno, colui al quale si richiama l’origine delle messe da lui dette “gregoriane”. Queste furono dette per la prima volta nel suo monastero di s. Andrea a Roma per un povero monaco che faceva l’infermiere medico della comunità. Il monaco di nome Giusto, pur squisito nella sua carità verso il santo e i confratelli, aveva mancato alle regole della povertà piuttosto gravemente. Se ne pentì alla fine e il caso divenne pubblico e indusse tutti i monaci a pacificarsi.

- Morto, la comunità volle ricompensare i sacrifici fatti dal defunto. Suffragio efficace fu la celebrazione di sante messe per lui. Se ne dissero trenta, e alla fine delle trenta, celebrate senza interruzione, il monaco apparve ringraziando e dicendo che ormai era felice in cielo.

- S. Gregorio narra lo stesso episodio. Messe non poteva celebrare allora, essendo soltanto diacono. Ma fece preghiere, fece sacrifici, partecipò alle messe. Si unì nell’eucaristia.

L’insegnamento del Papa dice due cose: prima: esiste un luogo di purificazione, secondo: con i nostri suffragi possiamo giovare alle anime che attendono alla loro purificazione, affrettare questa infusione di amore di Dio che le trasformi e le renda degne del cielo.

ESEMPIO: S. Agostino ci ricorda il decesso di sua madre. Si trovano ad Ostia, in procinto di partire per l’Africa. Monica, la madre, è colta da febbri altissime. Il fratello di Agostino, perché la mamma non morisse in terra straniera, voleva assolutamente affrontare il viaggio non facile.

La mamma interruppe: «Non perdetevi in parole vane. Seppellite questo mio corpo dove volete. Solo vi prego: dovunque possiate essere, ricordatevi di me all’altare del Signore».

Monica spirò nove giorni dopo.

FIORETTO: Se la nostra mamma terrena non è più con noi, affidiamola alla Mamma celeste recitando cinque Ave Marie.

GIACULATORIA: Dolce cuor del mio Gesù fa’ che t’ami sempre più.

PREGHIERA: O Dio del mio cuore, esaudiscimi per amore del Salvatore piagato che un giorno pendette dalla croce, e ora intercede per noi, sedendo alla tua destra. Io so che mia madre ha esercitato opere di misericordia e ha perdonato di cuore ai suoi debitori. Ora perdona anche tu i suoi debiti. Perdona, o Signore, te ne supplico, non entrare in giudizio con lei! La tua misericordia sia più alta del tuo giudizio» (S. Agostino).

Venticinquesimo giorno

LE OFFERTE

- Un altro modo con cui possiamo aiutare le anime del purgatorio è tramite l’offerta fatta ai bisognosi, ai nostri fratelli sofferenti e a tutte quelle opere che si dedicano alla diffusione della Buona Novella.

Ma cos’è un’offerta? È dare qualcosa a chi è nel bisogno. Noi cristiani abbiamo il dovere di soccorrere i nostri fratelli. È un dovere che scaturisce dal precetto della carità. Amare il prossimo significa aiutare il prossimo.

Inoltre è Dio stesso che ce lo ordina: «non mancano dei poveri in mezzo a voi; ebbene io vi comando di aprire la mano al vostro fratello bisognoso e povero» (Dt XV, 11). E Gesù nel Vangelo ci esorta: «Date a chi vi stende la mano; ciò che vi avanza datelo ai poveri» (Lc 11,41).

- Ricordandoci di chi è nel bisogno, noi attiriamo sul nostro capo le più elette benedizioni del cielo. Dice Gesù: «Date e riceverete». Noi aiutiamo i nostri fratelli e Dio aiuta noi in tutte le nostre necessità spirituali e materiali.

- Nell’offerta possiamo mettere le nostre intenzioni per suffragare le anime del purgatorio e se ciò avviene anche a costo di sacrifici allora ha maggior valore la nostra generosità.

L’obolo della vedova del Vangelo ebbe più merito davanti a Dio che il denaro offerto nel tempio dai ricchi giudei (Lc 21, 2-4).

ESEMPIO: Una mattina un sacerdote, mentre stava pregando nella chiesa di s. Cecilia a Roma, vide la Santissima Vergine in mezzo a un coro di angeli. Dopo un po’ sopraggiunse una povera vecchierella con un ricco mantello sulle spalle, che implorava la Madonna ad avere pietà per un suo benefattore, Giovanni Patrizi, passato da poco all’altra vita.

- Oh Madre di Dio, Giovanni Patrizi, in un brutto giorno d’inverno, mentre io tutta tremante stavo sui gradini di una chiesa a te dedicata, si è tolto il mantello e lo ha messo sulle mie spalle. Per quest’opera di carità dagli il paradiso.

A queste parole la Vergine sorrise e poi disse alla vecchierella: «Il tuo benefattore per tanti peccati commessi, meriterebbe ben altro; ma per averti usato la carità, donandoti il suo ricco mantello, io gli accordo, il mio patrocinio.

FIORETTO: Facciamo qualche offerta per i seminari dove crescono, studiano e pregano i futuri sacerdoti in suffragio di coloro che sulla terra sono stati duri di cuore.

GIACULATORIA: Il Signore è la mia salvezza. Non ho timore di nulla con nel cuore questa certezza.

PREGHIERA: Libera, o Signore, i nostri fratelli da ogni vincolo di peccato: tu che nel battesimo hai impresso in loro l’immagine di Cristo tuo figlio, fà che vivano con il Signore risorto nella gloria dei santi.

Ventiseiesimo giorno

LE INDULGENZE

- Le indulgenze possono essere parziali o plenarie, a seconda che liberano in tutto o in parte dalla pena temporale dovuta per i peccati. Ambedue i tipi di indulgenze, sia le parziali che le plenarie, possono sempre essere applicate ai defunti a modo di suffragio.

- È importante ricordare che per acquistare l’indulgenza è necessario eseguire l’opera indulgenziata e adempiere a tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del sommo pontefice. Si richiede inoltre che sia escluso qualsiasi affetto al peccato anche veniale.

- Le indulgenze non sono un procedimento di tipo fiscale per dispensare meccanicamente dei benefici di ordine spirituale. Loro scopo non è solo di aiutare i fedeli a scontare le pene meritate col peccato, ma anche di spingere a compiere opere di pietà, di penitenza e carità, specialmente quelle che servono all’incremento della fede e del bene comune.

Le indulgenze che si acquistano per i defunti sono uno stimolo a esercitare la carità fraterna ed elevano la mente con i pensieri delle verità eterne.

Un cristiano non apprezzerà mai abbastanza questo mezzo potente, che la Chiesa gli mette a disposizione per mitigare efficacemente le sofferenze delle anime purganti.

ESEMPIO: Efficacia delle indulgenze – Per far capire ai fedeli come sia poco saggio trascurare le indulgenze, mons. Gaume ricorre al seguente paragone: «Supponiamo di andare a visitare una immensa prigione, dove sia rinchiuso un gran numero di persone, condannate a pene di varia durata. La loro condizione ci commuove e ci spinge a dire: – Il re nella sua bontà vuole abbreviare le vostre pene, o anche condonarvele completamente, purché compiate una piccola pratica di pietà. Se accettate, vi saranno aperte le porte della prigione e potrete ritornare nelle vostre famiglie.

Ci sarà un solo carcerato che non accetterà una tale condizione? Ebbene, questi carcerati siamo noi, incapaci di pagare da soli i nostri debiti con la giustizia di Dio: la prigione è il purgatorio. Le pene di questo mondo non sono niente a confronto di quelle che si soffrono nell’altra vita. Ci viene proposto di liberarcene a condizioni facilissime e noi rifiutiamo di accettarle? O accettandole, le compiamo con scandalosa negligenza? Se un giorno dovremo languire nel fuoco del purgatorio, dobbiamo proprio dire che ce lo siamo andati a cercare».

FIORETTO: Recitiamo l’atto di dolore. Atto di dolore Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.

GIACULATORIA: Il Signore è la mia salvezza. – Non ho timore di nulla – con nel cuore questa certezza.

PREGHIERA: Libera, o Signore, i nostri fratelli da ogni vincolo di peccato: tu che nel battesimo hai impresso in loro l’immagine del Cristo tuo Figlio, fa’ che vivano con il Signore risorto nella gloria dei santi.

Ventisettesimo giorno

QUALI INDULGENZE

- Le indulgenze sono un mezzo prezioso per aiutare i nostri defunti. Ma non sempre si conosce quali sono, anche perché la materia è stata riordinata in tempi recenti. Crediamo quindi utile pubblicare un elenco delle principali indulgenze plenarie e parziali.

Indulgenze plenarie

- In tutte le chiese e oratori pubblici o, per quelli che ne usano legittimamente, semipubblici, si può acquistare il 2 novembre un’indulgenza plenaria da applicarsi soltanto ai defunti.

- Nelle chiese parrocchiali si può acquistare l’indulgenza plenaria due volte all’anno, cioè nella festa del Santo titolare e il 2 agosto, in cui ricorre la Porziuncola, oppure in altro giorno stabilito dal vescovo. Queste indulgenze si possono acquistare nei giorni stabiliti, oppure, col consenso del vescovo, la domenica antecedente o seguente.

- Chi in punto di morte non possa essere assistito da un sacerdote che gli amministri i sacramenti e gli impartisca la benedizione apostolica con l’annessa indulgenza plenaria, può acquistare ugualmente l’indulgenza plenaria, purché sia debitamente disposto e abbia recitato durante la vita qualche preghiera. Per l’acquisto di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso. Questa stessa indulgenza in punto di morte può essere lucrata da chi nello stesso giorno abbia già acquistato un’altra indulgenza.

Indulgenze parziali

Ricordiamo che queste indulgenze non hanno più nessuna determinazione di giorni o anni, come in passato, ma sono indicate semplicemente come “indulgenze parziali“. Con queste indulgenze, il fedele può ottenere una remissione di pena temporale tanto maggiore quanto maggiore è il suo fervore e l’importanza dell’opera compiuta.

- Chi usa devotamente un oggetto di pietà (crocifisso, croce, corona, scapolare, medaglia), benedetto da un sacerdote qualsiasi, può lucrare un’indulgenza parziale.

Se poi tale oggetto religioso è benedetto dal papa o da un vescovo, chi lo usa devotamente può acquistare anche l’indulgenza plenaria nella festa degli apostoli Pietro e Paolo, aggiungendo però la professione di fede con qualsiasi formula legittima.

ESEMPIO: Salvo per aver perdonato – Mentre s. Margherita Maria Alacoque era maestra delle novizie le si presentò una pia giovanetta che non si dava pace per la sorte incerta del suo papà morto. La santa l’assicurava che suo padre era salvo.

Ma la giovane: «Volesse il cielo. Ma io so che il povero papà mio, per quanto buono, nutriva un odio mortale verso un suo nemico». E s. Margherita ad assicurarla che suo padre era ormai in paradiso, come le aveva rivelato Gesù; anzi le diceva che tra qualche giorno sarebbe stata visitata da sua madre, dalla quale avrebbe avuta certezza di ciò che egli aveva fatto in punto di morte.

Dopo due giorni infatti la madre andò al monastero per visitare la figlia e le disse che il papà, mentre riceveva il santo viatico, avendo scorto che tra i presenti vi era colui dal quale aveva ricevuto tanti torti, lo chiamò a sé e gli perdonò generosamente l’affronto.

FIORETTO: Recitiamo l’atto di speranza. Atto di speranza Mio Dio, spero dalla tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare. Signore, che io possa goderti in eterno.

GIACULATORIA: Mio Dio, io credo in te, mio Dio, io spero in te.

PREGHIERA: O Padre santo, che con il battesimo ci hai sepolti a somiglianza della morte del tuo Figlio e con lui ci hai risuscitati, fa’ che possiamo condurre una vita rinnovata, così da vivere sempre con Cristo anche dopo la morte corporale.

Ventottesimo giorno

LA VITA ETERNA

- Noi crediamo che la nostra anima è immortale. Tuttavia, questo non ci basta. Noi ci aspettiamo qualcosa di più e di più preciso di una vaga immortalità, perché Dio ci ha promesso la vita eterna, accanto a lui, nella nostra umanità completa.

- La salvezza ci è venuta da Gesù Cristo, attraverso la sua morte e risurrezione. Ed egli è ora il primogenito della nuova generazione di uomini, che devono risuscitare e stare -accanto al Padre celeste col corpo glorioso.

- Innestati in Cristo mediante il battesimo, partecipiamo alla sua Pasqua. E così la morte non è più la distruzione, ma la strada che porta alla vita: La separazione dell’anima dal corpo sarà per noi solo temporanea; e un giorno risorgeremo anche noi per vivere sempre, accanto a Dio con la nostra umanità completa.

- Visto dall’esterno, un cristiano è un uomo come tutti gli altri, a cui non è risparmiatola sofferenza e quella sofferenza più grande di tutte che è la morte.

Guardando però le cose a fondo, vediamo che la vicenda umana ha cambiato completamente significato per noi. La sofferenza non è più per noi una diminuzione di vita, ma la via per ottenere una vita sempre più piena.

La morte è angosciosa, ma ha perso per noi il suo significato di condanna e necessità, per diventare un gesto di uomini liberi. Noi accettiamo liberamente la morte per conformarci alla volontà di Dio, per realizzare il suo disegno di salvezza, come l’accettò Gesù Cristo, ben sapendo che nulla al mondo ci può separare da Dio e che un giorno gli saremo vicino con il nostro corpo glorioso. Chiediamo alla Madonna, già gloriosamente Assunta, di aiutarci a vivere ogni giorno come persone che sono candidate alla risurrezione.

ESEMPIO: Come avvenne l’assunzione della Madonna. Il brano è tratto da una omelia di s. Giovanni Damasceno (VII secolo). Prendendo la parola Giovenale rispose: La Sacra Scrittura, ispirata da Dio, non riferisce ciò che riguarda la morte della santa Madre di Dio Maria. Ma noi sappiamo, per antichissima e veracissima tradizione, che al momento della dormizione gloriosa, tutti i santi apostoli, che stavano percorrendo la terra per portare la salvezza ai popoli, in un istante trasportati in aria, si trovarono radunati a Gerusalemme.

Quando furono accanto a lei, apparvero loro in visione degli angeli e si sentì una divina melodia delle supreme potestà. E così, tra una gloria divina e celeste, la Vergine affidò alle mani di Dio la sua santa anima, in una maniera che non è possibile descrivere.

Il suo corpo, che era stato tabernacolo di Dio, tra i canti degli angeli e degli apostoli, fu trasportato e seppellito in una tomba del Getzemani, ove per tre giorni continuò senza tregua il canto dei cori angelici. Dopo il terzo giorno, la celeste melodia cessò.

Erano presenti tutti gli apostoli, eccetto Tommaso, il quale giunse solo il terzo giorno, e chiese di poter venerare il corpo, che aveva portato Dio.

Gli apostoli aprirono il sepolcro; ma quel corpo, degno d’ogni lode, non lo trovarono; videro invece deposte là le vesti funebri e da esse sentirono sprigionarsi un ineffabile profumo che li pervase tutti; ed essi chiusero il sepolcro.

Furono stupiti del prodigio e questo solo poterono concludere. Colui che in persona s’era degnato d’incarnarsi in lei, Dio, Verbo e Signore della gloria, e che aveva conservata intatta la di lei verginità dopo il parto, aveva voluto, dopo la sua dipartita, onorare il corpo verginale, conservandolo incorrotto e trasportandolo prima della comune e universale risurrezione».

FIORETTO: Ripetiamo lentamente le parole del Credo: «Credo la risurrezione della carne».

GIACULATORIA: Credo che risorgerò e che con questo corpo il mio Salvatore vedrò.

PREGHIERA: Ascolta, o Dio, la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeranno in Cristo a vita nuova.

Ventinovesimo giorno

RICORRIAMO ALLA MADONNA

- La Madonna è la persona più amata da Dio, perché ha raggiunto vette di santità mai raggiunte da altri, e quindi è diventata più somigliante al suo divin Figlio. Il suo potere d’intercessione presso Dio è quindi immenso.

- La Madonna desidera che tutti arrivino alla felicità eterna perché non è solo madre di Dio – ma anche – la madre di tutti i credenti; e perché è stata associata alla passione di Cristo come corredentrice.

- Mettiamo nelle sue mani i suffragi che offriamo a un’avvocatessa potentissima che riuscirà a valorizzarli al massimo, quando li presenterà a Dio.

- Sappiamo tutti cosa sanno fare le nostre madri di questo mondo, specialmente di fronte alle sofferenze dei figli.

Si può stare quindi sicuri che una madre amorosissima e potentissima come la Madonna riuscirà a fare l’impossibile, quando la preghiamo di alleviare le sofferenze dei nostri defunti.

È così che si spiega perché tutta la tradizione cristiana, tutti i santi, sono sempre ricorsi alla Madonna, per tutti i casi più disperati, in vita e in morte.

E anche noi, quando pensiamo che la nostra madre celeste ha portato tra le braccia il Dio, bambino, sappiamo di riuscire ad ottenere da lei ogni aiuto, per poter guardare con serenità. alla nostra vita presente e futura.

ESEMPIO: Nella località dove abitava suor Caterina, viveva una certa Maria, che condusse una vita disordinata, al punto che fu scacciata dall’abitato e costretta a rifugiarsi in una grotta. E lì morì abbandonata da tutti e senza sacramenti. Tanto che fu sepolta in campagna come una bestia.

Quattro anni dopo, si presentò alla santa suora un’anima purgante che le disse:

- Suor Caterina, tu raccomandi a Dio le anime di tutti coloro che muoiono; ma solo di me non hai avuto pietà.

- Chi sei tu? – chiese la suora.

- Sono quella povera Maria che morì in una grotta. – E sei salva?

- Sì, sono salva per la misericordia della Madonna. Quando arrivai in punto di morte, vedendomi piena di peccati e abbandonata da tutti, mi rivolsi alla Madre di Dio, e le dissi: «Signora, voi siete il rifugio degli abbandonati! Ecco, ora io sono abbandonata da tutti. Voi siete l’unica mia speranza. Voi sola mi potete aiutare, abbiate pietà di me! ». La mia preghiera non fu inutile. La Madonna mi ottenne di poter fare un atto di contrizione, e così mi sono salvata. Ma devo scontare ancora la pena delle mie colpe in purgatorio. Ti prego di far celebrare qualche messa per me, io ti prometto di pregare sempre Dio e la Madonna per te.

Suor Caterina fece subito celebrare alcune messe. Pochi giorni dopo, le comparve di nuovo quell’anima, tutta luminosa, che le disse:

- Ti ringrazio, Caterina: ora vado in paradiso, dove canterò la misericordia di Dio e della Madonna e pregherò per te.

Se anche noi saremo devoti della Madonna, troveremo più facilmente la via della salvezza e riusciremo ad aiutare meglio i nostri defunti.

FIORETTO: Recitiamo un salmo penitenziale, in suffragio dei nostri defunti. De profundis

Dal profondo a te grido, o Signore;

Signore, ascolta la mia voce.

Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore,

Signore, chi potrà sussistere?

Ma presso di Te è il perdono;

perciò avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore, l’anima mia spera nella sua parola.

L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora.

Israele attenda il Signore, perché presso il Signore è la misericordia

e grande presso di Lui la redenzione;

Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.

GIACULATORIA: Consolatrice degli afflitti, prega per noi. Rifugio dei peccatori, prega per noi.

PREGHIERA: Ricordati, o Vergine Maria, che non si è mai sentito dire che qualcuno sia ricorso al tuo patrocinio, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto la tua protezione, e sia stato abbandonato. Sorretto da tale fiducia, ricorro a te, Vergine delle vergini, e mi prostro davanti a te, peccatore pentito, Madre del Verbo, ascolta la mia preghiera e benigna esaudiscimi (s. Bernardo).

Trentesimo giorno

PENSIERO DI VITA

- Dalle riflessioni di questo mese, possiamo concludere che il pensiero dei nostri morti è tutt’altro che un pensiero triste.

- Prima di tutto perché i nostri morti sono degli esseri viventi, che sono legati a noi da legami con cui ci erano uniti in questo mondo.

- E soprattutto perché la morte per un cristiano non è mai disgiunta dal pensiero della risurrezione. La morte non è la fine, non è un salto nel buio, ma è il passaggio verso la vita eterna.

- Oggi anche i cristiani provano disagio a parlare della morte e dei novissimi. Come se il pensiero dell’aldilà escludesse l’impegno di questa vita, per creare un mondo più bello e più giusto.

A questo proposito, vorremmo solo ricordare un messaggio che ci ha lasciato il Concilio Vaticano II: «La speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno del compimento di essi», poiché «l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo».

ESEMPIO: I veri cristiani hanno sempre saputo vincere la paura della morte. Ecco un aneddoto tratto dai Detti dei padri del deserto. «Raccontano che un anziano morì a Scete e i fratelli si radunarono intorno al suo letto, lo vestirono, e cominciarono a piangere.

Egli aprì gli occhi e rise, e così fece una seconda e una terza volta. I fratelli lo pregarono:

- Dicci, padre, perché noi piangiamo e tu ridi?

Dice loro: – La prima volta ho riso, perché voi temete la morte; la seconda, perché non siete pronti; la terza, perché dalla fatica io vado alla quiete. E subito l’anziano di addormentò».

GIACULATORIA: Credo che in Cristo risorgerò e per sempre con lui vivrò.

PREGHIERA: Ascolta, o Dio la preghiera che la comunità dei credenti innalza a te nella fede del Signore risorto, e conferma in noi la santa speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova.

Tratto da: “Papa Giovanni” – nr 34. 16/10/1987.

Fonte sul web: Preghiere a Gesù e Maria

leggi tutto

Spunti luglio 2014

Mentre in occidente noi cerchiamo il benessere e la tranquillità ad ogni costo, in altre parti del mondo dei fratelli molto più coerenti confessano Nostro Signore fino a versare il sangue…

leggi tutto

I nostri video

Guarda altri video