Luci sull'Est informa

18/12/2014

IRAQ – Lo Stato Islamico trasforma in prigione il monastero di San Giorgio, divelta la croce sulla cupola!

Mosul (Agenzia Fides) – Nella città di Mosul, conquistata a giugno dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico (IS), le chiese cristiane continuano a essere trasformate in carceri. Durante l’ultimo fine settimana i jihadisti dell’IS hanno trasferito almeno 150 prigionieri bendati e ammanettati nell’antico monastero di San Giorgio, appartenente all’Ordine antoniano di Sant’Ormisda dei caldei. Lo riferiscono fonti locali, entrate in contatto con il website iracheno ankawa.com. Tra i prigionieri, in precedenza detenuti presso la prigione di Badush – evacuata nella previsione di un possibile attacco da parte della coalizione anti-Califfato – ci sarebbero capi tribù sunniti oppositori dello Stato Islamico ed ex membri degli apparati di sicurezza smantellati dai jihadisti.

 

Le ultime foto del monastero circolanti via internet documentano che anche la croce della cupola di San Giorgio è stata divelta, seguendo il destino toccato anche alle altre chiese cristiane occupate dai jihadisti. In precedenza, fonti locali avevano riferito all’Agenzia Fides che presso il medesimo monastero erano stati portati gruppi di donne.

 

“Le notizie e le foto delle chiese occupate dai jihadisti – commenta all’Agenzia Fides Rebwar Audish Basa, Procuratore dell’Ordine antoniano di sant’Ormisda dei Caldei – rendono ancora più dolorose le ferite interiori dei cristiani fuggiti da Mosul e dalla Piana di Ninive, che si preparano a passare il primo Natale lontano da quei luoghi da loro tanto amati. Chiese e monasteri adesso subiscono profanazione da chi non mostra di avere alcuna pietà, per niente e per nessuno”.

 

( Agenzia Fides 18/12/2014 )
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05/12/2014

VIDEO: reportage “Gli occhi della Guerra” sulle persecuzioni cristiane in Iraq

Questa è la testimonianza di Fausto Biloslavo, reporter de “Gli occhi della Guerra”, che ci racconta con questo video il dramma dei cristiani perseguitati in Iraq:

 

“Da qualche giorno sono tornato dall’Iraq!

 

Vi ho portato nella stanza della morte del Califfo, dove l’Isis tortura e impicca gli infedeli. Abbiamo vissuto in prima linea la battaglia degli iracheni e dei peshmerga contro l’avanzata dello Stato Islamico. Siamo stati testimoni dello sbarco dei primi militari italiani in Kurdistan. Ma soprattutto insieme abbiamo ascoltato l’appello dei 120mila profughi cristiani nel nord dell’Iraq e abbiamo visitato la tendopoli che accoglie i nostri fratelli che non hanno più un tetto degno di questo nome.

 

Abbiamo ascoltato i racconti terribili delle famiglie perseguitate dagli jihadisti, costrette a convertirsi all’islam a forza e derubate di tutto. Siamo entrati nelle loro case, saccheggiate e distrutte prima dall’Isis poi dai curdi. Siamo stati con loro a messa sotto un tendone dove pregavano per tornare nelle loro case occupate dai tagliagole del Califfato.”

 

GUARDA IL VIDEO de “Gli occhi della Guerra”

 

(Fausto Biloslavo) (Gli occhi della Guerra, 04/12/2014)

 

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05/12/2014

Asia Bibi, gli sposi arsi nel forno e la storia del bicchiere d’acqua. «La legge sulla blasfemia serve a perseguitarci»

Sardar Mushtaq Gill, cristiano pakistano di 33 anni, sposato con tre figli, è uno degli otto legali di Asia Bibi ma più che l’avvocato voleva fare il tecnico. Ha cominciato a cambiare idea quando in prima media, all’età di 11 anni, si è trovato in classe con 70 musulmani e due cristiani. Un giorno d’estate, quando il caldo supera i 40 gradi, uno dei suoi compagni cristiani si è alzato per bere un bicchiere d’acqua dal refrigeratore presente in classe. Alla fine della giornata il preside ha preso i tre cristiani da parte: “Quell’acqua non è per voi. Se la bevete i vostri compagni musulmani si offendono”, ha detto loro.

 

«A quelle parole sono scoppiato a piangere», racconta Gill a tempi.it. «Se ho scelto di fare l’avvocato è perché i miei figli non dovessero subire tutte le discriminazioni che io ho subito durante la mia infanzia». Incontriamo l’avvocato della pakistana condannata a morte per blasfemia a Piacenza, dove il 3 dicembre ha tenuto una conferenza all’università cattolica del Sacro cuore. Gill è venuto per la prima volta in Italia per visitare il comune piacentino di Borgonovo, che ad aprile ha concesso ad Asia Bibi la cittadinanza onoraria. «È un piccolo gesto ma serve per provare a tenere un po’ alto il morale», confessa l’avvocato.

 

Per Asia Bibi, la prima donna condannata a morte per blasfemia in Pakistan, il prossimo 12 dicembre sarà un triste anniversario, che segnerà la sua permanenza in carcere da duemila giorni, circa cinque anni e mezzo. Tutto per aver bevuto un bicchiere d’acqua. Il 24 novembre Gill, che è presidente dell’organizzazione Lead, ha depositato l’appello alla Corte suprema del Pakistan: se anche in terzo grado la donna sarà condannata a morte, solo il presidente del Paese Mamnoon Hussain potrà salvarla concedendo la grazia. Altrimenti sarà impiccata.

 

Avvocato, prima del verdetto eravate certi che l’Alta corte di Lahore avrebbe riconosciuto i vostri argomenti. Invece il 24 ottobre ha confermato la condanna a morte per Asia Bibi. Come mai?

Questo processo non si è mai svolto regolarmente fin dal principio. Dal punto di vista tecnico, l’Alta corte ha rigettato il nostro appello perché non abbiamo contro-interrogato i testimoni dell’accusa. Dunque, è come se avessimo avallato le loro tesi.

 

Perchè non l’avete fatto?

Perché non c’erano le condizioni. Quando si tratta di insulti blasfemi è quasi impossibile contro-interrogare i testimoni perché si può essere accusati di essere blasfemi a propria volta. L’avvocato che ha condotto il processo, il signor Chaudry, è musulmano ed era tremendamente sotto pressione, così come il giudice. In aula era presente un gruppo di estremisti islamici, venuti per far sentire la loro presenza, che rumoreggiavano e gridavano in continuazione slogan: “Allahu akbar” (Dio è il più grande) e “blasfema!”. In casi precedenti di blasfemia, un giudice era stato ucciso, così il nostro voleva chiudere in fretta il processo. Chaudry voleva contro-interrogare i testimoni ma…

 

Ma?

Non è proprio stato possibile. Gli avvocati dell’accusa sono molto aggressivi, li conosciamo. Si occupano solo di casi di blasfemia ed erano legati ai gruppi estremisti presenti in aula. Abbiamo l’ufficio davanti al loro a Lahore e non ci hanno mai salutato né stretto la mano. Se potessero, ci aggredirebbero. Sono loro che hanno imposto restrizioni agli avvocati della difesa. Infatti solo Chaudry poteva condurre il processo. E non è l’unica irregolarità.

 

Quali sono le altre?

Secondo la legge, solo i più alti ufficiali di polizia possono occuparsi dei casi di blasfemia. Ma questo non è avvenuto per Asia Bibi. Durante il primo grado di processo, il suo avvocato difensore è stato accolto in tribunale dal cancelliere, che gli ha puntato direttamente una pistola alla testa. È questo che intendo quando parlo di pressioni.

 

La Corte suprema accetterà la vostra richiesta di appello?

Non lo sappiamo ma siamo fiduciosi, perché in altri casi precedenti di blasfemia è avvenuto. Nell’Alta corte c’era troppa pressione, nella Corte suprema no.

 

Il marito di Asia Bibi ha già chiesto la grazia al presidente del Pakistan.

Sì, ma io temo che questa strada sia difficile da praticare. Ovviamente spero che possa intervenire ma la maggioranza del Paese lo metterà sotto pressione. Avrebbe bisogno di coraggio e forse le pressioni dei governi internazionali potranno aiutare. Ma la cosa più semplice sarebbe ottenere l’assoluzione dalla Corte suprema. Io temo che questa decisione però richiederà almeno un anno, forse due.

 

Asia Bibi è pronta a scontare altri due anni di carcere?

Suo marito l’ha incontrata settimana scorsa e l’ha trovata molto depressa. Quando le hanno detto che l’Alta corte aveva rigettato l’appello si sentiva frustrata, non capiva e ha perso ogni fiducia nei giudici. Sta male anche fisicamente e inizia a manifestare qualche problema di ordine psicologico. La sua prigione purtroppo è peggiore delle altre.

 

Perché?

Per lei è un doppio supplizio. La prigione è già una punizione in sé ma lei è in isolamento, perché si teme che qualcuno possa assassinarla, come avvenuto in altri casi in carcere per gli accusati di blasfemia. La sua cella poi è piccolissima, non c’è luce naturale ed è molto buia.

 

Come si può arrivare ad uccidere un imputato in carcere?

Questo succede perché i giudici stessi e l’islam giustificano tali azioni. Ho portato con me alcune sentenze che fanno capire perché questa violenza si scatena solo quando ad essere accusati di blasfemia sono i cristiani. In una sentenza ad esempio la Corte scrive: “Nessun musulmano può essere condannato a morte per blasfemia se nega chiaramente le accuse e afferma di essere un vero musulmano”. Si capisce? Non ha bisogno neanche di testimoni, mentre per i cristiani le regole sono diverse.

 

Cioè?

Si dà per scontato che i cristiani siano blasfemi perché non credono in Allah. Ecco perché per condannarli a morte basta anche una sola persona che renda testimonianza per iscritto. Una solo, mentre per altri reati non è così. In un’altra sentenza di condanna a morte di una coppia cristiana, una Corte ha citato letteralmente un caso tratto dalla storia islamica, nel quale si racconta che un uomo cieco uccise la schiava da cui aveva avuto due figli perché questa insultava Maometto. E quando Maometto chiese all’uomo perché l’avesse uccisa, lui rispose: “Perché ti insultava”. Allora Maometto gli avrebbe detto che l’assassinio era giusto. Si capisce? Al Corano, agli hadith e alla storia islamica ci si appella nelle sentenze dei tribunali, non alla legge. E quando un giudice giustifica in base all’islam in una Corte l’uccisione di un cristiano, è normale che poi la gente si faccia giustizia da sola per strada.

 

I dati però dicono che tra il 1987 e il 2014, 1.438 presone sono state accusate di blasfemia: la metà di queste erano musulmane. Dunque anche loro soffrono per questa legge.

Certo, ma c’è una differenza. Non solo ai musulmani basta negare le accuse per essere assolti, quando sono implicati loro non c’è mai la violenza che vediamo con i cristiani. Faccio due esempi. Nel 2005 un professore musulmano molto importante è stato accusato di blasfemia per aver insultato il Profeta. Gli ulema, i dottori della legge delle varie sette islamiche, si sono riuniti a consiglio e dopo aver sentito le parti hanno deciso che il professore era un buon musulmano e non era colpevole.

 

E il secondo caso?

L’anno scorso, gli studenti di una scuola coranica sono rientrati dopo le vacanze estive e hanno pulito le classi. Tra le cartacce bruciate all’esterno dell’edificio un passante ha riconosciuto una pagina del Corano. Allora hanno accusato uno dei ragazzi di blasfemia. Ancora gli ulema si sono riuniti e hanno deciso che nonostante una pagina del Corano fosse davvero stata bruciata, siccome quel ragazzo era minorenne e musulmano, di sicuro non aveva davvero intenzione di farlo.

 

Non l’aveva fatto apposta.

Esatto. Ma se al suo posto ci fosse stato un cristiano? L’abbiamo appena visto: a inizio novembre una coppia di cristiani è stata torturata e poi bruciata viva perché la donna era stata accusata di avere bruciato una pagina del Corano. La legge è la stessa ma il trattamento delle persone cambia. I cristiani non saranno mai al sicuro fino a quando ci sarà la legge sulla blasfemia.

 

Neanche lei è al sicuro da quando ha deciso di intraprendere la carriera di avvocato.

Nel 2013 hanno crivellato la mia casa di colpi di arma da fuoco. Da allora mia moglie è molto preoccupata ma ogni cristiano viene discriminato di continuo. Quando un mio amico musulmano mi chiede cosa penso del Corano, io non posso rispondere. E non posso neanche dire che Gesù è figlio di Dio, perché altrimenti mi accuserebbero di avere detto che Maometto è un falso profeta. È così che Asia Bibi è stata accusata ed è per questo che le Chiese hanno chiesto a tutti i cristiani di non parlare della propria fede con i musulmani.

 

Quando hanno fatto questa richiesta?

Specialmente dopo l’11 settembre, quando la situazione è peggiorata, le Chiese hanno deciso di non diffondere in nessun modo il cristianesimo, anche se la Costituzione ce lo consente come diritto. Hanno ordinato a tutti di non parlare della propria fede con i musulmani. Così si può dire che il vero scopo della legge sulla blasfemia sia stato raggiunto.

 

Quale scopo?

Questa legge è fatta apposta per perseguitare i cristiani. L’obiettivo degli estremisti è impedire che il cristianesimo si diffonda. Ecco perché questa legge deve essere modificata. Perché cancella la nostra libertà religiosa, la nostra libertà di espressione e gli altri nostri diritti fondamentali.

 

Lei però non si è lasciato intimidire.

Io so di rischiare la vita ma non mi importa. Fare l’avvocato non era il mio piano, è la mia vocazione. È la strada che Dio ha scelto per me e Lui mi sostiene nel percorrerla. E poi ho sempre avuto il piglio giusto. Quando all’università un professore di diritto si è messo a dire che l’Occidente era civilizzato solo perché i suoi popoli hanno seguito il Corano e che Gesù non era davvero figlio di Dio, io mi sono alzato e gli ho detto: “Perché parla di queste cose? Non è la sua materia”. Lui si è zittito, si è scusato e ha ripreso a fare lezione.

 

(Leone Grotti) (Tempi, 05/12/2014)
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04/12/2014

Kenya, strage di operai cristiani. È caccia ai lavoratori «infedeli»

Le milizie islamiche somale uccidono 36 persone, alcuni decapitati. Dormivano per terra, sotto tende di fortuna. Teloni arancioni fissati al suolo dai sassi. L’una di notte, gli spari in aria, il risveglio improvviso. Il sopravvissuto Peter Nderitu racconta alla Reuters di essersi salvato buttandosi in una buca, mentre i suoi compagni cavapietre venivano interrogati. Sdraiati su due file, fuori dalle tende, domanda secca che vale la vita: recitare la Shahada, la professione di fede islamica. Chi non la sa, un colpo alla nuca.

 

Trentasei cadaveri nel vento del mattino, maglie colorate, uomini, ragazzi, chi con le scarpe, chi a piedi nudi. Almeno due decapitati, in quella che sarà ricordata, e probabilmente dimenticata, come la strage della cava di pietra. Una piccola miniera artigianale a cielo aperto, senza guardie, di proprietà di un musulmano (come la maggioranza degli abitanti del Nord-Est del Kenya, di etnia somala). Le vittime venivano da lontano, distretto di Nyeri, dove si gode un’ottima vista sul monte Kenya ora disertato dai turisti.

 

Lavoratori, migranti, possibilmente cristiani: sembra questo l’identikit delle vittime più ricercate dall’«ufficio esecuzioni di massa» degli estremisti islamici in Africa. Dalla filiale di Boko Haram in Nigeria a quella di Al Shabaab, gli affiliati somali di al Qaeda che stanno terrorizzando il Kenya: a dieci giorni (e pochi chilometri) dal massacro di civili in pullman, ieri una cinquantina di miliziani coi kalashnikov hanno mosso guerra a una squadra di cavatori di pietra addormentati.

 

Ai 28 morti di novembre (in gran parte insegnanti che andavano a casa per le feste) si aggiungono ora gli uomini con il piccone che non andavano da nessuna parte. Le cave non chiudono, viaggiare costa. E chi poteva, tra le migliaia di immigrati mossi dal bisogno di lavoro, è già scappato da quell’angolo di Kenya settentrionale che ha come principale città Mandera al confine con la Somalia. I corpi degli spaccapietre sono stati portati alla vicina pista di volo militare per l’ultimo viaggio a casa, la stessa pista diventata rifugio di una cinquantina di cristiani che si rifiutano di scappare sulle strade troppo pericolose.

 

Con i centri turistici del Sud più presidiati (o già deserti), con la difficoltà di replicare raid come quello del 2012 allo shopping center di Nairobi frequentato da stranieri e gente abbiente, i miliziani di Al Shabaab («I giovani») prendono di mira gli operai e la piccola borghesia della cultura, i cavapietre e gli insegnanti, tutti «infedeli» venuti da fuori. Perché sono «soft target», obiettivi facili, e perché colpirli significa soffiare sulle divisioni etnico-religiose, promuovere guerre tra poveri. La pancia piena, l’auto e magari l’appartamento in città non conciliano meglio con l’ecumenismo?

 

Dall’altra parte del continente, in Nigeria, Boko Haram adotta una strategia simile, pur con un ventaglio più ampio di obiettivi (preferibilmente civili). Nella logica del gruppo (il cui nome significa «vietata l’educazione occidentale») scuole e studenti sono un bersaglio per così dire «obbligatorio». Ma come spiegare il massacro di 48 pescivendoli dieci giorni fa a Doron Daga, estrema punta nord-est del Paese? Li hanno bloccati mentre andavano a comprare il pesce sul Lago Chad: alcuni sgozzati, altri affogati con mani e piedi legati. Non un caso isolato: gli attacchi hanno distrutto il mercato ittico in quel pezzo di Africa. Per Boko Haram colpire 48 pescivendoli serve a gettare la rete della paura, costringere la gente alla fuga o a passare sotto la propria «protezione».

 

Colpire gli immigrati, o le minoranze, non rischia di alienare la maggioranza locale, anzi. In Iraq l’Isis ha adottato questa strategia per esempio cooptando i sunniti contro i vicini di casa Yazidi, oppure a Mosul l’estate scorsa sequestrando 40 muratori indiani e uccidendoli il giorno dopo: quaranta nuovi posti di lavoro. Dieci anni fa i precursori dell’Isis massacravano i disoccupati sunniti: una delle stragi più sanguinose nel 2005 in una piazza di Bagdad, quartiere sciita: un’autobomba uccise oltre 80 manovali che all’alba aspettavano un finestrino abbassato e l’offerta di un lavoro a giornata. Manovali, pescivendoli, spaccapietre: non valgono un riscatto e non hanno la scorta. (Michele Farina) (Corriere della Sera 03/12/2014)
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