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01/08/2014

STORIA E FEDE: la Madonna dei Sette Veli di Foggia e l’apparizione a Sant’Alfonso

La Madonna dei Sette Veli è uno dei titoli con cui viene venerata Maria, ricordando un’apparizione avvenuta a Foggia nel 1731 a Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

La storia della Madonna dei Sette Veli

Nel 1062 Foggia era solo un piccolo borgo dell’ antica città Daunia di Arpi ed esistevano pochi casolari arroccati intorno alla Taverna del Gufo che si perdevano solitari nella campagna arroventata.

A quel tempo nel territorio erano presenti parecchi laghetti e stagni, resti delle piogge invernali. Fu su una di queste pozze che ebbe inizio la storia della Madonna dei Sette veli e, con essa inevitabilmente, la storia di Foggia.

Alcuni contadini, che conducevano i buoi all’abbeverata, videro tre fiammelle posate sulle acque. Incuriositi e timorosi, si avvicinarono a quella strana apparizione. Rinvennero, così, sepolta nella melma, una grande tavola avvolta in teli.

Dopo averla ripulita scoprirono che era un’icona che né l’acqua, né le traversie del tempo erano riuscite a distruggere del tutto. Nonostante fosse degradata, si distingueva bene l’immagine della Vergine Madre di Dio nell’atto di offrire all’adorazione il suo Figlio Gesù. I buoni contadini rivestirono l’immagine di veli nuovi e la portarono in una vicina casupola, la Taverna del Gufo.

La capanna divenne ben presto il centro religioso e di pellegrinaggio della zona e nei dintorni si costruirono molte case. I forestieri cominciarono ad affluire numerosi per venerare la Madre di Dio, ma anche per trafficare con i pastori abruzzesi che affollavano la zona da settembre a maggio.

La Taverna del Gufo con la sua preziosa icona divenne il centro di un agglomerato che sia forestieri che i paesani chiamavano volentieri Sancta Maria de Focis, a ricordo della Vergine Santa e delle tre fiammelle apparse sulle acque del lago.

Nel 1080 Roberto il Guiscardo volle che sullo stagno dove era stato rinvenuto il Sacro Tavolo fosse costruita una grande chiesa per venerare la sacra immagine. Appena ultimata, la chiesa venne elevata al rango di Chiesa Palatina e l’immagine della Vergine vi trovò la sua definitiva sistemazione.

Nel 1172 il tempio venne ampliato su interessamento di Guglielmo II di Sicilia, detto il Buono. Con la chiesa cresceva anche la città che divenne ben presto una delle più importanti del Regno. La storia del santuario si identificò con quella della città. Mentre la città s’ingrandiva, la chiesa veniva abbellita e arricchita di arredi, di nuove rendite e di privilegi.

Tutti i Re, dai Normanni agli Svevi, agli Angioini fino agli Aragonesi, gli Spagnoli e, infine, i Borboni, considerarono quella di Foggia come una delle chiese più care. Spesso Foggia ospitava le assemblee parlamentari di cui la sua chiesa era il momento religioso.

Diverse volte i Principi Regnanti scelsero la Chiesa di Santa Maria de Focis per i loro matrimoni. Il re Carlo I d’Angiò, morto a Foggia nel 1285, volle che nella Chiesa di Santa Maria fosse sepolto il suo cuore.

Il Sacro Tavolo oggi si presenta tutto ricoperto da preziosi drappi riccamente ricamati. Verso la sommità si vede un’apertura ovoidale ricoperta di stoffa nera.

Il 1731 fu un anno importantissimo nella storia di questo santuario e di tutta la città. La Chiesa Collegiata di Foggia venne semidistrutta da un violento terremoto. Il Sacro Tavolo era alloggiato nella chiesa di San Giovanni Battista. Il 22 marzo, giovedì santo, mentre il popolo era tutto raccolto nella partecipazione alla Santa Messa, si vide distintamente apparire nella piccola finestra ogivale del Sacro Tavolo il volto della Vergine Madre di Dio.

Alfonso Maria de’ Liguori, appresa la notizia, volle recarsi a Foggia per rendere omaggio alla Vergine Santissima. Anche lui ebbe il privilegio di vedere la Madonna che appariva come una giovinetta di 13-14 anni col capo coperto di velo bianco, ma un’altra cosa importante è quella che Alfonso Maria de’ Liguori sotto gli occhi dei partecipanti, come se fosse un predestinato si sollevò dalle base.

Le apparizioni si rinnovarono fino al 1745. Nel 1782 la sacra immagine venne incoronata con decreto del Capitolo Vaticano e nel 1806, per volere di Pio VII, la chiesa di San Giovanni Battista fu illustrata col titolo di Basilica Minore.

Infine, nel 1855, con la istituzione della Diocesi di Foggia, la chiesa di Santa Maria del Focis venne elevata a cattedrale della nuova diocesi. Le celebrazioni festive si svolgono due volte all’anno; dal 20 al 22 marzo per ricordare le apparizioni avvenute nel sec. XVIII e dal 13 al 16 agosto.

La chiesa, piena di opere d’arte, è stata molto rimaneggiata fra il XVI e XVIII secolo; conserva, tuttavia, molte splendide tracce del suo glorioso medioevo.

Fonte: Wikipedia

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01/08/2014

MARIOLOGIA: la misericordia di Maria negli scritti di Sant’Alfonso Maria de Liguori

[…] Così rivelò la stessa beata Vergine a S. Brigida (Rev. lib. I, cap. 6). Io sono, le disse, la regina del cielo e la madre della misericordia; io sono l’allegrezza de’ giusti e la porta per introdurre i peccatori a Dio.

Né vi è nella terra peccatore che viva e sia così maledetto, che sia privato della misericordia mia; poiché ciascuno, se altro non ricevesse per la mia intercessione, riceve la grazia di esser meno tentato da’ demoni di quel che altrimenti sarebbe: Ego regina caeli, ego mater misericordiae: ego iustorum gaudium, et aditus peccatorum ad Deum. Nullus est adeo maledictus, qui quamdiu vivit careat misericordia mea; quia propter me levius tentatur a daemonibus, quam alias tentaretur.24

Niuno poi, soggiunse, purché non sia stato affatto maledetto – cioè s’intende colla finale e irrevocabil maledizione che si dà a’ dannati – niuno, disse, è così discacciato da Dio, che, se m’abbia invocata in suo aiuto, non ritorni a Dio e goda della sua misericordia: Nullus est ita abiectus a Deo, nisi fuerit omnino maledictus, qui, si me invocaverit, non revertatur ad Deum et habiturus sit misericordiam.25

Io sono chiamata da tutti la madre della misericordia, e veramente la misericordia di Dio verso gli uomini mi ha fatta così misericordiosa verso di loro: Ego vocor ab omnibus mater misericordiae, et vere misericordia illius misericordem me fecit. E poi concluse dicendo: Ideo miser erit, qui ad misericordem, cum possit, non accedit:26 Perciò sarà misero e misero per sempre nell’altra vita chi in questa potendo ricorrere a me, che sono così pietosa con tutti e tanto desidero di aiutare i peccatori, misero non ricorre e si danna.

Ricorriamo dunque, ma ricorriamo sempre a’ piedi di questa dolcissima regina, se vogliamo sicuramente salvarci; e se ci spaventa e ci disanima la vista de’ nostri peccati […].

Fonte: “Le glorie di Maria” di Sant’Alfonso Maria de Liguori, cap. 1 num. 21.

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01/08/2014

IRAQ: a Mosul, il “Califfato Islamico” dei miliziani islamisti incomincia già a vacillare

Il vescovo Nona: finora nessuna chiesa distrutta

Mosul (Agenzia Fides) – Dopo la distruzione di monumenti storici della città di Mosul da parte dei miliziani dello Stato Islamico, tra gli abitanti della seconda città dell’Iraq ha preso forma il primo movimento locale di resistenza armata contro i jihadisti che hanno proclamato la creazione di un Califfato Islamico nella regioni a cavallo del confine tra Siria e Iraq. Secondo testimoni locali, nell’ultimo fine settimana almeno 5 miliziani islamisti sarebbero stati uccisi in esecuzioni mirate eseguite da gruppi di giovani organizzatisi in gruppi armati di resistenza – le cosiddette “Brigate Mosul” – per contrastare il regime imposto alla città dagli islamisti. A provocare la reazione di rigetto nei confronti degli occupanti sarebbe stato in particolare lo spettacolo della Tomba del Profeta Giona fatta saltare in aria dai miliziani del Califfato lo scorso 24 luglio. La stessa sorte è toccata alla Tomba di Set, e gli islamisti minacciano di continuare a radere al suolo i siti religiosi da loro considerati come espressione di culto idolatrico.

Al momento presente, il Vescovo caldeo di Mosul Amel Shimon Nona smentisce invece gli allarmistici annunci circolanti nel Web su una presunta distruzione generalizzata delle chiese e dei luoghi di culto cristiani: “Alcune chiese e alcuni edifici appartenenti alle chiese e alle comunità cristiane sono state occupati” conferma all’Agenzia Fides il Vescovo caldeo “ma finora non ci sono state distruzioni. E continua a inquietarmi l’idea che le sofferenze e i problemi dei cristiani dell’Iraq e del Medio Oriente in questo momento così travagliato possano diventare pretesto di operazioni allarmistiche e di propaganda, evidentemente interessate a raggiungere altri scopi”. (GV) (Agenzia Fides 31/7/2014).

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01/08/2014

TESTIMONIANZE: Suor Clara Laslau nelle carceri della Romania comunista

Riportiamo questa toccante intervista pubblicata sul numero di giugno 2007 della Rivista “Sacro Cuore”. Essa è un’altra fra le innumerevoli testimonianze di quanto i regimi comunisti siano stati disumani e crudeli contro tutti e soprattutto contro i cristiani.

Ricorda ancora come avvenne l’arresto?

Ricordo benissimo. Verso le undici di sera salirono nel­la mansarda, sfondarono due porte e ci trovarono tutte nella cappella in preghiera col vescovo. Erano circa venti uomini, armati. [...]

Mi fecero salire in macchina con suor Tarsila e due sol­dati. Sentivo che non sarei più tornata.

Arrivati alla Polizia Segreta mi misero un paio di oc­chiali neri e fui bendata: ricordo solo che mi facevano scen­dere le scale e sentivo sempre più fresco. Quando mi tol­sero gli occhiali, un ufficiale era seduto al suo tavolo e scri­veva; accanto a lui vi erano due soldati. L’uf­ficiale mi gridò: “Spogliati”. “Sono religiosa, non posso togliermi il vestito davanti ad estranei”. Egli bestemmiava e gridava: “Le­vati quel vestito”. Non potevo sentire quel­le urla e quelle bestemmie. Mi levai il velo e lo baciai. L’ufficiale seguitava a ridere e a vo­mitare bestemmie. Pensai all’umiliazione di Gesù spogliato delle sue vesti. Tolsi il vesti­to religioso e rimasi con la gonna e una ca­micia con le maniche corte. Era già passata mezzanotte e mi interrogarono fino al mat­tino. In quella notte del 19 luglio avevano ar­restato noi della nunziatura e tutti i fratelli della cattedrale. Fu una notte tremenda: in ogni parrocchia avevano arrestato qualcu‑

no. Per quattordici giorni ci interrogarono, poi ci trasferi­rono a Jilava, una prigione di Bucarest che scendeva fino a venti metri sotto terra. Mi assicuravano che mi avrebbero concesso subito la libertà, se avessi rinunciato alla vita re­ligiosa. “Ho già fatto i voti perpetui al Signore e non a un semplice mortale”. “È solo una proposta”.

Mi fecero anche un’altra proposta: “Se entri nella chiesa ortodossa, sei subito libera”.

“No, io sono cresciuta nella chiesa cattolica e nella mia fe­de voglio morire”.

“Non ti costringiamo, solo se tu vuoi”. La terza proposta: “Non occorre che tu rinunci alla vita religiosa, né alla fede cattolica. Puoi tornare in nunziatura, anche senza lavorare come prima. Basta che tu vada di parrocchia in parrocchia, guardi ciò che fanno i preti e venga a riferircelo. Ti pa­ghiamo bene”. “Preferisco morire in prigione piuttosto che far la parte di Giuda”. Per sei mesi continuarono a farmi simili proposte.

Come era la vita a Jilava?

 

Le celle occupate da noi donne erano di circa sei metri per cinque. Sulle pareti della cella c’erano assi appoggiate su travi con sopra sacconi pieni di paglia. [...]

In questo ambiente dormivamo, strette come sardine, in settanta-ottanta donne, giovani e anziane. Potevamo coricarci solo sul fianco, perché non c’era posto per met­tersi di schiena. Si può facilmente immagi­nare il terribile tanfo che regnava. [... ]

Se si doveva lavare uno straccio gran­de come una mano ci mancava poi l’acqua da bere. Ricevevamo circa tre gamelle di acqua al giorno e ci si aiutava. In estate la mancanza d’aria, il caldo e la puzza di quel locale erano davvero qualcosa di im­possibile.

Come era il cibo?

Si mangiava, perché non c’era altro. A mezzogiorno di solito ci davano una ga­mella di orzo condito con il grasso tolto dalle frattaglie. Alle volte ci davano una poltiglia verde fatta con un po’ di foglie di cavolo. A ce­na si riceveva solo orzo cot­to nell’acqua, ma almeno era pulito e non puzzava. A colazione c’era sempre una specie di polenta brodosa ed era una fortuna quando non era ammuffita. [...]

Ci sono forse state anche delle torture?

Sì. Il 7 dicembre 1950 per esempio. Me lo ricordo ancora bene. Fui sottoposta a un duro interrogatorio, dalle sette fino alle dieci di sera. Erano in due, un ufficiale e un poliziotto. Il capitano stava seduto sul ta­volo con i piedi in giù e io dovetti metter­mi in piedi davanti a lui. Aveva gli stivali militari con le punte munite di archetti di ferro appositamente per colpire gli inter­rogati. Sedeva davanti a me e mi colpiva nelle gambe. Tac-tac, tac-tac. Faceva sem­pre così. A volte mi giravo, perché non ne potevo più dal dolore. Allora lui urlava, bestemmiava, mi colpiva con pugni sulla faccia e sul petto. [...] Sanguinavo. Tutto questo trattamento durò tre ore. Volevano che dicessi ciò che volevano loro. Ringra­zio il Signore che mi ha aiutato e mi ha da­to la forza di non denunciare nessuno.

A un certo punto ricevetti un pugno molto forte sull’orecchio; sentii che si era

rotto qualche cosa. Dissi che da quell’orecchio non ci sen­tivo più. Il poliziotto che mi aveva colpito bestemmiò e gridò che lo guardassi in viso. Mi colpì al petto con un pu­gno fortissimo. Dissi che sentivo sangue in bocca. Allora smisero di colpirmi.

Un giorno il giudice istruttore mi presentò una dichia­razione da firmare, in cui affermavo che il denaro lascia­tomi dal nunzio era destinato ai vescovi e ai sacerdoti, per aiutare i partigiani, che combattevano contro i comunisti. [...] “Non posso firmare, è una dichiarazione falsa. Quel denaro era per vivere”. Mi appioppò un paio di schiaffi da farmi vedere le stelle. Però così fui liberata dall’essere te­stimone in un processo. Molta gente era in prigione per fal­se dichiarazioni.

Suor Clara, pensando alle torture passate o a quelle possi­bili in futuro non ha mai avuto momenti di cedimento, di abbattimento, di dubbio?

Sì, ci fu un momento di inferno. Negli interrogatori sentivo sempre bestemmie e oscenità contro il Santo Padre e la Chiesa, vedevo che loro avevano la forza. I nostri ve­scovi erano tutti in prigione. Fui tentata di pensare che or­mai tutto era perduto, che era inutile resistere. [...]

Andavo avanti e indietro nella cella, continuavo a pre­gare, invocavo il Signore con tutto il cuore, ma non scor­gevo via d’uscita. Mi sentivo perduta. Finalmente il Si­gnore mi venne in aiuto. Sentii risuonare dentro di me la voce del Santo Padre: “ È desiderio e volontà della Chiesa che i missionari e le missionarie in tempo di persecuzione non abbandonino il campo. Devono restare al loro posto”. Sentii la voce della mia madre superiora: “Quello che hai fatto, l’hai fatto in ubbidienza”. In quel momento tutto il buio, la confusione e l’oscurità scomparvero e finirono an­che gli interrogatori più difficili.

Mi dica del processo.

Il 7 marzo 1952 sono stata avvertita che il mio processo avrebbe avuto luogo il venerdì 19 aprile. Proprio il vener­dì santo degli ortodossi. Al processo eravamo in quattor­dici. [...]

Quando tutti i quattordici imputati furono interrogati, iniziò la vera accusa. Il presidente a me disse che ero una spia del Vaticano, che avevo dato informazioni politiche al nunzio; che il Papa era il capo dei criminali [...].

Quando sentii dire in un’aula pubblica, in un processo, che il Papa era il capo dei criminali, io che avevo servito per dodici anni la Santa Chiesa con amore e venerazione nella nunziatura, mi sentii trafiggere il cuore. In quel mo­mento mi sentii invadere da una forza misteriosa, enorme, come se si fosse concentrata nel mio petto tutta la fede del­la mia povera famiglia di contadini della Moldavia, tutta la fede delle mie madri e sorelle del monastero.

In quel momento io povera suora del Signore mi sentii fortissima; più forte di tutti i carri armati di Stalin. Sentii che do­vevo parlare. Sapevo che avrei aggravato la mia pena, ma non me importava pro­prio nulla. Con calma, ma fermissima dis­si: “Chiedo la parola. Signor presidente, lei ha affermato che il Papa è il capo dei cri­minali. No, signor presidente, il Santo Pa­dre non è il capo dei criminali, il Santo Pa­dre è il rappresentate del Signore, il Santo Padre è il capo della Chiesa cattolica di tut­to il mondo. Avete imprigionato tutti i ve­scovi, tanti sacerdoti e suore e laici cattoli­ci. Avete abolito la chiesa cattolica di rito bizantino e avete costretto con la violenza centinaia di migliaia di persone cattoliche a passare alla religione ortodossa.

Volete costruire la vostra dittatura atea, di­struggendo la chiesa, imprigionando, uc­cidendo. Era giusto che il nunzio apo­stolico informasse il Santo Padre sulla sor­te dei suoi figli. Ha detto la pura verità. Era giusto che in occidente si sapesse…”.

A questo punto l’avvocato difensore, che mi era stato imposto, mi interruppe di­cendo: “Signor Presidente, non badi a quello che ha detto, perché è analfabeta”. (Un’analfabeta, che parlava quattro lin­gue!)

Il vescovo Ioan Dragomir parlò quasi un’ora. Iniziò dicendo: “Signor presiden­te, noi ringraziamo Dio che ci dona la gra­zia di essere giudicati proprio oggi, ve­nerdì santo”.

Il presidente lo interruppe gridando: “Cosa vuoi? Vuoi convertirci? Smettila”.

Ma egli continuò imperterrito: “Gesù fu venduto da Giuda per trenta denari d’argento, condannato, crocifisso”.

“Vuoi catechizzarci? Finiscila!”

[...] Il processo durò dalle otto del mat­tino fino alle dieci di sera. Alla fine i mem­bri del tribunale si alzarono in piedi, il pre­sidente lesse le condanne. A me diedero quattordici anni.

Finita la lettura delle condanne, il ve­scovo Dragomir intonò il Cristus vincit.

Cantammo per tre volte: Christus vin­cit, Christus regnat, Christus imperat.

Cantavo e avevo gli occhi lucidi. Per la gioia.

Intervista realizzata da Don Antonio Rossi

[Trascrizione dalla rivista “Sacro Cuore”, giugno 2007]

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SANTA CASA: storia del più grande pellegrinaggio dei tempi moderni

Intervista al prof. Yves-Marie Bercé – a cura di Fabrizio Cannone

Lo storico Yves-Marie Bercé a partire dal lontano 1960, trovandosi a Fermo per studiare una rivolta locale datata 1648, si interesso, anche grazie alla conoscenza di ecclesiastici marchigiani, alla storia di Loreto, il più prestigioso santuario mariano d’Italia e d’Europa.

Se allora, giovane studioso, ignorava quasi tutto della miracolosa storia della Santa Casa e della sua traslazione, oggi, dopo anni e anni di studi e ricerche, può considerarsi uno degli migliori specialisti viventi del Santuario e della vastissima documentazione storica ad esso relativa.

Le sue ricerche, nel corso degli anni, hanno potuto giovarsi dell’esplorazione sistematica dell’imponente “Archivio della Santa Casa” e della consulenza di specialisti fuori dal comune, come padre Floriano Grimaldi, autore di oltre 100 pubblicazioni in materia.

Nel suo libro, che speriamo possa essere tradotto al più presto nel nostro idioma, l’illustre storico francese, che ha insegnato Storia Moderna prima a Limoge e Reims e poi alla Sorbonne, e che e stato, fra le altre cose, direttore dell`Ecole Nationale des Chartes (1991-2001) e Presidente della Société d’Etudes du X\/’Ile Siècle (2002-2009), ricostruisce passo passo lo sviluppo dei pellegrinaggi europei verso la Casa di Maria all’inizio dell’età moderna.

Pur mantenendo una “neutralità” tipicamente accademica, il Bercé mostra la pertinenza degli studi che ammettono la provenienza palestinese della Casa, e il mistero – tutto da scoprire – della sua venuta in terra italica.

Esimio Professore cosa La ha spinta a studiare, in modo scientifico e accurato, un santuario italiano e marchigiano, così caro alla devozione popolare e nel contempo cosi controverso per la sua origine e il suo approdo?

La mia specializzazione è lo studio della società e delle istituzioni nei secoli XVI e XVII. La mia tesi di Dottorato, sostenuta alla Sorbona nel 1972, ha riguardato le rivolte popolari anti-fiscali, numerose nell’epoca moderna nelle province del sud ovest della Francia.

E questo orientamento di ricerca che mi ha portato, quando ero membro dell’Ecole Française di Roma, a studiare un’insurrezione avvenuta nella città di Fermo nel 1648. Non pensavo di trattare storia religiosa. Ma lavorando sulla storia locale delle Marche ho scoperto l”importanza del pellegrinaggio a Loreto, la sua straordinaria tradizione, la costruzione della cittadina e del suo santuario nel XVI secolo.

A causa delle mie competenze di storico dell’età moderna, non ho studiato le origini medievali del sito, ma le modalità sociali e politiche del suo sviluppo durante la sua età d’oro, cioè dal 1550 al 1650.

Secondo Lei, cosa ha reso la Santa Casa la meta, per secoli, certamente più frequentata da parte di pellegrini di mezzo mondo, visto il gran numero di santuari già esistenti legati a fenomeni ugualmente soprannaturali (mariofanie, guarigioni, miracoli, etc. )?

Il sito di Loreto conserva, si dice, una reliquia monumentale e unica: l`habitat della famiglia della Vergine Maria a Nazareth, che consiste in tre muri di mattoni che prolungano una cavità troglodita incavata nella pietra. Questi muri sarebbero stati portati dalla Terra Santa alla fine del XIII secolo dopo la caduta di San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte cristiana nel 1291.

Loreto dunque si distingue dai numerosi luoghi di devozione mariana legati al ricordo di apparizioni o miracoli attribuiti alla Vergine. Gli annali di Loreto riportano, certo, numerosi aneddoti di preghiere esaudite, illuminazioni spirituali, ma lo scopo del pellegrinaggio non era la ricerca della guarigione: era ed è ancora un luogo di devozione allo stato puro.

In generale i fedeli che hanno avuto una guarigione, una grazia, un miracolo, hanno ricevuto ciò altrove e vengono a Loreto per esprimere la loro riconoscenza.

Può dirci qualcosa su quei “grandi” che si fecero pellegrini e che trovarono forza, rifugio e consolazione nella sosta e nella preghiera presso la miracolosa Casa di Loreto (come i vari Montaigne, Cartesio, Galileo oltre ai molti papi, re e regine dal ’500 al ’900)?

Fu alla fine del XV secolo che la reputazione di Loreto acquisì una dimensione mondiale. Era un luogo dedicato all’Annunciazione e all’Incarnazione di Gesù, dunque aveva un valore evidente per ogni donna che sperava in una nascita.

Donne di vario rango sociale (contadine, principesse e regine) si recavano in loco per chiedere quella fecondità che giustificava il loro status di spose. Esse stesse portavano delle offerte alla Vergine oppure incaricavano un loro emissario di portare dei preziosi pezzi di oreficeria.

Quest’u1timo era il caso delle regine di Francia o di quelle di Vienna. Nel periodo 1510-1620 circa, la collina fu costantemente abitata da cantieri: una nuova cittadina vi fu edificata. I viaggiatori provenienti da Venezia e alla volta di Roma trovavano la nuova città di Loreto sul loro cammino e vi si fermavano per curiosità o per pietà, come fecero Montaigne, Galileo e Cartesio per osservare un voto.

Due altre ragioni strategiche Contribuirono al prestigio del santuario: la sua dedicazione alla Vergine, contro il rifiuto protestante del Culto mariano e la sua erezione sulle rive dell’Adriatico, ove i cattolici croati e dalmati la videro come protettrice contro l’espansione ottomana.

Lei parla della storia di Loreto nei secoli XVI e XVII come della formazione di una piccola società cristiana, una cristianità in miniatura, uno “Stato della Madonna”. Come si strutturò questo micro-Stato e quali caratteristiche peculiari ebbe?

I Papi hanno attirato l’attenzione dell’intera Cristianità sul Santuario di Loreto. In modo speciale Giulio II e Sisto V, arrivando a separare il piccolo territorio della cittadina dalle altre strutture istituzionali locali, anche mediante esenzioni fiscali e privilegi politici. La città-santuario divenne così un luogo protetto da cinture murarie.

Potervi abitare divenne un raro privilegio e Loreto finì per formare un’entità politica autonoma, lo Stato di Loreto, un regno della Vergine che dipendeva direttamente dalla Santa Sede il quale riceveva gli omaggi dei principi e inviava dei diplomatici suoi come l’avrebbe fatto qualunque altro sovrano.

Il governo effettivo era affidato al cardinal nipote, poi dopo la fine del nepotismo, a una congregazione cardinalizia.

L’Opera della Santa Casa gestiva le entrate e le uscite, assai considerevoli fino al 1660. Per favorire i pellegrinaggi, Roma si accollò enormi spese per la costruzione di strade, ospizi, ospedali e locande.

Al di là della miracolosa traslazione della Casa, secondo la tradizione avvenuta attraverso l’ausilio degli angeli, ci sono stati altri episodi miracolosi legati a Loreto, e tra questi quali La hanno particolarmente interessata e colpita?

Nel mio studio ho sottolineato alcuni aspetti misconosciuti. All’origine della devozione per la Casa della Vergine venuta dalla Palestina, ho notato il ruolo di Carlo II d’Angiò, Re di Napoli, marito di una principessa di Ungheria e Croazia, legata alla chiesa di Trsat, presso Fiume, nota come la prima tappa della Santa Casa.

Ho cercato di raccogliere i sentimenti dei fedeli di fronte a questa reliquia unica, testimone dell’Incarnazione. Sembra che la forma più tipica dell’emozione dei fedeli che si inginocchiavano nella Casetta, appena illuminata da lampade ad olio, fosse il dono delle lagrime. Non però delle lagrime di sacro terrore o di penitenza, ma di santa allegria.

Nel quadro della storia francese, ho scoperto t Ciò che è ignorato nella letteratura storica – che la Regina Anna d’Austria si riconobbe miracolata dalla Vergine per la nascita del futuro Luigi XIV E così fece inviare a Loreto l’offerta più cospicua degli annali della Basilica: un intero angelo d’argento portante un pupo tutto d’oro. Questa statua fu prelevata da Bonaparte nel 1797 e fusa a Parigi.

Secondo Lei, quale insegnamento morale e religioso, quale exemplum può fornire la storia di Loreto al cattolico, ma anche all’uomo occidentale secolarizzato del .XXI secolo?

Da un punto di vista antropologico, puramente materialistico, il pellegrinaggio di Loreto e un fenomeno eccezionale per la sua durata plurisecolare e per le folle immense che ha attirato.

Per i credenti. questo luogo merita grande rispetto per le migliaia di pellegrini che vi hanno pregato. Senza potersi pronunciare sull’autenticità della reliquia, il fedele vi riconosce una illustrazione dei misteri del Cristianesimo, l’Annunciazione e l’Incarnazione.

Un altro tratto originale del Santuario è l’universalità della sua vocazione: essa si traduce nel numero immenso di toponimi, altari, cappelle. chiese che nel mondo intero portano il suo nome.

Sul posto essa si connota per la tradizione di raccontane l’arrivo della Casa nelle più varie lingue del mondo, con la possibilità di confessarsi in ogni principale lingua parlata. È insomma uno dei monumenti più eloquenti della Chiesa Cattolica.

Tratto da “Radici Cristiane” – dicembre 2012.

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Spunti luglio 2014

Mentre in occidente noi cerchiamo il benessere e la tranquillità ad ogni costo, in altre parti del mondo dei fratelli molto più coerenti confessano Nostro Signore fino a versare il sangue…

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